La cassetta degli attrezzi

Transgenere

Disegno di Fumettibrutti

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Alice è cresciuta. Non tantissimo, ma almeno un po’. È raggomitolata in una poltrona del salotto e tiene sulle ginocchia un libro grande e pesante. Si tratta di uno di quei libri che le causano il giusto sconforto. In passato, sbuffando, si è chiesta: «A che serve un libro senza dialoghi né figure?» Nessuno di noi ha saputo risponderle. Sappiamo bene che la domanda è lecita.

Tutte le classificazioni di genere che conosciamo sono imprecise, confusionarie, spesso sbagliate. A volte hanno a che fare con la forma, altre con i contenuti. Sembra che aderiscano a quella nota segmentazione del regno animale che Jorge Luis Borges attribuisce a Franz Kuhn che, a sua volta, dice di averla scovata in un’antica enciclopedia cinese: «Nelle sue remote pagine è scritto che gli animali si dividono in (a) appartenenti all’Imperatore, (b) imbalsamati, (c) ammaestrati, (d) lattonzoli, (e) sirene, (f) favolosi, (g) cani randagi, (h) inclusi in questa classificazione, (i) che s’agitano come pazzi, (j) innumerevoli, (k) disegnati con un pennello finissimo di pelo di cammello, (l) eccetera, (m) che hanno rotto il vaso, (n) che da lontano sembrano mosche».

A ben pensarci, ogni segmento di una tassonomia, compresa quella dei generi, definisce un chiaro confine: o si è dentro o si è fuori; o vi si aderisce oppure no. Quel segmento e il suo opposto che, solo una volta che viene caratterizzato per contrapposizione, può essere ulteriormente suddiviso. In questo modo, una classificazione diventa un puzzle, composto di innumerevoli tasselli, di forma irregolare ma compatibile, che aderiscono perfettamente e, una volta ricomposti, rendono evidente la figura intera.

C’è un problema, però. Per raccontare i generi usiamo il linguaggio naturale e quello, lo sai, è ambiguo per definizione. Ce lo ha spiegato bene Charles Sanders Peirce parlando di semiosi illimitata: una sorta di paradosso di Zenone che impedisce al significato di raggiungere il significante.

Se hai un solo genere è facile, basta mettersi d’accordo, in termini matematici, sul suo contenuto. La negazione di quell’insieme è tutto il resto. Non appena i generi diventano due, l’ambiguità semantica esplode, la logica di Boole va a ramengo e il mondo diventa fuzzy: Achille, per quanto piè veloce, non raggiungerà mai il dannato carapace di quella lentissima tartaruga. Se si ammette l’esistenza di un numero di generi superiore a uno, i generi devono essere necessariamente infiniti.

Però anche con un genere solo, ci possono essere dei problemi.

Alice infatti ne riconosce uno solo, l’inutile libro senza dialoghi né figure. E la sua negazione, ovviamente.

La troviamo intenta a reggere uno di quegli insulsi e soporiferi parallelepipedi di carta all’inizio di Alice nel Paese delle Lettere: Dall’altra parte della pagine, completamento del dittico carrolliano firmato da Roland Topor. Il libro è soporifero veramente e, lo sappiamo, l’intorpidimento della coscienza è, per Alice, il portale che conduce al Paese delle Meraviglie.

Nei due romanzi precedenti, Alice ci ha spiegato il senso della vita, attraversando la conquista del linguaggio, le regole del gioco, l’ambiguità tra reale e percezione, l’incompletezza del mondo, l’assurdità del potere, l’impossibilità di risposte, la comicità della vita, la sessualità del tutto, il passo del cavallo negli scacchi, la corona insanguinata, gli eserciti idioti, l’incomprensibilità dei riti, la vita, l’universo e tutto quanto. In questo terzo racconto apocrifo, per raggiungere lo stato di coscienza che permette di scostare il velo di Maya, la bambina non cade nel buco del coniglio, e non attraversa lo specchio. Alice va dall’altra parte della pagina, proprio come promette il sottotitolo del libricino. E scopre che i fogli sono rimasti bianchi.

Tutte le lettere hanno preso vita, rivelando così la loro natura di disegni. E parlano tantissimo tra di loro. Improvvisamente, quell’inutile libro si è trasformato. E, nel rinato mondo del libro “con dialoghi e figure”, tutto è destinato a soccombere alla dittatura del senso. Grammatica e Sintassi, le due oscene regine, amministrano senza pietà il potere e la legge. Giustiziano gli errori, fino a quando una rivoluzione non le mette al bando.

ATTRAKJJX OKKFRROOTTT ANTRBBUTTJIA LOTTRAQQATIK NYARLATHOTEP FRAMATTRAPPQ AHHHA AKKERT LOPPUTTF LLKKHHHA MMFFOOVCCRT KLLPP KKWSYDHNCP KDIFDNCPOP KJNSOICNWL DWKJFOVPAS COWBKCSO FEPJVSWFN VEPLWFP LWCP.

Dopo che le lettere hanno preso vita, le pagine del libro che Alice stava leggendo sono completamente bianche. Ecco finalmente un libro senza dialoghi né figure. Come a dire che ogni tassonomia dei generi o è assurda o agisce su oggetti ai quali è impossibile infondere vita.

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Alice nel Paese delle Lettere: Dall’altra parte della pagina di Roland Topor è uscito per la prima volta con il titolo De l’autre côté de la page: Alice au pays des lettres nel 1968, per la casa editrice Milano Libri di Giovanni Gandini.
L’edizione italiana più recente è di Stampalternativa (2000), nella collana Millelire, che ormai ne costava duemila. Quel santo di Marcello Baraghini ha messo quel libricino, in formato PDF, QUI.

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