QUASI

Sentimental

Disegno di Chiara Raimondi

Non siamo d’accordo QUASI su niente. Litighiamo spesso. Ovviamente lo facciamo per ottime ragioni. Per le sole ragioni per le quali valga la pena litigare: il senso di un’immagine, i gusti musicali, l’ultimo bicchiere di vino…

Non siamo d’accordo, per esempio, sull’idea di satira.

Boris pensa che la satira sia assoluta libertà di scegliere il proprio bersaglio, senza vincolo alcuno; che debba andare “contro” chiunque, ridere di tutto e che abbia il dovere morale di far risentire, incupire, adirare. Paolo pensa che la satira debba essere “contro” i potenti; che se quella sua presunta libertà viene usata per scagliarsi contro chi è sfruttato e oppresso, la satira diventa solo un altro vessillo schifoso del potere.

Litighiamo spesso. Ma è molto difficile farlo, ci dobbiamo mettere di buzzo buono. Perché poi, quando smettiamo di parlare in astratto e cerchiamo esempi, siamo sempre d’accordo: quella vignetta di Reiser, apparentemente razzista, è puro genio (e amore, e cultura, e bellezza); il disegnino di quell’italiano, sulle pagine di un quotidiano di sinistra, apparentemente vicino al nostro pensiero, è brutto e schifosamente reazionario.

Ed è così per entrambi.

A quel punto, di solito, abbiamo litigato anche per la scelta della prossima bottiglia almeno un paio di volte. Diventiamo più languidi. Sentimentali. In una notte infinita, in una sera autunnale, come una rosa appassita.

A cosa serve, ci diciamo, litigare così tanto sul concetto in astratto quando, nel concreto e nella pratica, dovendo indicare il buono, il bello e il giusto, siamo d’accordo?

Litigare serve. Serve a essere d’accordo. Serve a sollecitare un senso critico che ci tenga vigili, che non ci faccia abbassare la guardia. Che non ci faccia dire che la satira ha tutta lo stesso valore, basta che rientri in un’idea di satira condivisa, ma che partendo da idee diverse di satira ci porti a definire qual è quella che vale e che serve. Che non ci faccia dire che il fumetto ha tutto lo stesso valore, basta che rientri in un’idea condivisa di fumetto, ma che partendo da idee diverse di fumetto ci porti a definire qual è quello che vale e che serve.
Litigare è, in questo senso, un atto di resistenza umana che imponiamo a tutti quelli che ci frequentano. Alcuni scambiano questo atteggiamento per presunzione, per arroganza, per antipatia.

Sbagliano.

Bada, non ci stiamo difendendo. Non intendiamo dire che non siamo antipatici in assoluto. Forse a qualcuno lo siamo. Chiaramente speriamo di non esserlo, entrambi, a tutti e in modo uniforme, meccanico e innaturale: proprio come succede a te, anche noi qualche volta vorremmo piacere ed essere addirittura amati.

Quello che vogliamo dire è che sbagliano perché non è vero che siamo antipatici perché presuntuosi. Non presumiamo, sappiamo benissimo che le nostre posizioni sono gridate, con voce querula e a volte confusa, dalla cima di una cassetta della frutta, montata a mo’ di palco, in mezzo a un parchetto di provincia. Ma le esprimiamo con quella sicurezza e con quell’apparente volontà di strenua difesa, proprio perché vogliamo arrivare al litigio, al confronto dialettico.

Perché il nostro gusto e la nostra capacità di riconoscere il buono il bello e l’utile, proprio come i tuoi, devono essere affinati, esercitati e messi in discussione continuamente. Se non lo facciamo, la ragione si assopisce e sappiamo bene quali mostri ne possono derivare.

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