QUASI

IO

Disegno di Titti Demi

Non so se ci hai mai fatto caso, ma noi due quel pronome lì, “IO”, lo usiamo poco. Usiamo un sacco la prima persona (singolare quando firmiamo individualmente e plurale quando lo facciamo insieme) ma raramente scriviamo “IO”. Poi, è vero, usiamo anche “TU”, perché ci rivolgiamo a te, con una confidenza che forse avresti preferito non ci fosse, per sentirti vicino. Perché siamo convinti che, se hai deciso di investire il tuo tempo preziosissimo (il bene più prezioso che hai) per leggere o ascoltare quello che abbiamo da dire, ti meriti il più alto grado di rispetto che siamo capaci di produrre: la confidenza. Ti vogliamo bene. Anche quando levi gli occhi al cielo, in palese disaccordo con quello che diciamo. Anche quando hai torto. Anche quando abbiamo torto noi e non ti impegni abbastanza per farcelo capire.

Diciamo raramente “IO” ma parliamo in prima persona. Sempre. E non è un vezzo formale o una scelta stilistica. Sta proprio nel cuore della nostra idea di pensiero critico.

Se decidi di dedicare un po’ di tempo per scorrere i post che si sviluppano nella timeline di QUASI (e iniziano a essere tanti), ti accorgerai che, due volte al giorno (alle 08.00 e alle 16.00, dal lunedì alla domenica, con precisione impiegatizia) stiamo affastellando articoli che mirano a essere letti in sequenza, come se tutti gli amici che hanno contribuito a fare questa rivista che non legge nessuno avessero deciso di proseguire un unico, lungo, discorso. Un evento conviviale fatto di scambi amorevoli e confronti a volte anche ruvidi. E tutti, TUTTI, pur riducendo al minimo l’uso del pronome, ti parlano usando la prima persona.

Ci sembra che la critica più standardizzata abbia ereditato alcune caratteristiche dal giornalismo. Non capiamo le motivazioni di questa scelta oppure, quando le capiamo, non ci piacciono. Le elenchiamo, un po’ per celia un po’ per non morir:

  1. Distinguere chiaramente i fatti dalle opinioni: ogni recensione che si rispetti riporta una chiara disamina dell’evento materico costituito dal libro (numero di pagine, dimensioni, prezzo di copertina, chiara identificazione dell’editore, come se al libraio, al bibliotecario o a amazon gliene fregasse qualcosa); poi c’è il riassunto inconfutabile della vicenda narrata (la trama, per dio!, la trama); e, infine, quel po’ di analisi di cui si è capaci.
  2. Non offendere nessuno o, quantomeno, scegliere la propria appartenenza: in una piccola chiesa, o arrivi molto presto o trovi le panche già tutte occupate; se vuoi che qualcuno ti inviti ad accomodarti nello spazio al suo fianco, devi sceglierti con chiarezza gli amici e dedicare loro continue gentilezze e delizie.
  3. Non far incupire lo sponsor: ché il lavoro critico mica lo si fa per amore di verità, bisogna garantirsi la benevolenza di ogni forma di potere che ci tollera.
  4. E, comunque, i flame garantiscono visibilità: un litigio mirato, inutile e privo di articolazione del pensiero, non è particolarmente faticoso da gestire e, alla lunga, garantisce un ritorno di visibilità e un numero di click crescente (e il server che eroga la pubblicità sul sito – qui non ce ne sono – si alimenta di pagine viste).

QUASI non si riconosce in queste regole.

Per scelta parliamo solo del bello e del buono e dell’utile. Evitiamo con una precisione che sfiora la spocchia di indicare ciò che troviamo disdicevole, inutile o, peggio ancora, innocuo. Se non ci hai ancora sentiti parlare di qualcosa in particolare sei costretto a vivere in un dubbio che puoi risolvere in un solo modo: ci chiedi in privato se quell’assenza è dettata da distrazione o è una scelta precisa perché reputiamo di non dover parlare di quell’oggetto. Garantiamo risposta e non richiediamo riservatezza (le nostre idiosincrasie le abbiamo sempre sbandierate senza preoccupazioni).

Non abbiamo sponsor. Siamo amici di alcuni autori e di alcuni editori, ma non abbiamo mai risparmiato loro le nostre critiche (anche accese, anche sputate in maniera urticante) e ne abbiamo avuto in cambio onestà, e critiche (anche feroci, anche giuste). Non viviamo rapporti di sudditanza editoriale. Non viviamo in una boccia di vetro: i nostri amici sono nostri amici perché ci siamo tollerati e amati a vicenda nel tempo.

E non crediamo neanche nell’esistenza dei fatti. Sappiamo che la verità è un’idea mutevole e contestuale. Questo scrivere in terza persona nella critica ci dice che l’autore mira a un’oggettività tutta tesa a raccontare le qualità fisiche e morali di autori e opere.

Quando ti parliamo dalle pagine di QUASI, vogliamo che tu sappia alcune cose:

  1. Stiamo esponendo il nostro punto di vista, sostanziandolo con il nostro sapere e il nostro pensiero. Ciò nonostante sappiamo che l’intelligenza individuale ha limiti facili da raggiungere. Crediamo nel confronto continuo e nell’incontro/scontro dialettico. L’eventuale intelligenza che dovesse emergere dalla colonna di post di QUASI è sempre collettiva.
  2. Siamo fallibili e fallibilisti e, a volte, commettiamo errori. Facciamo di tutto per evitarli, ma a volte abbiamo creduto a fonti sbagliate, abbiamo fatto errori di calcolo o di valutazione o, peggio ancora, non abbiamo verificato ulteriormente un’informazione che eravamo convinti di ricordare.
  3. Stiamo parlando proprio con te e con te vogliamo interagire. Se non sei d’accordo, ti preghiamo di dircelo. Ma non nasconderti dietro arguzie e battutine. Se stiamo sbagliando, trattaci come interlocutori rispettabili. Chi mostra disprezzo, viene ripagato con la stessa moneta. Gli heckler – ci ha insegnato George Carlin – devono essere messi a tacere con lunghe sequele ininterrotte di insulti. Non cercano il dialogo, non offrono intelligenza.
  4. QUASI è la somma di memorie, storie, opinioni, connessioni, gnommeri, bagatelle, strani anelli, macchie di rorschach, piatti del giorno, grandi abbuffate, quasifumetti, bassisti, consigli, quark e pinguini. Tutte queste cose, insieme, disegnano la mappa.

Il nostro parlare in prima persona è lì per chiarire, senza dubbi, la nostra posizione in quella mappa. Non serve dire “IO”, basta disegnare una croce rossa sulla carta.

3 thoughts on “IO

  1. Accetto l’invito e vi prendo sul serio. Parlare male (senza spocchia) è una necessità quando un critico si posiziona sulla linea di fronte dell’attualità, e decide che parte del suo compito è aiutare il pubblico ad orientarsi, ed orientarsi egli stesso, su quello che accade. Parlare solo di quel che ci piace non rischia forse di confinare il discorso nell’ambito del consolidato, se non proprio del vecchio? Si rischia la comoda comfort zone, smorzando il piacere dell’esplorazione, che notoriamente comporta dei rischi.

    1. Giovanni carissimo, quello che sollevi è un problema sul quale abbiamo riflettuto a lungo. Non crediamo a nessuna missione pedagogica nei confronti del pubblico. Il pubblico sa cosa, e ha quello che vuole. Non facciamo didattica. Parlare male dell’ultimo libro di Coso o dell’ultimo numero di Cosetto, sarebbe un esercizio sterile, sono coordinate che non rientrano nei territori che riteniamo degni di visita. Perché quello che facciamo è tracciare mappe. E nelle mappe non si segnalano le irrilevanze. Ma le vette e gli abissi. Sappiamo che le mappe che tracciamo non arrivano in luoghi per esplorare i quali a noi mancano gli strumenti (per mancanza di tempo, per l’età, perché cazzeggiamo nelle nostre comfort zone), e per questo invitiamo continuamente le giovani lupe e i giovani lupi che non temono di affrontare i leoni a mostraci le loro mappe, o a mandarci dispacci con le coordinate che ci permettano di disegnarle. Ma latitano.
      Poi. Certo che l’esercizio della polemica e della stroncatura sono molto divertenti (in passato, mi sembra, ne abbiamo dato prova) e in qualche modo possono servire all’autore che le riceve. Stiamo studiando un luogo apposito dove esercitarle. Per il momento posso dirti che si chiamerà AFFATTO, ma non ne so molto altro.
      ciao
      bb

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