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Derbycidio

Ci volevano due allenatori in cattiva giornata per fare un buon derby. L’Inter ha pareggiato solo quando Orrico si è accorto che Desideri a far Desideri è meglio dell’onesto Giuseppe Baresi che fa Desideri; il Milan non l’ha vinto quando Capello ha creduto che congelare l’1-0 fosse più utile, anche se meno dilettevole, per cercare almeno il 2-0 se non di più. Così l’Inter ha preso con merito il punto che il Milan ha perso per colpa.
Derby buono, risultato giusto, van Basten e Klinsmann uomini più (non solo per i gol), Donadoni e Berti uomini meno (non solo per i voti in pagella). Per quasi un tempo il Milan ha avuto tre cose più dell’Inter: la velocità, doppia rispetto all’avversario; il pressing, costante e interpretato da tutti; Massaro, l’uomo che fa viaggiare di prima la palla.
Al 18’ è stato lui, imbeccato da Gullit, a girare in mezzo un traversone basso che van Basten ha addentato con un sinistro vorace che ha sorpreso il guardalinee Schiavon – non ha visto il gol – più di Zenga, che ha visto tutto e niente ha potuto.
Il Milan è passato in vantaggio, ha propiziato un mezzo rigore per spinta di Ferri a Donadoni, colpito una traversa con Gullit (poderosa testata al 12’ con la partita ancora attaccata allo 0-0) e giocato come, quando e quanto voleva: dal 2’, con van Basten che superava Zenga in uscita e si defilava troppo sulla sinistra, al 47’, quando andava in gioco fermo dopo una combinazione Massaro-Gullit. Il ritmo e la qualità della manovra consentivano ai milanisti un gioco di immediati capovolgimenti e di azioni alla mano, accostabile per feroce bellezza e universale interpretazione al grande rugby.
Tanta abbondanza del Milan ha finito per essere una pesante condizione, almeno quanto appariva (se non era) la pochezza dell’Inter, il cui limite più evidente risultava l’inattendibilità completa a qualsiasi rapporto con la palla. La quale pesava sugli imbarazzati piedi di Montanari e Dino Baggio, scottava quelli puntuti di Giuseppe Baresi, colpiva le teste di Klinsmann e Fontolan, schizzava per le angosciose “pettate” di Berti. Quando non la buttavano, gli interisti se la facevano espropriare con forza, ingaggiando recuperi goffi e quasi mai con successo.
Orrico non ha rinnegato la Zona ma certo l’ha contaminata senza alcun senso del pudore, visto che Dino Baggio marcava Gullit a uomo, aspettandolo a sinistra, dove era atteso, e rincorrerlo a destra o al centro o ovunque si spostasse.
Nel secondo tempo, forse perché non aveva più nulla da custodire, Orrico ha inserito Desideri che al 10’, cioè due minuti dopo che è entrato, ha propiziato il gol del pareggio (decisivi, nella circostanza, oltre alla girata di Klinsmann, anche l’errore di Costacurta e l’assist di testa di Berti), si è procurato un quasi gol e un quasi rigore, ha costretto Franco Baresi al fallo da ammonizione, quindi all’espulsione per somma di cartellini gialli.
A quel punto l’Inter avrebbe potuto perfino vincere ma non ce l‘ha fatta per due motivi: perché le energie nervose, insieme a quelle fisiche, erano state inghiottite dalla rincorsa, e perché il Milan restava pericolosissimo con Gullit e van Basten. Qualcosa poteva capitare ancora con i calci piazzati di Matthaeus, ma nessuno se l’è più sentita di graffiare il risultato di una partita giocata bene in campo e meno bene in panchina. La Zona, a volte, è una profezia che non ha bisogno di profeti.

Se siete arrivati a leggere fino a qui, siete stat* bravissim*. Perché quello che avete letto non l’ho scritto io, ma il giornalista Giancarlo Padovan sul “Corriere della Sera” di lunedì 2 dicembre 1991, nella cronaca di Inter – Milan di quel campionato.
Un fine settimana di ottobre 2020, un 2020 principalmente nefasto, è stato anche l’anno nel quale il Milan è tornato a giocare bene, e, sorprendentemente, dopo anni di drammi calcistici e profonda vergogna, a vincere, a vincere convincendo. In quel sopra citato fine settimana ottobrino il calendario proponeva un doppio incontro: il derby Inter – Milan sia maschile sia femminile.
Vinti entrambi, il che pone la me stessa tifosa a farsi addirittura un selfie e a pubblicarlo in una storia su Instagram, orgogliosamente vestita di maglia rossonera.
Ma la memoria corre ad altro, un altro di un tempo nel quale ero nata ma di cui non ho ricordo, se non nelle fotografie di album dalle copertine di plastica, nei racconti e nei filmati in Super 8 dei miei genitori.

C’è questo disegno: un istante di una famosa intervista di Beppe Viola a Gianni Rivera, sul tram numero 15, nel dicembre del 1978 in una Milano grigia e fumosa. A volte penso che in due anni di ricerca, questo disegno sia il più bello che abbia mai fatto, che abbia toccato un apice perfetto di sintesi, segno, proporzione e stile.
Uno solo tra centinaia e centinaia di disegni.
Nella mia continua e costante ricerca di sperimentazione, cambiamento grafico, impossibilitata dal non intrecciare ciò che sono, come artista, e chi sono come persona, nella sconfitta e nella più pura sofferenza della creazione, e, infine, anche una malcelata felicità a fine disegno, a volte, penso alla complessità del nostro essere quando si trova a confrontarsi con sé stessi e con i propri limiti.
C’è questa famosa intervista di Beppe Viola con l’allora “Abatino” di breriana invenzione in un contesto così quotidiano da renderlo oggi impossibile e ineluttabilmente nostalgico. Mentre persone, le persone che sono i nostri nonni, salgono e scendono nel vivere la giornata di fretta nella grande città, Viola e Rivera chiacchierano come fossero al bar.
Beppe Viola, il cui estro e la cui penna era unica, fu capace di quello che passò alla storia come il “derbycidio”, un servizio mandato in onda durante La Domenica Sportiva che non propose la partita di quel giorno, un derby brutto e noioso del 1977, ma «un pezzo di cineteca, roba buona» riproponendo le immagini del derby del 1963. Fu epocale. Non si era mai visto un giornalista dipendente di un’ottima RAI sovvertire le regole e la formalità alla Nando Martellini per rendere giustizia a uno spettacolo semplicemente brutto e indecoroso. Non a caso Viola scriveva anche per il cinema e scriveva canzoni con gli amici di sempre, gente come Enzo Jannacci, Cochi e Renato, Teo Teocoli, Massimo Boldi, Lino Toffolo, quelli del “Derby” insomma.
Beppe Viola è stato un faro, poco inclusivo, anarchico, e che con quel servizio, per quanto grottesco, cambiò radicalmente la narrazione del giornalismo sportivo.
Curioso come in anni terribili e drammatici, di terrorismo e di instabilità politica ed economica, fosse proprio la bistrattata cultura nella sua innovazione e ricerca a risollevare un’Italia alla canna del gas, in una serie di arti che insieme hanno creato riferimenti che ancora oggi prendiamo a esempio, con uno sguardo al futuro impressionante, un futuro che all’epoca, in quel presente di bombe e conflitti,  sembrava impossibile. Dagli sceneggiati e adattamenti teatrali e televisivi della RAi di Giorgio Albertazzi a “Pentothal” di Andrea Pazienza, dal film “La terrazza” ma anche “Una giornata particolare” di Ettore Scola a “Il Commissario Spada” disegnato da Gianni De Luca su una rivista come “Il Giornalino” che segnò generazioni, e me, dai libri come “Porci con le ali” ai servizi di Beppe Viola, sagaci, a volte irriverenti e talmente acuti che pensare che il frutto di quella avanguardia pura sia un Gianni Bezzi qualunque viene da piangere.
Oggi io ho un’età che Beppe Viola non ha mai raggiunto.
Se ne andò a 42 anni, appena in tempo per seguire la Nazionale dell’82, vederla trionfare in Spagna, riuscire a chiedere a Ciccio Graziani se ce n’erano di omosessuali tra gli azzurri e, vestito con la sua polo Lacoste bordò, a intervistare un Enzo Bearzot madido di sudore che però, come si usava per i signori dell’epoca, aveva la giacca appoggiata elegantemente sulle spalle.

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