Il fumetto di Babele

Le fondamenta nel cuore degli inferi, la sommità a eguagliare i cieli

«Quattro torri nere, la più alta delle quali è visibile a dieci giorni di cammino. Una porta di piombo nascosta nel cuore di paludi infette. Chilometri di corridoi tappezzati di muschio e salnitro. Scale, montacarichi, gradinate che scendono nelle viscere della terra. È la fortezza. È la mia fortezza!»

In un mondo piano e senza rilievi, una torre altissima, pronta a sfidare gli dei e gli uomini, svetta nel deserto. Con una buona vista la si vede a dieci giorni di cammino.

Proprio come l’Etemenanki, la “Casa delle fondamenta del Cielo e della Terra”, la zikurrat di Babilonia, che svettava nella fertile mezzaluna tra Tigri ed Eufrate. Una torre maestosa, come mai se ne erano viste, costruita a nord della collinetta di Amran ibn Ali. Su una pianta quadrata, il cui lato misurava novantuno metri, la zikurrat si sviluppava in altezza su otto livelli sovrapposti, ognuno più piccolo del precedente. In cima all’edificio era posto il tempio di Marduk, il “serpente furioso”, il dio protettore della città. L’altezza complessiva della Torre era di novanta metri. Per raggiungere quella sommità si doveva percorrere una lunga scala che partiva da sud e si estendeva per altri cinquanta metri oltre il perimetro della base.

Quell’immenso edificio era al centro di Babilonia, l’ombelico del mondo, e aveva coinvolto maestranze provenienti da ogni parte del mondo conosciuto, che faticavano a capirsi. La gran parte della costruzione era avvenuta durante il regno di Nabucodonosor II (604-562 a.C.), che aveva voluto dare forma e materia alle intenzioni maestose del padre Nabopoalassar: «le sue fondamenta devono poggiare nel cuore degli inferi e la sua sommità deve rivaleggiare o eguagliare i cieli».

Un intento di portata tale da non lasciare indifferente nessuna divinità. Neanche quelle che provenivano da territori oltre i confini di Babilonia.

«Tutta la terra aveva un’unica lingua e uniche parole. Emigrando dall’oriente, gli uomini capitarono in una pianura nella regione di Sinar e vi si stabilirono. Si dissero l’un l’altro: “Venite, facciamoci mattoni e cuociamoli al fuoco”. Il mattone servì loro da pietra e il bitume da malta. Poi dissero: “Venite, costruiamoci una città e una torre, la cui cima tocchi il cielo, e facciamoci un nome, per non disperderci su tutta la terra”. Ma il Signore scese a vedere la città e la torre che i figli degli uomini stavano costruendo. Il Signore disse: “Ecco, essi sono un unico popolo e hanno tutti un’unica lingua; questo è l’inizio della loro opera, e ora quanto avranno in progetto di fare non sarà loro impossibile. Scendiamo dunque e confondiamo la loro lingua, perché non comprendano più l’uno la lingua dell’altro”. Il Signore li disperse di là su tutta la terra ed essi cessarono di costruire la città. Per questo la si chiamò Babele, perché là il Signore confuse la lingua di tutta la terra e di là il Signore li disperse su tutta la terra.»

Il racconto della Torre di Babele, contenuto nel Libro della Genesi, può lasciar intendere che la reazione di Dio sia stata una punizione terribile: confondendo le lingue, forse, ha voluto opporsi alle infinite possibilità di uomini che condividevano obiettivi mirabili; se non lo avesse impedito lui, nulla avrebbe potuto fermare le loro intenzioni. Un popolo che avrebbe potuto fare tutto quello che progettava sarebbe stato una sicura minaccia per un Dio incapace di tollerare ambizioni, orgoglio e superbia. L’ignoto redattore del testo biblico trova così il modo per inventare un etimologia falsa per il nome della città: «Babele» diventa «confusione». Nella lingua degli assiri e dei babilonesi, quel nome significava esattamente il contrario: «bab-ili» era «Porta del Dio», cioè «abitazione della divinità», vale a dire «quiete». Come ha fatto la quiete di Marduk a diventare la confusione del Dio di Abramo e di Isacco?

Esiste, è chiaro, un’altra lettura possibile del racconto della Torre di Babele. Anzi ne esistono di infinite come insegna quella forma di analisi talmudica detta «pilpul». Una lettura polemica, irrisolta, capace di non trovare la giusta mediazione tra l’interpretazione del testo e il suo uso, può spingere ogni commento un po’ più in là. La parola «pilpul» significa «speziare» ma indica anche una forma di discussione violenta in cui non si cerca un punto di accordo. Ogni frantume del racconto biblico viene letto, analizzato, capito, criticato, verificato, confrontato, distorto, interpretato, usato. È un metodo di studio degli scritti talmudici che, attraverso lo scontro dialettico e polemico,  mette in continua crisi l’analisi del testo allo scopo di non trovare mai un punto fermo. Ogni volta che i contendenti trovano un punto d’accordo bisogna ricominciare da capo, perché senza confronto il dialogo non esiste e il pensiero si ritrova in una pericolosa situazione di stallo. L’enorme potere della parola consente chiarimenti progressivi che, però, non permettono di squarciare il velo di Maya, di giungere al vero. Un inseguimento infinito, come quello di Achille e della tartaruga nel paradosso di Zenone o come quello del significato e del significante nella semiosi illimitata di Peirce.


Note:

Il testo in apertura è quello contenuto nella prima pagina di Donjon, ciclo pensato e voluto da Lewis Trondheim e Joann Sfar. Ho copiato il testo da La fortezza: Cuore d’anatra, volume volto in italiano da Elena Fattoretto e pubblicato da Phoenix di Bologna nel 1999.

La descrizione della zikurrat di Babilonia viene da Giovanni Pettinato, Babilonia: Centro dell’universo,Rusconi Libri, Milano, 1988 (soprattutto dal capitolo 7, “Babilonia, lo splendore orgoglioso dei Caldei”, pp. 99-138) e da Paolo Brusasco, Babilonia: All’origine del mito, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2012 (anche qui dal capitolo 7, “All’ombra della Torre di Babele”, pp. 243-273).

Per le citazioni bibliche ho fatto riferimento al testo CEI 2008, cioè alla traduzione ufficiale in italiano della confessione cattolica, a cura della Conferenza Episcopale Italiana. Il racconto della Torre di Babele è nell’undicesimo capitolo della Genesi, vv. 1-9.

Riprendo le cose che scrivo sull’interpretazione talmudica (colmo di timore e riverenza) da un’idea che ho espresso nella postfazione per Joann Sfar, Il gatto del rabbino 2, BUR, Milano, 2009. Mi permetto di insistere su questo concetto solo perché sono certo che quella postfazione sia stata letta da persone competenti e rispettabili senza scatenare in loro paura e disgusto.

Parlo di semiosi illimitata fidandomi di quello che ne scrive Umberto Eco in Lector in fabula: La cooperazione interpretativa nei testi narrativi, Bompiani, Milano, 1979. Però mi ha fatto molto piacere trovarne una descrizione perfetta in un brano di Peirce contenuto in Charles Sanders Peirce, Collected Papers of Charles Sanders Peirce, a cura di Charles Hartshorne, Paul Weiss e Arthur W. Burks, 8 voll., Belknap, Cambridge (Massachusetts), 1931-1966, dei quali in Internet è possibile trovare un’edizione PDF che mi pare completa. Il paragrafo 339 del primo volume dice:

«The easiest of those which are of philosophical interest is the idea of a sign, or representation. A sign stands for something the idea which it produces, or modifies. Or, it is a vehicle conveying into the mind something from without. That for which it stands is called its object; that which it conveys, its meaning; and the idea to which it gives rise, its interpretant. The object of representation can be nothing but a representation of which the first representation is the interpretant. But an endless series of representations, each representing the one behind it, may be conceived to have an absolute object at its limit. The meaning of a representation can be nothing but a representation. In fact, it is nothing but the representation itself conceived as stripped of irrelevant clothing. But this clothing never can be completely stripped off; it is only changed for something more diaphanous. So there is an infinite regression here. Finally, the interpretant is nothing but another representation to which the torch of truth is handed along; and as representation, it has its interpretant again. Lo, another infinite series.»

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