If I Can't Dance, It's Not My Revolution

True Lies

LATO A: Vere Bugie

#1

Ma come si fa a non cominciare con Fibra in questa compila? Il ritornello è invecchiato male, nessuno ha più idea di cosa sia uno stereo, ma il fastidio che ti dà fibra te lo dà solo lui, il bugiardo più onesto del rap italiano. [GT]

#2

Considerato, a torto – che in fondo nel romanzo collodiano mente solo tre volte (molto meno di quanto faccia chiunque di noi già nelle prime ore del mattino) – il signore assoluto di tutti i bugiardi, Pinocchio, il personaggio che più prepotentemente abita il nostro immaginario: ogni generazione ha il suo. Quello della mia, che andavamo alle medie nei primi anni Ottanta, è quello di Tatsuo Yoshida, di cui seguivamo le “nuove avventure” su Rai1 con estrema partecipazione. La sigla, testo di Carla Vistarini e musica del grandissimo Luigi Lopez (la stessa coppia che ha scritto La nevicata del ’56), mi rimbalza ancora in testa tutte le mattine, prima di timbrare il cartellino per il fottuto lavoro. [BB]

#3

Poi, vabbè, io di Èmilie Simon sono innamorato dai tempi della marcia dei pinguini, quindi forse non ho la lucidità necessaria a giudicare le sue cose, ma mi sembra, che in questa chanson stia parlando di te, di me, di noi, non credi? [BB]

#4

Poi, a un certo punto, ho smesso di ascoltare Francesco Guccini. È successo perché un suo disco mi ha annoiato all’inverosimile. Alla fine del 1996 è uscito D’amore di morte e di altre sciocchezze, un disco decisamente sottotono che conteneva due robe che, per motivi tutti miei mi creavano un disagio che sfociava nel fastidio. Innanzitutto c’è Cirano, che contiene un momento di umorismo involontario che prima mi fa ridere e poi mi sprofonda nella tristezza (il poeta che dice «a parlarle non riesco / le parlerò coi versi»). Poi c’è Quattro stracci, che dice con un livore insopportabile la fine di una storia («Io qui ti inchiodo a quei tuoi pensieri / quei quattro stracci in cui hai buttato l’ieri / persa a cercar per sempre quello che non c’è»). Ho scoperto di recente come è nata quella canzone. Guccini è arrivato da Angela per farle sentire Farewell, canzone con cui voleva suggellare la fine di un grande amore. Lei gli ha risposto durissima «Cosa ti aspetti che faccia, ora? Che pianga?». Lui, che – diciamocelo – ha sempre avuto qualche problema nel gestire la rabbia, è tornato a casa e ha scritto Quattro stracci. Farewell è uscita nel 1993; Quattro stracci tre anni dopo. Quando le ascolto una dietro l’altra penso al delicato equilibrio tra verità e menzogna. [PI]

#5

Due anni dopo esce Clandestino, il primo disco solista di Manu Chao. Orfano della Mano Negra (il cui ultimo disco, Casa Babylon. era uscito quattro anni prima), lo accolgo con gioia. E per un po’ mi piace tantissimo. Non fosse che, quasi un anno dopo l’uscita, alcuni brani diventano tormentoni radiofonici da ascoltare ovunque e comunque. Mentira continua a essere una canzone divertentissima. [PI]

#6

True Lies, il film di James Cameron, contiene una scena pervasa di un erotismo conturbante. La trasformazione di Jamie Lee Curtis che decide di smettere il ruolo di madre e moglie per riconquistare il suo corpo. Ho cercato la scena su YouTube e ho scoperto che, durante lo spogliarello, c’è una canzone che non mi dice nulla, ma la inserisco lo stesso nella playlist. Alone in the dark di John Hiatt. [PI]

#7

Prima di True lies, Cameron e Arnold Schwarzenegger avevano già girato insieme due film di quella che poi sarebbe diventata la saga di Terminator. Nella scena più iconica del secondo episodio, mentre Schwarzy fa il suo ingresso con la mise da motociclista, il commento musicale è affidato alla testosteronica Bad to the bone, pezzo memorabile che incontrai qualche anno dopo in un disco raccolta  intitolato The baddest of George Thorogood and The Destroyers, dove il buon George raccoglie il meglio della sua produzione, fra cover di John Lee Hooker e originali. Quel titolo, oltre a farmi ridere ogni volta che lo penso, è di una perfezione cristallina nella sua doppia valenza di ironica verità e vanitosa bugia. Ascoltare per credere. [FP]

#8

Il luogo delle bugie, quelle vere, è per antonomasia il tribunale, soprattutto nei film e telefilm americani. In un annoiato pomeriggio adolescenziale, mentre guardavo con un amico La finestra sul cortile, ennesima apologia della middle class statunitense ad opera di Alfred Hitchcock, fui travolto dallo sconcerto nel vedere Perry Mason nei panni dell’assassino. La cosa, colpa anche del fastidio che quella pellicola allora ci procurava, si tramutò presto in una sciocca burla a nostro uso e consumo. Togliemmo l’audio alla scena del confronto finale, quella dove Raymond Burr entra nella stanza del momentaneamente invalido James Stewart, e facemmo partire dallo stereo il Perry Mason Theme dalla colonna sonora di Blues Brothers 2000. I tempi furono talmente azzeccati che la scena si tramutò per noi in un meme istantaneo (devo precisare che usammo quella del 2000 perché nella versione originale c’è Belushi che fa Belushi sulla musica). [FP]

LATO B: Bugie Vere

#9

Se parliamo di “True Lies” e musica, il collegamento con il bugiardo di Nick Cave che si avvia sulla sedia elettrica è praticamente immediato. Sebbene siano piu’ di vent’anni che ascolto The Mercy Seat in maniera costante, non me ne sono ancora stancato: il crescendo nella ripetizione del testo e della musica, con quelle continue variazioni, continua a ipnotizzarmi sia nelle versioni più “tirate” (che preferisco) che in quelle più “rilassate”, come nel recente concerto Idiot Prayer. Alla ricerca di una versione un po’ diversa, ho incrociato questo video amatoriale che, sulla versione di Johnny Cash (solo lui poteva farne una versione che rivaleggiasse con l’originale), costruisce un montaggio di tre film con scene carcerarie in cui giganteggia James Cagney. Bianco e nero stupefacente e un accostamento di immagini che sembrano fatte apposta per questa cover. [OM]

#10

Violator è l’album perfetto dei Depeche Mode. Non che in seguito non ne abbiamo inanellati altri belli, di più, di meno, bellissimi, è che avevo sedici anni e al negozio di dischi (esistevano!) vicino a casa era arrivato il nuovo album. Io avevo già il doppio live del concerto di Pasadena ed ero andato in fissa con Everything Counts ma era solo un antipasto rispetto al piatto forte che sarebbe arrivato. Era febbraio mi pare. Tra i pezzi tutti giusti dell’album Policy of Truth ci racconta che la verità in sé e per sé è tutt’altro che un valore, non possiamo assolverci seguendo fideisticamente una “politica della verità”. O sì? [LC]

#11

Trent Reznor è uno che in qualche modo è scappato di casa, un dropout, uno con una formazione musicale sostanziale ma non così formale da seguire percorsi un po’ improbabili eppure credibili nella land of opportunities. Qui siamo al primo album, qualcosa che si era già costruito in forma di demo, in via del tutto solitaria, tra campionatori e sequencer di fine anni Ottanta. C’è isolamento, c’è paura e smarrimento, chissà se la dipendenza da droga e alcool era già galoppante, l’autostima (ma anche l’amore in generale) non è certamente quel che viene maggiormente esaltato in Pretty Hate Machine. In Terrible Lie non si capisce quale sia la bugia, ma è certo che è terribile. [LC]

#12

La leucemia ha fatto partire il conto alla rovescia degli ultimi anni e mesi di Leonard Cohen. La riflessione si fa più profonda, scava ancora di più, e insieme diventa via via più scarna, non c’è spazio per la benché minima prolissità, al più per la ripetizione. Ci sono stati messaggi che suonavano di verità, ma era nel passato, oggi non è più così. Dal “sembra” di allora alla certezza del “non è” di oggi. Con poca voce nello spettro del basso Cohen ci rappresenta l’esperienza personale di questo “abbuiarsi”, dalla luce artificiale di un presunto messaggio di verità al “darker” (comunque altrettanto artificiale) evocato nel titolo dell’album. La sua vita termina qualche mese più tardi. [LC]

#13

La prima volta che ho sentito questa canzone ero a una fantastica festina in un bar chiuso. Stavo ballando e dopo appena tre battute sono andata dalla dj con la faccia a forma di wow a chiedere «ma chi sono QUESTI?» Il crescendo che mi montava nelle orecchie, e da lì al cervello, era entusiasmante. Non finiva più. Questo singolo, il quarto dal disco Funeral, è uscito nel 2005, e per me è una delle canzoni più belle dei loro primi dischi. Ero ancora giovane e ballavo un sacco, ovunque. Metà dei miei amici erano dj, l’altra metà musicisti. Ho scoperto cos’è un Arcade, nel frattempo (mi faceva un po’ signore degli anelli…). Loro erano canadesi e il pezzo si chiamava “Ribellione (bugie)”. Penso che certe bugie sono vere-bugie («non sono stato io»), mentre altre sono bugie-vere («non sei tu, sono io»). Qua dentro si parla di dormire, sognare e nascondersi sotto le coperte coi tuoi amanti – presumibilmente anche per farci l’amore, perché non è vero che è allright, col cazzo. Dormire non è arrendersi, se si riesce a sognare, a vivere le nostre parti selvagge e imprudenti e sbagliate, invece di trattenersi per la paura del misbehavior e del giudizio di quel people, quella gente buona giusto a fare un sorriso finto e a spaventare i bambini. Tuttavia, questa canzone trasmette una felicità incomprensibile. Che sarei felice, condividendola con noi, di farvi provare anche solo un po’. Rebellion, that’s my revolution, baby. E questa è la mia, opinabile, traduzione.
«Dormire è arrendersi / Non importa che ore sono / Dormire è arrendersi / Quindi solleva quelle palpebre pesanti / La gente dice che morirai più velocemente che senza acqua / Ma sappiamo che è solo una bugia / Spaventa tuo figlio, spaventa tua figlia / La gente dice che i tuoi sogni sono le uniche cose che ti salvano / Dai, tesoro, nei nostri sogni / Possiamo comportarci male. / Ogni volta chiudi gli occhi (bugie, bugie) / Ogni volta chiudi gli occhi (bugie, bugie) / La gente cerca di nascondere la notte sotto le coperte / La gente cerca di nascondere la luce sotto le coperte / Avanti, nascondi i tuoi amanti / Sotto le coperte / Nasconditi dai tuoi fratelli sotto le coperte / Dai, nascondi i tuoi amanti sotto le coperte / La gente dice che morirai più velocemente che senza acqua / Ma sappiamo che è solo una bugia / Spaventa tuo figlio, spaventa tua figlia / Ora c’è il sole, va tutto bene (bugie, bugie) / Ora ecco la luna, va tutto bene (bugie, bugie) / Ma ogni volta chiudi gli occhi (bugie, bugie) / Ogni volta chiudi gli occhi (bugie, bugie)» [AS]

#14

Nel 2018 Elio e le Storie Tese pubblicano Arrivedorci, un doppio cd live di commiato che segna (in teoria) il loro scioglimento. Oltre alla title track, l’unico altro brano inedito è Il circo discutibile, prodotto, a differenza degli altri, da Sergio Conforti in arte Rocco Tanica, tastierista del gruppo, a riposo dall’attività live da qualche anno. La canzone potrebbe essere segnalata come l’unico brano serio del gruppo, oppure come il meno ironico, ma è comunque un capolavoro. Nella lunga coda finale Tanica inserisce un estratto audio di Sono un gran bugiardo, il documentario-intervista che Damian Pettigrew ha dedicato a Federico Fellini. Il cortocircuito è da brividi. [FP]

#15

E permettetemi di chiudere con il crudissimo racconto della morte del padre che Charlotte Gainsbourg ci fa nell’ultimo suo bellissimo disco: Rest. una canzone che cristallizza una volta per sempre la verità che solo la morte chiude il nostro disperato bisogno di mentire per vivere. [BB]

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