La cassetta degli attrezzi

Ancora vivo

Filippo Scozzari è ancora vivo.

Lo so che sembra strano, ma è così.
Benché l’ultima cosa con la sua firma che valga la pena di leggere sia datata 1988, l’individuo che sul documento d’identità riporta quel nome non è deceduto. Trascina le sue spoglie mortali per il pianeta e, quando ancora potevi incontrare più di cinque persone alla volta, capitava perfino di intravederlo: un quasi ottuagenario, un po’ trasandato, che gettava il suo sguardo miope sulla vita che gli passava davanti, e che, da decenni, non riusciva più a intenderla e, soprattutto, a raccontarla.

È così. È impossibile negarlo. Invecchiare fa schifo. A volte ti tocca in sorte un corpo splendido e un intelletto che non si attenua; altre, più spesso, il tempo ti macina. Chi, come me, lo sta facendo, un giorno alla volta, spera che gli dica culo. A Scozzari purtroppo è andata male. Molto male.

Per quello che posso saperne, non è mai stato un individuo con cui era piacevole dialogare. Ogni volta che ho letto cose sue o l’ho ascoltato, mi sono ritrovato di fronte alle parole di un reazionario qualunquista che, vantandosi di fottersene del political correct, esprimeva idee per le quali sentivo profondo imbarazzo. Oggi si usa dire cringe, ma io preferisco la parola tedesca, fremdschämen, che ,con la sua compattezza, racconta con maggiore precisione la sensazione di imbarazzo per qualcuno che dovrebbe provarne ma non ne ha la consapevolezza.
Filippo Scozzari era un giovane reazionario e portava a spasso idee che si muovevano esattamente dove la maggioranza stava. Sapeva fare fumetti, questo sì. Sapeva scegliere i fumettisti da copiare, sapeva raccontare, costruiva narrazioni eccellenti. Poi, in poco tempo, è invecchiato. E negli anni durante i quali gli altri hanno una crisi di mezza età – forse anche per aver visto morire male compagni di avventure editoriali più giovani di lui – è diventato vecchio. Adesso è un anziano reazionario che esprime il comune sentire di un paese fortemente reazionario.
Uno di quei tipi che, quando ancora si usciva, sentivi parlare. Dicevano cose aberranti. Sul marciapiede, sul treno, in metropolitana, davanti al portone di casa, sulla soglia di un negozio, in ascensore, seduti al tavolino accanto al tuo… Essi vivono. E non ci vogliono mica gli occhiali del film di John Carpenter per riconoscerli. Sono la maggioranza e fanno schifo.
Durante i suoi anni da anziano, Filippo Scozzari ha scoperto i social. Sono apparentemente gratuiti e ti consentono di dire quello che vuoi, quando vuoi. Ti danno addirittura l’illusione di essere ascoltato, perché anche se dici una porcheria aberrante, qualcuno che la pensa come te lo trovi. Poi, se sei stato un bravo narratore, magari c’è addirittura qualcuno che se lo ricorda e sente nei tuoi confronti un po’ di riconoscenza. Insomma masticare merda e sputarla nel mondo paga. Mica bisogna fare indagini approfondite; c’è l’analisi statistica più costosa e capillare del mondo. Si compone dei dati provenienti dalle contese elettorali e dai risultati delle stesse. La coprofagia è una pratica diffusa e largamente apprezzata.

Ora, Filippo Scozzari ha postato un tweet schifoso e criminale. E non perché ha parlato male del lavoro di una fumettista (sai quanto me ne frega, parlo male del lavoro di fumettisti da tutta la vita), ma per aver innervato il suo discorso di sessismo e transfobia. Quell’atteggiamento, che è la dorsale su cui si tiene una maggioranza oscena, è schifoso, va dichiarato senza perdersi in rivoli di precisazioni.

Se un individuo, godendo della propria visibilità, sbandiera idee discriminatorie verso un altro che non tollera, deve essere indicato come latore di un pensiero aberrante. Incondizionatamente. Non ci sono difese, non hanno senso i distinguo, non serve rifugiarsi nella memoria.
Lo si condanna.
PUNTO.

8 thoughts on “Ancora vivo

  1. Grande Paolo Interdonato. Hai fatto proprio bene a scrivere questo pezzo, che quasi certamente Scozzari non leggerà ( come quasi nessun’altro) Adesso riponiamo questo individuo nel dimenticatoio, dov’è giusto che stia.

  2. Hai aggiunto altri insulti agli insulti e altro rancore al rancore. Lapidare una fine di carriera credendo di nobilitare la propria con quello che hai scritto, su un sito che dovrebbe parlare di cultura, è un’altra espressione del decadimento che vai denunciando.

    1. Sai, Giorgio, che non ho proprio capito cosa vuoi dire? Voglio screditare un autore che è giunto alla fine della sua carriera? Sto cercando di nobilitare la mia?
      Davvero hai capito questo da quello che c’è scritto poco più in alto?
      Davvero credi a quello che hai scritto?

        1. la scelta della tavola di Mattioli con la merda a corollario poi è una trovata originale e raffinata, giustamente qualcuno potrebbe non capire il senso.

          1. E’ proprio un problema di codici. Tu non capisci il senso di quello che scrivo io e io, davvero, pur capendo ogni singola parola, non riesco a decifrare il senso di quello che dici.
            Parli di “scatto al ventilatore”. Posso ipotizzare che tu stia facendo riferimento a una battuta che fai con i tuoi amici. Forse parlate di gettare merda sul ventilatore (metafora che forse trovate anche divertente). Però queste mie sono solo illazioni, mica sono sicuro intendessi questo. Se questo fosse il riferimento che fai, e – ribadisco, perché viste le difficoltà a intenderci e meglio essere un po’ pedanti – non ne sono sicuro, davvero non capisco cosa intendi.
            Quanto alla tavola di Mattioli: è vero, c’è la merda. Giustapposta all’articolo, si può leggere in molto modi. Alcuni mi piacciono altri no. Tu quale hai scelto?

            Se hai un pensiero critico, nei confronti miei, di QUASI, di Filippo Scozzari, di chiunque tu voglia, prova a esprimerlo in maniera coerente e qualificata. Vuoi criticare quello che ho scritto? Puoi, eccome! Se lo scrivi in una forma comprensibile, è meglio. Se invece scrivi una cosa che ha aderenza con un piano di realtà che non riesci a rendere evidente agli altri, è inutile. A me non serve e, secondo me, non serve neppure a te.

  3. Ma qui bisogna rispolverare la grammatica e la filosofia, altrimenti si fanno figuracce da intellettualmente limitati: “in maniera coerente e qualificata”. Qualificata da chi, da te? Qualificandoci tutti quanti, Il pezzo che hai scritto si qualifica da solo, riducendo la critica all’anagrafe di Filippo (“ancora vivo”, poi, è una finezza, parlando di battute tra amici), gettandolo in una vasca di squali che hanno sentito l’odore del sangue. Stai a fare l’analisi logica di quello che ho scritto senza fare accenno alla marea di insulti e auguri di morte che gli hanno vomitato addosso. Se poi vuoi innalzare il livello del tuo scranno dandomi dell’analfabeta sconnesso che non capisce il contesto, contento tu. Il contesto che si è creato e che hai contribuito a creare è un altro. Poi ognuno se la racconta come preferisce.

    1. Lo esprimo per punti, per venirti incontro e sperare che in questo modo tu non possa fraintendere ulteriormente (ma non posso garantire):
      1. Non auguro la morte a nessuno, tanto meno a Filippo Scozzari, i cui fumetti (fino al 1988) mi piacciono moltissimo.
      2. Non inneggio ad alcun rogo dei libri. Conservo tanto i libri di Scozzari quanto i numeri di “Frigidaire” che considero una rivista importante.
      3. Non mi sento responsabile in alcun modo della valanga di merda che Scozzari si è tirato addosso dicendo una cosa abominevole.
      4. Non sopporto la tonnellata di giustificazioni del personaggio che tendono a sminuire la gravità di un atto di barbarie.
      5. Non ho letto da nessuna parte le scuse di Scozzari. Non ho letto da nessuna parte la tua condanna di quanto Scozzari ha detto.
      That’s all

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