E l'ultimo chiude la porta

Distrattamente… incontro alla mia giovinezza!

Una sola cosa ho sempre invidiato ai romani. Quella bellissima espressione che usavano i miei coetanei quando la mattina decidevano di non perdere tempo andando a scuola, ma di viverselo in giro per la città. Fare sega. Noi milanesi, al pari di una simile decisione di libertà e crescita intellettuale, avevamo un’espressione che ho sempre trovato deprimente. Bigiare. Comunque, bando a rimpianti insensati per una definizione che allora non mi piaceva usare e che tanto oggi, non usa e non comprende nessuno.
All’inizio degli anni Ottanta (del secolo scorso), quando praticavo assenze ingiustificate da scuola, uno dei miei luoghi rifugio, oltre al solito bar e alla solita sala giochi, era il cinema Magenta. Anzi, il Nuovo Cinema Magenta, che stava al civico 23 di via Raffaello Sanzio e che di nuovo non aveva proprio niente. Stava all’interno di una bellissima palazzina liberty (che non esiste più) ed era un cinema fatiscente, con arredi e tappezzerie che forse nuovi lo erano stati a metà degli anni Cinquanta, ma che allora puzzavano di muffa e deiezioni umane. Di quale natura fossero quelle deiezioni lo si intuiva dalle macchie sui velluti consunti e dal fatto che, dal lunedì al venerdì, nel pomeriggio ci proiettavano solo film porno. Alcuni giorni però, non mi ricordo quali, al mattino proiettavano anche film normali a due alla volta e a un prezzo irrisorio. Per questo ogni tanto ci andavo: per vedermi quella roba vecchia, western e film di spionaggio, horror e commedie italiane… sì, hai ragione, non erano poi film mica tanto normali, però è li che ho scoperto che regista mediocre con troppi mezzi era Dario Argento e che dannato genio senza mezzi era Lucio Fulci.
…adesso però non litighiamo sul cinema di Argento. Era una provocazione così, estemporanea; ti prometto di tornare sull’argomento in un saggio apposito, dove potremo dircene quattro e pure darcele.

Una mattina uggiosissima di novembre (sto facendo letteratura… cosa vuoi che mi ricordi che mese era, anche ricordarmi l’anno è difficile… direi circa il 1983, perché poi il Magenta smise di proiettare film normali e divenne integralmente cine a luci rosse) che avevo la necessità di evitarmi una quanto mai noiosa lezione di… boh, c’era qualche lezione che non lo fosse? mi infilo al Magenta. Danno come al solito due film. Due parodie degli 007. James Bond – Casino Royale, quello con Peter Sellers, Orson Welles, Ursula Andress e Woody Allen con parti di regia svogliata di John Huston e altri quattro che non ricordo, tenute insieme da un montaggio che fa i salti mortali per dare un senso al tutto, e poi una di quelle con Franco e Ciccio: Come rubammo la bomba atomica, dove la bravura artigianale di Lucio Fulci tiene insieme e rende potabile una sceneggiatura (di quell’Amedeo Sollazzo responsabile di avere scritto circa un terzo di tutti i film di Franco e Ciccio) a dir poco imbarazzante. La cosa curiosa, ma questo l’ho scoperto da poco, è che entrambi i film sono del 1967, che è un anno cardine per quello che ti sto raccontando. Ma lo vediamo tra un attimo. Adesso lasciami finire la scivolata dei mei ricordi. Che poi, lo scopriremo nel prossimo capitolo, forse era meglio lasciarli dove stavano.
Due sono stati i film programmati quella mattina, due sono i miei ricordi indelebili: uno per ogni film. Il primo è Woody Allen nella parte di Jimmy Bond, che ancora mi fa spaccare dalle risate quando mi riascolto il monologo in cui svela il suo diabolico piano: infettare l’umanità con un veleno che renda tutte le donne bellissime e uccida tutti gli uomini più alti di 4 piedi e 6 pollici (cioè un metro e trentanove) in modo da diventare l’uomo più alto della Terra. L’altro è l’agente Derek Flit, parodia di Derek Flint che a sua volta era una parodia di James Bond, quando minaccia – pistola in mano – Franco Franchi. Quando ci ripenso, rido come uno scemo. Se Flint era interpretato, nei film hollywoodiani, da James Coburn, il Flit del film di Fulci era interpretato da Bonvi.
Lascia perdere che quando io me ne sto in sala al Magenta, Bonvi è ormai l’affermatissimo autore delle Sturmtruppen (che leggevo su “Eureka” e negli “Eureka pocket”) e uno dei creatori di una trasmissione televisiva che più ho amato nella mia carriera di spettatore: “Supergulp!”, nel 1967 i fumetti per lui sono poco più che un passatempo, qualche storiella realizzata con l’amico di sempre Francesco Guccini, e pubblicata su giornali studenteschi come “Zero e lode”. Le occupazioni che gli danno da vivere sono altre.

Il modenese Paul Campani, che qualcuno (se ce n’è di ancora vivi) di quei maniaci appassionati degli ormai illeggibili fumetti del dopoguerra, ricorderà come l’autore di Misterix, nel 1954 abbandona il fumetto per dedicarsi all’animazione e fonda una casa di produzione, la Paul Film, proprio a Modena. Nel 1965, dopo il servizio militare e dopo una breve parentesi come venditore di libri porta a porta per l’amico Franco Maria Ricci, che aveva appena fondato la sua casa editrice (per inciso: io l’ho sempre trovata la fiera delle inutilità, ma c’è gente, che anche stimo, che le robe che FMR fa gli piacciono), Bonvi trova impiego proprio presso lo studio di Campani. Tra Campani e Bonvi le cose non funzioneranno, e il loro rapporto non durerà a lungo. Abbastanza però perché il futuro autore delle Sturmtruppen, faccia una conoscenza molto importante.
Tra i suoi più antichi amici, Campani annovera Hugo Pratt. Aveva collaborato assiduamente con il gruppo dei veneziani (Pratt, Ongaro e Faustinelli) agli “Albi Uragano” e successivamente, pur restando a Modena, aveva lavorato come loro per le edizioni argentine di Cesare Civita. Gli anni tra il 1965 e il 1967 a Pratt vanno un po’ stretti: tornato in Italia lavora per il “Corriere dei Piccoli” (e realizza un capolavoro assoluto come L’isola del tesoro), ma questi ritmi quasi da impiegato gli creano quell’inquietudine che alla fine lo farà fuggire a Genova. Intanto si muove senza sosta tra Venezia, Milano e Modena. A Modena ci va a trovare il vecchio amico Campani. È nel suo studio che conosce Bonvi. Per affinità elettiva (la passione per le divise e soprattutto per gli eccessi della vita) diventano ottimi amici.
Piccolo inciso, ma fondamentale per capire poi una cosa: Bonvi, racconta Guccini, vestiva sempre con divise tedesche, d’estate dell’Afrika Korps e d’inverno della Wehrmacht. Comunque, a 24 anni, avere per amico una leggenda come Pratt (e intendo amico vero, uno che ti farà da testimone di nozze e con il quale, dopo una serata in osteria, ti butti a fare il bagno nella fontana del Nettuno) è una cosa che ti segna, sicuro. Probabilmente è da un’amicizia così che ti nasce la voglia, o l’esigenza, di fare dei fumetti la tua professione. Ma perché questo accada ci vuole ancora un attimo.

Adesso siamo nel 1965 e, abbiamo visto, le cose con Campani non ingranano. Appena se ne presenta l’occasione Bonvi lascia lo studio.
All’inizio degli anni Sessanta Guido De Maria, abbandonando il posto sicuro di vignettista di “Epoca”, periodico diretto da Enzo Biagi, aveva fondato con alcuni soci bolognesi la Vimder film, una casa di produzione per gli spot di Carosello. Un giorno Guccini, che già collaborava con lui, gli propose di far lavorare anche Bonvi.
«È bravo a disegnare, ma è matto come un cavallo», gli disse. Quando Bonvi andò a fare il colloquio, la prima cosa che disse a De Maria, dopo essersi presentato è che a lui «non gli fregava un casso di niente», l’unica cosa che gli interessava davvero erano le colture idroponiche su Marte. De Maria, che era uno che sapeva stare al gioco, saltò sul tavolo e si misi a imitare Jerry Lewis straparlando di mercati ortofrutticoli spaziali. Bonvi scoppiò a ridere e, spingendo ancora oltre lo scherzo, gli chiese quanto voleva per farlo lavorare. Non devi nemmeno dubitarne, De Maria lo assunse subito. Una incredibile fortuna per i bimbetti che guardavano Carosello: per anni saranno deliziati dagli spot di Salomone pirata pacioccone.
Guido De Maria però per Carosello non dirigeva solo cartoni animati, ma anche cortometraggi. I suoi attori feticcio erano Franco Franchi e Ciccio Ingrassia. Famosissimi quelli in cui i due comici interpretavano Casimiro ed Evaristo per pubblicizzare la Cera Grey. Giravano sempre tra Modena e Bologna, nelle location più strane: antiche ville, cave abbandonate, castelli. Bonvi in occasione di quelle riprese faceva di tutto, dal truccatore al costumista, e strinse amicizia con i due comici palermitani. Leggendarie sono diventate le loro serate trascinate fino all’alba tra i portici di Bologna. Tale era il legame che Franco Franchi lo vorrà come interprete della spia americana Derek Flit nel film che mi ero appena visto, con circa quindici anni di ritardo, al Magenta. Sembra che Bonvi accettò per farsi una bella vacanza, tutto compreso, in Egitto, dove venne girata parte del film.

Non era però quella cinematografica l’unica carriera che sembrava aprirsi in quel 1967 davanti a Franco Bonvicini. Quell’anno si troverà a recitare addirittura in un fumetto. Hugo Pratt, che sembra aver risolto, per il momento, la sua inquietudine da “avventuriero”, ha trovato nel costruttore edile genovese Florenzo Ivaldi il mecenate che gli ha finanziato una rivista mensile: “Sgt. Kirk”. Libero finalmente dai vincoli narrativi e strutturali che gli venivano imposti sulle pagine del “Corriere dei piccoli”, su questa rivista Pratt pubblica un’opera di larghissimo respiro, destinata a lasciare il segno nella storia del fumetto mondiale. Non starò a rimenare la zuppa sul fatto che la Ballata è un’opera epica e corale e Corto non è ancora il personaggio che diverrà successivamente e il vero protagonista è lo sguardo disincantato del lettore (mi concedo il vezzo di rimandarti, se ne hai curiosità al mio Corto. Sulle rotte del disincanto prattiano, edito da Armillaria). I personaggi della Ballata hanno tutti un peso fondamentale nell’economia del racconto. Tra questi il vero eroe sacrificale, forse quasi più dello stesso Corto, è il tenente di vascello della marina militare tedesca Christian Slutter.
Bene. A questo personaggio Pratt dà il volto del suo amico Bonvi. Glielo dà, forse perché lo vedeva sempre vestito da soldato tedesco, forse per via della biondezza e dei tratti nordici, forse perché gli voleva bene. Quasi sicuramente perché nessun altro poteva interpretare il ruolo di alter ego di Corto, contendergli l’amore di Pandora e salvarci tutti (noi, pirati e lettori), dalle nostre colpe, con il suo sacrificio finale. La figura quasi cristologica di Slutter non poteva che aver le fattezze di qualcuno nella cui irresponsabile giovinezza Pratt riconoscesse la propria. Non è un caso se, verso la fine della Ballata, poco prima che Slutter finisca davanti al plotone d’esecuzione, Corto e il tenente si incontrano sulla spiaggia di Escondida. Slutter è sovrappensiero e alla domanda di Corto su cosa gli stia passando per la testa, risponde: «Pensavo agli anni andati e me ne andavo così… distrattamente…incontro alla mia giovinezza!».

La risposta di Corto è crudelissima e, con uno strappo doloroso, smonta tutta l’architettura e l’ideologia del ricordo su cui è costruita la Ballata. Dice Corto che ad abitare troppo la memoria si rischia di diventare custodi di cimiteri. Quasi Pratt volesse aprirsi, come poi ha fatto, una via di fuga dal passato. Al di là di quelle che erano le idee teoriche di Pratt, mi piace pensare una cosa. Che essere stato rappresentato in quel fumetto, abbia segnato il destino di Bonvi come autore di fumetti. Pensaci: nella sequenza di apertura de L’uomo di Tsushima (pubblicato nel 1978 nella collana “Un uomo un’avventura” edita da Bonelli). Mentre nell’Oceano Pacifico infuria la guerra russo-giapponese (1904-1905), il protagonista – una sorta di Jack London – se ne sta seduto, indolente uomo del destino, nella veranda di un albergo di Nossi-Be (Madagascar) in una serie di vignette che richiamano quelle iniziali del Segreto di Tristan Bantam. Solo che l’uomo del destino qui non ha più il volto di Corto, ma le bionde sembianze di Bonvi. Questa è una fortissima dichiarazione programmatica. Come Corto si era disegnato da solo, con un rasoio, la linea della fortuna sul palo della mano, diventando il padrone del proprio destino, così Bonvi decide di disegnarsi da solo, come protagonista all’interno delle proprie storie. Nelle Storie dallo spazio profondo, nell’Uomo di Tsushima, negli Incubi di provincia, l’autore dichiara apertamente di essere anche il protagonista di quelle avventure che racconta: ed è un’assunzione di responsabilità buttata in faccia al lettore con una sfacciataggine che Pratt non ha mai avuto, se non nella prima parte di Fort Weeling. Una sfacciataggine che non deve essere confusa solo con una specie di marchio di fabbrica, di vezzo autoriale. Assumere su di sé le fattezze e le azioni dei propri personaggi, in un mezzo espressivo come il fumetto, l’unico dal potere simulacrale così spinto, lo puoi fare se sai controllare perfettamente il paradosso ontologico alla base di ogni narrazione (e vedremo come Bonvi lo sappia fare molto bene e ne abbia piena consapevolezza).

Ci sono tre tavole, realizzate da Bonvi nel 1981 per il volume collettaneo Dedicated to Corto Maltese e ambientate sul fronte aragonese, nel 1937 durante la guerra civile spagnola, in cui un nipote del tenente Slutter, arruolato nelle Brigate Internazionali, incontra George Orwell. I due si scambiano velocemente delle informazioni e Slutter racconta all’inglese della conversazione avuta con un marinaio maltese che, pur cieco, sta fermando da solo i fascisti e che sosteneva di essere un vecchio amico della sua famiglia. Ma, dice Slutter, questo non è possibile, perché non ha più parenti. Eccolo il paradosso: la dichiarazione di indipendenza e di unicità di ogni personaggio, nella consapevolezza di dovere tutto a tutti quelli venuti prima di lui. Facci caso: lo Slutter che parla con Orwell ha il volto di Bonvi. E queste tre tavole sono al contempo un omaggio a Corto, una riflessione teorica e una risposta alle tre tavole della conversazione tra Slutter e Corto della Ballata.
Slutter è ferito, non può muoversi, spera che il marinaio cieco ritardi il più possibile l’avanzata dei fascisti, ma, anche se vorrebbe rivedere Barcellona, li aspetta con il fucile in braccio.«Fermarsi nel passato come fa lei… è come custodire un cimitero. Arrivederci, signor Slutter… e dia retta a uno che la sa lunga, cerchi di arrivare intero alla fine di questa avventura.» Così dice Corto a Slutter, a poche tavole dalla fine della Ballata.
La risposta gli arriverà quattordici anni dopo. Non si tratta di fermarsi, ma di tornare, continuamente, alla propria giovinezza. A questo servono le storie, e comunque, non si esce interi dall’avventura. Mai.

©Bonvi/Eredi Bonvicini

(ringrazio calorosamente Sofia Bonvicini per avermi permesso di pubblicare, a corredo di questo secondo capitolo di “…e l’ultimo chiude la porta”, la terza tavola della storia di Bonvi dedicata a Corto)

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