Ottant’anni e non sentirli: il primo libro dei Mumin

Omar Martini | Affatto |

Ci sono storie e personaggi che si intrecciano indissolubilmente con la parte emotiva di chi li ha creati, influenzando sia gli autori che le opere stesse. Tove Jansson e i Moomin (o Mumin, come sono stati adattati graficamente in italiano) rientrano in questa categoria, poiché è un sentimento di paura, ma anche di speranza, che contribuisce alla loro nascita, ed è un sentimento altrettanto intenso di dolore che ne determina la fine.

Tove Jansson (1914-2001), finlandese di lingua svedese, è stata un’autrice fondamentale, la cui visione del mondo estremamente personale ha generato una produzione vasta ed eclettica, che si è espressa attraverso illustrazioni, quadri, fumetti, romanzi e racconti. Opere che, periodicamente e in paesi diversi, suscitano attenzione e danno origine ad adattamenti di diversa natura. Per esempio, il quotidiano britannico “Evening News” la contattò negli anni Cinquanta per realizzare la versione a fumetti dei Moomin, che in quel momento stavano spopolando in quella nazione. L’invito avrebbe avuto come conseguenza una serie di storie forse ancora più surreali dei romanzi, di cui ogni tanto si intravede qualche riferimento, e le avrebbero permesso di sviluppare quel gruppo di personaggi con toni leggermente diversi. A questo, nel corso dei decenni successivi, sono seguite versioni a cartoni animati, sia per la televisione che per il cinema, utilizzando lo stop motion, l’animazione tradizionale e quella computerizzata.

Ma per quanto riuscite possano essere tutte queste derivazioni, la parte fondamentale è il nucleo formato da 9 libri (otto romanzi e un’antologia di racconti) e quattro libri illustrati. Ed è proprio il primo volume, The Moomins and the Great Flood (che, se non sbaglio, è stato appena pubblicato per la prima volta in Italia con il titolo Mumin. Il piccolo troll e la grande pioggia) a compiere 80 anni e a essere uno degli elementi fondamentali della celebrazione di questo importante anniversario (l’altro, probabilmente, sarà l’uscita dell’adattamento cinematografico del Libro dell’estate, interpretato da Glenn Close).

Questo primo volume è una “prova generale” di quello che verrà presentato nelle storie successive. Se i tre personaggi della famiglia Mumin non sono così dissimili da come appariranno successivamente (Mamma Mumin è il fulcro morale; Papà Mumin è l’adulto infantile che, pur tenendo alla moglie e al figlio, si comporta con leggerezza ed è alla ricerca costante di emozioni e avventure; Mumin è il bambino timido e un po’ insicuro che, alla fine, riesce a trovare un po’ di forza per affrontare le varie situazioni in cui si trova), alcuni dei personaggi che sarebbero diventati delle costanti dei volumi seguenti non sembrano ancora completamente definiti: una piccola creatura senza nome che, graficamente, ricorda Sniff, i Fungarelli e gli Emuli.

È però l’atmosfera l’elemento più importante. Sulla storia aleggia un costante senso di inquietudine negli spostamenti di Mamma Mumin e del figlio. All’inizio si trovano in una foresta profonda e oscura, alla ricerca di un luogo dove trascorrere l’inverno (nei romanzi successivi verremo a sapere che i Mumin vanno in letargo), mentre l’assenza di Papà Mumin è un dato di fatto che non viene spiegato: non si sa dove sia e i due non sembrano cercarlo. I protagonisti si muovono in un mondo sconosciuto e inquietante (come lo era l’Europa alla fine degli anni Trenta, quando questo romanzo venne iniziato), al cui interno cercano di trovare uno spazio dove vivere, e dove incontrano alcuni personaggi che li aiutano a superare le difficoltà: la ragazza dai capelli blu Tulippa (un omaggio a Carlo Collodi e Pinocchio) che li salva da un serpente, il vecchio gentiluomo che vive in un mondo magico fatto solo di dolci (anche qui, sebbene non ci sia l’aspetto moralistico, sembra di trovarsi davanti al Paese dei Balocchi), il troll del mare, il ragazzo dai capelli rossi che vive in una torre e il marabù, ma anche creature e situazioni pericolose come il serpente già citato, un “leone-formica” e un viaggio in barca durante una tempesta.

A un certo punto, Mumin chiede alla madre di parlargli del padre e la caratterizzazione, sebbene benevola, è quella di un genitore insoddisfatto (e probabilmente un po’ egoista), che a un certo punto se ne va via improvvisamente assieme a un gruppo di Fungarelli. Di contro, la madre è l’elemento positivo e concreto perché spera di reincontrarlo un giorno, ma sa che non ha tempo per quelle illusioni e deve cercare di ottenere il suo obiettivo fondamentale (trovare una casa per lei e Mumin), dimostrando quindi un pragmatismo, una forza e un senso della famiglia che sarà importante in numerose situazioni.

È solo durante il pranzo nella torre del ragazzo dai capelli rossi che salta fuori che Papà Mumin era passato di lì e, di conseguenza, la speranza di poterlo ritrovare prende corpo. La famiglia allargata, composta da madre, figlio e la strana creatura che è stata “adottata”, si mette alla sua ricerca finché, dopo essere sopravvissuti al diluvio citato nel titolo (che sembra collegarsi ad altri disastri, come l’arrivo della cometa in Caccia alla cometa o l’inondazione provocata da un vulcano in Magia di Mezz’estate), lo incontreranno grazie all’aiuto di un marabù. L’impressione negativa iniziale che il lettore si è fatta del padre viene attenuata quando Il genitore ricorda con rimpianto che aveva costruito una casa che avrebbe potuto ospitare la famiglia, ma purtroppo era andata perduta, trascinata via dall’inondazione. Quando alla fine arrivano in una vallata, ritrovano la costruzione proprio in quel posto e il luogo è talmente bello che decidono di restarci per il resto delle loro vite. L’autrice ha scritto quel lieto fine che si era ripromessa, dopo il diluvio (la guerra mondiale) e le difficoltà che tutti i personaggi hanno dovuto affrontare, riuscendo a rielaborare in modo personale il classico “e vissero felici e contenti” che trasmette al lettore una pace e un buonumore che erano mancati durante tutta la lettura del romanzo («E in quella vallata trascorsero tutte le loro vite, a parte qualche volta in cui, per fare qualcosa di diverso, la lasciarono per viaggiare»: traduzione mia].

Ho accennato al fatto che il libro sia diventato uno degli elementi importanti di questo anniversario perché Sort of Books, l’attuale editore britannico dell’intera produzione di Tove Jansson, sia dei Mumin che dei suoi libri non indirizzati specificatamente a un pubblico di bambini, ne ha appena pubblicato un’edizione speciale. Sebbene avessi già acquistato la prima edizione in lingua inglese, pubblicata nel 2008 dall’editore finlandese Schildts Förlags Ab, ho preso anche la versione dell’ottantesimo anniversario perché presenta dei nuovi contenuti aggiuntivi. Ho quindi confrontato i due volumi per vedere quali tra i due potesse essere migliore oppure se, per ragioni diverse, potessero coesistere entrambi.

I libri sono cartonati e presentano un formato quasi uguale: il volume della Sort of Books è leggermente più grande, ma qui la differenza è dovuta soprattutto al dorso telato che attribuisce una maggiore eleganza e lo mette in linea con un’altra edizione speciale che hanno realizzato poco tempo fa: la bellissima versione di Magia d’inverno, in cui sono state aggiunte, per la prima volta in Gran Bretagna, le illustrazioni a colori che Jansson aveva disegnato appositamente per l’edizione italiana del 1961 pubblicata da Vallecchi. Venendo al disegno di copertina, incontro il primo problema: la nuova edizione presenta una dominante verde e una minore presenza di ciano che, purtroppo, appiattisce e attenua alcuni dettagli (per esempio, i pistilli del fiore rosa in alto a sinistra) che sono più contrastati nella versione Schildts.

Aprendo la copertina, Shildts opta per un anonimo risguardo bianco, mentre Sort of Books inizia a caratterizzare la nuova versione: c’è un bel risguardo verde in cui è ingrandito un disegno dei Mumin attorno a un fuoco, che riesce a creare fin dall’inizio un’atmosfera accogliente. A questo, si aggiunge un foglio con la casa dei Mumin e alcuni personaggi da tagliare e montare. È sicuramente una delle ragioni per cui ho comprato questa versione, ma ammetto di non avere avuto (ancora…) il coraggio di ritagliare il foglio e montare il modellino.

Mentre l’edizione del 2008 presenta solo una breve introduzione di Tove Jansson che spiega la genesi del libro e le influenze letterarie presenti (Jules Verne e Collodi, per esempio), il nuovo libro aggiunge una prefazione di Frank Cottrell-Boyce, un noto sceneggiatore cinematografico e scrittore per bambini (ha realizzato, per esempio, il seguito del libro Chitty Chitty Bang Bang di Ian Fleming), in cui sottolinea gli aspetti più innovativi dell’opera dei Mumin, tra cui la non convenzionalità della famiglia protagonista che riesce a parlare e a toccare l’animo dei lettori, di qualunque estrazione e formazione essi siano. La cosa che trovo poco efficace è la grafica e la scelta del font: pur differenziando questa sezione dalla storia vera e propria (che usa un altro carattere tipografico, più in linea con l’aspetto “anni Cinquanta” che hanno i libri dei Mumin di questo editore), il risultato finale è un’impaginazione un po’ fredda e banale.

La vera differenza tra queste edizioni (che presentano, in parte, lo stesso “difetto” di non inserire sempre le illustrazioni nei punti che descrivono) è nella riproduzione dei disegni. Tove Jansson ha realizzato due tipi diversi di illustrazioni: la maggior parte sono in bianco e nero, a pennino e con formati che variano a seconda delle esigenze, le altre invece sono degli acquarelli di forma quadrata. La situazione della riproduzione è un po’ complessa e spero che mi perdonerete se mi fermerò a parlare di dettagli un po’ tecnici. Il risultato della stampa dell’interno di questi due libri è agli antipodi, in parte dovuto al tipo di carta utilizzato. Se il libro Schildts tende a essere un po’ leggero con i neri, a non calcare troppo, la conseguenza è che tutti i fitti tratteggi e i segni vengono riprodotti bene perché il nero, soprattutto nei punti in cui lo spazio del bianco è sottilissimo, riesce a essere riprodotto bene ma, di contro, ha il problema che, quando ci sono delle campiture nere, questi spazi, che dovrebbero presentare un bel nero pieno, appaiono “slavati” e leggermente grigiastri. Al contrario, nell’edizione Sort of Books il nero è più netto e forte, con la conseguenza che, quando ci sono quei punti appena citati, l’inchiostro è uniforme e viene riprodotto alla perfezione. Ha però il problema che, quando c’è il tratteggio molto fitto oppure delle linee bianche molto sottili in spazi completamente neri, quei punti tendono a chiudersi a causa della pressione maggiore dell’inchiostro, per cui il dettaglio risulta meno definito. C’è da aggiungere, però, che questa differenza di azione del nero non è dovuta esclusivamente alla quantità di nero utilizzata nella stampa, ma anche alla carta delle due edizioni. La carta della Sort of Books è una usomano con una leggera tonalità gialla che, a differenza della carta patinata bianca usata da Schildts, è porosa, per cui assorbe maggiormente l’inchiostro. Se da un lato ha un aspetto più caldo (personalmente, tra le due è la carta che preferisco), di contro è un supporto su cui è più difficile stampare quando si ha un disegno come quello di Tove Jansson perché l’inchiostro tende a espandersi un po’, generando quella chiusura degli spazi bianchi di cui ho appena parlato. Nell’altro libro, invece, la stampa su carta patinata è più controllata, per cui non c’è quell’effetto di “allargamento”.

I disegni acquerellati hanno una resa diversa, ma per altre ragioni. L’edizione del 2008 è stampata in bianco e nero, comprese queste illustrazioni. Se con i disegni tratteggiati questo poteva essere un valore positivo, in questo gruppo la riproduzione dei grigi risulta fredda e poco efficace. Forse una maggiore attenzione in fase di stampa, aumentando la pressione del nero, dove necessario, in modo da rendere più contrastate le illustrazioni, che qui appaiono slavate e piatte, avrebbe giovato. È vero che è possibile vedere ogni dettaglio, ma l’effetto generale non è dei migliori. Nella nuova edizione hanno preso una decisione diversa: innanzitutto, la stampa è a a colori (non riesco a capire se è stata realizzata proprio una riproduzione a quattro colori oppure in bicromia), per cui non appare in scala di grigi come l’altra, ma ha una tonalità seppiata che trasmette calore e, con le diverse gradazioni di colore, riesce ad avere più profondità. A questo, si aggiunge la caratteristica già citata di una stampa più “carica”, come sottolineato in precedenza, che quindi ottiene un risultato finale più che buono.

A chiudere l’edizione dell’anniversario c’è un contenuto speciale presentato qui per la prima volta nella sua interezza: una serie di annotazioni scritte da Tove Jansson tra gli anni Cinquanta e Settanta per ognuno dei personaggi e che fornivano delle indicazioni per i possibili adattamenti televisivi e teatrali, nonché per la registrazione delle canzoni. È importante notare come l’autrice abbia cercato di sottolineare quegli aspetti che potevano non essere evidenti dalle sue storie. È uno sguardo interessante su come esprimere a parole quegli elementi che dovevano essere riprodotti in altri formati, ma che potevano non essere comprensibili dalle azioni e dalle descrizioni delle sue storie. Un modo per trasportare in un altro mezzo espressivo quello che la prosa non diceva per lasciare che l’immaginazione del lettore riempisse quegli spazi, ma che, con il passaggio a un altro medium, doveva essere esplicitato. Questo testo, composto dalle trascrizioni inedite dei suoi appunti, non potrà che far piacere soprattutto agli appassionati e agli studiosi. L’unico appunto, simile a quanto rilevato con l’introduzione di Cottrell-Boyce, è che anche qui l’aspetto grafico della sezione non è particolarmente studiato.

Alla fine, tirando le somme di questo confronto, la nuova edizione, pur non perfetta, è una bell’aggiunta alle diverse versioni di questo libro e una buona opzione se non si possiede già questo romanzo.

Come accennavo all’inizio, i Mumin hanno creato un forte legame emotivo con la loro autrice ed è curioso come i romanzi a essere rimasti inediti in Italia siano stati forse quelli in cui tale legame era più intenso. Il primo libro, iniziato durante l’inverno del 1939, in un momento storico in cui Jansson non riusciva a disegnare ma sentiva la necessità di esprimere a parole un sentimento altrimenti impossibile da rappresentare, riesce a trovare la sua conclusione solo nel 1945, con la fine della guerra e la possibilità di poter apporre un lieto fine a un lungo periodo oscuro. Probabilmente la speranza inconscia è quella di non tornare più a una situazione del genere.

Se The Moomins and the Great Flood/ Mumin/Il piccolo troll e la grande pioggia, opera forse minore ma fondamentale nel porre le fondamenta della mitologia di questi personaggi, è finalmente pubblicato in italiano, non ho idea se, in occasione di questo anniversario e di quella che sembra una nuova veste grafica dei romanzi, almeno osservando le prime copertine in un sito di vendita online, verranno finalmente pubblicati gli ultimi due romanzi inediti dei Mumin. È possibile che questa assenza sia dovuta al fatto che sono i due titoli meno “per bambini” della serie e quelli che potrebbero stare accanto ai titoli “adulti” dell’autrice scandinava.

Quello che potrebbe essere tradotto come Papà Mumin al mare (Pappan och havet, in inglese Moominpappa at Sea), pubblicato nel 1965, è uno strano oggetto in cui il capo famiglia, preso dal desiderio di andare ad abitare in un faro, costringe egoisticamente tutta la famiglia a lasciare la loro casa e a intraprendere un viaggio per mare fino ad arrivare a un’isola. Gradualmente, tutti e quattro i personaggi (Papà Mumin, Mamma Mumin, Mumin e Mi) si trovano a isolarsi l’uno dall’altro, a condurre delle esistenze solitarie e a vivere delle esperienze drammatiche (personalmente, uno dei momenti più strazianti è quando Mumin viene deriso da una coppia di cavalli di mare e poi scappano ridendo). Alla fine, però, grazie a una serie di eventi e incontri, riescono a riavvicinarsi tutti e a decidere di tornare a casa.

L’ultimo romanzo, pubblicato nel 1970, il cui titolo potrebbe essere reso come Novembre nella valle dei Mumin (Sent i november, in inglese Moominvalley in November), ha un tono ancora più crepuscolare, influenzato dalla malattia della madre dell’autrice, che morirà proprio nell’anno di pubblicazione. È un libro sull’assenza e sulla perdita dei punti di riferimenti che, forse, si danno per scontati, in cui alcuni personaggi vanno a visitare i Mumin, sperando inutilmente di incontrarli perché loro, nel frattempo, sono andati nell’isola del faro (gli eventi descritti sono contemporanei a quelli di Papà Mumin al mare). È anche un romanzo sull’impossibilità di continuare a scrivere le storie delle sue creazioni perché con la scomparsa del genitore, la figlia non riesce più a trovare quella serenità, quella pace, quella gioia che i suoi personaggi le davano. Forse l’influenza della madre (rappresentata anche nella figura della nonna nel Libro dell’estate) era molto più profonda di quanto si potesse immaginare. Il finale del libro rende alla perfezione questo aspetto malinconico: Toft, l’orfano che era venuto a cercare i Mumin, intravede la luce di quella che potrebbe essere la barca della famiglia, mentre si avvicina verso la riva, e corre verso il molo, in attesa che attracchino e scendano a terra. Il lettore, come il personaggio di Toft, rimane ad aspettare il loro arrivo, sperando che si tratti davvero della famiglia dei troll e che tale attesa non si prolunghi all’infinito, come in una pièce di Samuel Beckett, per un arrivo che non avverrà mai.

A questo romanzo sarebbero seguiti solo due altri libri illustrati, anch’essi inediti in Italia: nel 1977 Den farliga resan (in inglese, The Dangerous Journey, cioè Il viaggio pericoloso) è una storia che, tematicamente si può collegare all’ultimo romanzo perché racconta il viaggio avventuroso (e in certi momenti pericoloso) di una bambina attraverso la valle dei Mumin. La famiglia compare solo alla fine, segnando, di nuovo, l’impossibilità di realizzare una storia con i suoi troll; nel 1980 viene pubblicato solo in svedese e finlandese Skurken i Muminhuset (potrebbe essere reso come Un nemico nella casa dei Mumin), in cui, sebbene nella storia compaiano i Mumin e, quindi, riesca a scriverne, il distacco psicologico è ormai insanabile: la storia, invece di essere accompagnata dalle illustrazioni di Tove Jansson, utilizza le foto dei modellini creati dalla stessa autrice e dalla sua compagna Tuulikki Pietilä, scattate dal fratello Per Olov Jansson. In maniera speculare al primo romanzo, Tove Jansson riesce a mettere su carte le parole, ma non riesce più a disegnare quelle creazioni verso cui aveva un legame strettissimo.

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