La sintesi dell’uomo solo

Stefano Tevini | Due calci al balloon |

Ho letto per la prima volta Lo Sconosciuto nell’edizione Einaudi, quel mattone che raccoglieva il ciclo iniziale, da Poche ore all’alba a Vacanze a Zahle. Forse non la veste più blasonata per quello che ritengo uno dei picchi dell’opera di Magnus ma non me n’è mai fregato granché, bastava spendere poco quando a vent’anni non lavoravi e sì, male non stavi ma non ti rotolavano i soldi fuori dalle tasche. A ogni modo l’ho amato al volo, da subito, perché come fai a non adorare un lavoro del genere. Non è stato il primo fumetto del Maestro che ho letto, e forse non arriva ai livelli fuori scala del suo testamento artistico, quel Texone che ho consumato peggio della cassettina dei Led Zeppelin che avevo nell’autoradio della Panda 30 (e quella l’ho mandata in pensione che letteralmente aveva cambiato forma), ma Lo Sconosciuto mi ha trasmesso un aspetto di Magnus che mai avevo assimilato con quella compiutezza. C’ero arrivato ma non così a fondo.

Ne discutevamo con altri appassionati della mia allora giovane età, e uno di loro indicando il volto di Unknow con gli occhiali da sole fece notare quante doveva averne passate, con quella faccia di cuoio. E sbam. La scossa elettrica. La sintesi. Quanto Magnus racconta, e quanto ogni fumettista dovrebbe raccontare, con la sintesi. In un solo ritratto saltano fuori tutti i flashback dalle zone di guerra, tutti gli spari nella notte, tutte le persone lasciate per terra in una pozza di sangue. Tutto quel che galleggia fuori dalla memoria lo vedi già in quell’espressione. E non è nemmeno il punto più alto della caratterizzazione di Unknow, un personaggio che non ha bisogno di pipponi introspettivi o monologhi interiori da latte cagliato alle ginocchia. Chi è te lo racconta in un pugno di tavole.

Prendi l’inizio di Largo delle tre api. Un flashback veloce. Un attimo di distrazione e boom. Unknow si risveglia a letto dopo aver sognato un momento pieno di morte e si prepara. Ecco, quella naturalezza di chi è lì dopo aver scandito la vita più con i cadaveri che con i rintocchi dell’orologio. Ed è lì da solo perché ha passato un punto di non ritorno, non sarà mai più normale e cos’altro può fare se non quella vita lì, chi altri può essere se non quella persona lì, viva per istinto e per fortuna, circondata di morte e irrimediabilmente, irreversibilmente sola. E la continuità di questa solitudine si realizza in quella panoramica meravigliosa di una Roma deserta, silenziosa, un istante prima che un’interazione, naturalmente violenta, riporti Unknow verso il suo passato che lo insegue e lo ritrova regolarmente, perché non ti è concesso affrancarti da un mondo del genere una volta che ne hai fatto parte. Ma quel momento, quella città perfettamente quieta, mi è tornato in mente anni dopo lungo il cammino di Santiago quando mi alzavo alle cinque e per qualche ora camminavo tutto da solo, con il buio e i rumori del mondo prima di incrociare altri esseri umani sul cammino.

Poi la storia comincia davvero, ma sembra quasi un’altra storia perché le cose si mettono in moto e in un certo senso questo fatto è rappresentato da quell’altra Roma, dal fumo e dalla calca di una manifestazione di piazza degenerata in bordello come spesso succedeva all’epoca. Due panorami, due Roma, due punti nel tempo che da soli raccontano tutto, quasi che il resto della vicenda conti poco anche se non è così, ogni numero ogni tavola di Lo Sconosciuto trabocca di roba importante ed è forse per questo che è semplice trovarci percorsi segreti e silenziosi come questo, che in una vicenda dinamica ricca di accadimenti ti racconta la sintesi della vita di un uomo solo.

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