Sconosciuto era il verme

Nina Grenzwert | Aperture facilitate |

di Nina Grenzwert

Sconosciuto era il verme.
Finché, nel 1979, Janet e Allan Ahlberg non lo introdussero al grande pubblico con accuratezza tassonomica e un solido approccio first things first.

Gettate così le basi a pagina uno, Janet e Allan approfondivano la tematica con un’estetica talmente pionieristica che, a ben guardarci, Olivero Toscani si rivela un plagiatore da quattro soldi, in ritardo come la puzza.

Questo lavoro eccezionale della coppia inglese arriva in Italia nel 1981, con il numero dieci nella collana Un libro in tasca per le edizioni EL. Se c’è qualcun altr* là fuori come me, qualcuno per cui questi titoli hanno più profondità, evocano più gioia e più dolore, meritano più attenzione critica e devozione de Il buio oltre la siepe, Anna Karenina e Orgoglio e pregiudizio messi insieme, scrivetemi per favore, facciamo amicizia, fondiamo un club, anzi una comunità e lasciamoci insieme alle spalle il resto del genere umano.

È una letteratura per bambini che non censura la paura, non schiva le ambiguità, non abusa della fantasia, non concilia, non rinuncia, non semplifica. Sono storie disegnate e scritte da adulti che non parlano in falsetto e non usano vezzeggiativi, che sono capaci però di sedersi per terra per aiutare a scavare una buca con le mani (alla ricerca di un verme?) o di soffiare su un ginocchio sbucciato. Autrici e autori che conoscono la voce dei bambini, ma non cercano di assolvere se stessi imitandola. Disegnatori e scrittrici che aborriscono l’infantilizzazione del reale, sanno che quella di restare piccoli non è che un’utopia reazionaria, e si accollano allegramente lo sforzo di reinventare il mondo con immaginazione ma anche con onestà.


E così in queste storie l’improbabile diventa possibile, anche se le fate latitano e la magia è più spesso quella del reale. Susanna, Marianna, Lucia, Maria, Marina, Rosina e Caterina, per esempio, sono sette lavandaie, sveglie e spicce come il tratto di Quentin Blake, che ha dato loro facce, mani e fianchi. Riescono a ribellarsi alle angherie di uno sfruttatore rinsecchito con cappello a cilindro. Come primo gesto rivoluzionario improvvisano un balletto, poi prendono la fuga su un carretto trainato da una capra. Nel fare razzia e rifornimento in qualche villaggio, liberano gli animali in vendita, suonano le campane e si impossessano anche di cappellini vezzosi, perché vogliono il pane, certo, ma anche le rose. E infatti alla fine con sette boscaioli fondano una comunità protosocialista sulla sponda del fiume. Qui, a differenza di re e principesse, vivono non genericamente felici e contente, ma, molto più concretamente, «passano il tempo come piace a loro». Una conquista che solo vere lavoratrici sanno quanto conti.

Nell’affresco finale a doppia pagina si indovina che la gestione dei figli è condivisa al fuori del nucleo familiare e che la divisione del lavoro si basa su un principio non di genere ma di solidarietà.

Le storie dei libri in tasca sono tutte diverse, anche se, in generale, si può affermare che i ricchi raramente ci fanno bella figura.

Il ricco vanitoso «Questo sindaco era un tipo che amava i bei vestiti. Aveva un lungo abito di velluto scarlatto e portava al collo una pesante catena d’oro che non toglieva mai, neanche quando andava a dormire.»   Il gatto e il diavolo, scritto da James Joyce, illustrato da Roger Blachon
Il ricco sfruttatore Il vecchio Baldassarre Strozzi «per tutto il giorno contava e ricontava i suoi soldi» e intanto faceva sgobbare senza tregua le sette lavandaie «per aumentare sempre più le sue entrate.» Finisce sepolto da una montagna di calzini sporchi.   La rivolta delle lavandaie, scritto da John Yeoman, illustrato da Quentin Blake
I ricchi inutili Un calzolaio povero osserva al di là di una siepe dei ricchi intenti in attività di alto valore sociale e intellettuale. Nel seguito gli sguinzaglieranno contro i loro cani.   Il calzolaio che voleva diventare ricco di Tony Ross

Rivalsa e sovversione sociale sono temi importanti, ma non gli unici. Ci sono storie casalinghe, intime e minute, e storie surreali, stranianti, rumorosamente non-sense. Storie che riscattano i maiali dalla diffamazione orwelliana. Storie in cui i mostri hanno paura e vanno consolati. Ben prima di Shrek, Un libro in tasca aveva già fatto a pezzetti le fiabe tradizionali e ricomposto le tessere in un gioioso multiverso anarchico.
A tradurre tutti i libri della collana è Giulio Lughi, che – immaginiamo – deve essersi divertito mica poco, se confrontiamo alcuni dei testi originali con le sue immaginose versioni italiane, a partire da alcuni titoli.

Quando scrivo a Giulio Lughi, lo immagino aprire la mia lettera profumata disteso su un letto di piume, intento a sorseggiare un cocktail, beandosi da quarant’anni del lavoro meraviglioso che ha fatto come traduttore dei libri in tasca e ripetendo tra sé e sé la conclusione del mostro peloso: «Vivremo felici e contenti – peli a quattro palmenti». Invece, guarda un po’, ha fatto tantissima altra roba e mi risponde, cortese, di avere svolto quel lavoro di traduzione a margine della sua attività professionale. Il mio apprezzamento, scrive, gli conferma che ha fatto bene a «coltivare quella pianticella selvatica» e con questa risposta mi fa felice per tre giorni.

Negli stessi anni de Un libro in tasca o poco dopo, lo stesso Lughi portava in Italia la collana dei librogame, stavolta come curatore e direttore, sempre per la casa editrice EL. Su questo fronte i collezionisti sono già attivi da tempo, si scambiano ricordi e informazioni sui forum, litigano sulle quotazioni, si complimentano per serie completate, scrivono recensioni, spaziano nei manga, nei giochi di ruolo e nei videogiochi. È un mondo di Dungeons and Dragons, di Vampiri e di tornei di soldatini dipinti a mano. A raccontarmelo è il mio amico Roberto, che ricorda l’incontro con il librogame come una folgorazione.

Ne tiene uno in mano e ogni dettaglio gli fa luccicare gli occhi. Mi indica il logo con il font digitale, poi il rettangolo colorato con il simbolo della serie (Grecia antica, alla corte di Re Artù, avventure stellari, lupo solitario, fantasy punk…), mi mostra le coppie di dadi disegnati all’angolo della pagina per simulare il lancio se non se ne avevano di veri a disposizione, e guardiamo insieme le illustrazioni in cui i personaggi del libro ti scrutano supplichevoli o minacciosi, ti vengono incontro dalla pagina, ti tendono una coppa oppure una mano artigliata. Perché il protagonista sei tu: ad ogni paragrafo una possibilità di scelta, una sfida o un indovinello ti fanno zigzagare per il libro a costruire la tua avventura.

Il libro in tasca e il librogame mi sembrano oggetti agli antipodi. Per me l’idea di un libro interattivo è un ossimoro: io leggo per il piacere di affidarmi con il massimo di passività e devozione a una storia. È una forma di schiavitù volontaria e senza riserve. Posso diventare molto aggressiva quando al cinema qualcuno mi sussurra all’orecchio intelligenti precognizioni sullo sviluppo della trama del film. E così i libri in tasca li ho consumati, sfogliati senza tregua avanti e indietro per bearmi ogni volta di una storia senza più sorprese o di un altro dettaglio ancora in un disegno già esplorato mille volte. L’idea di tirare un dado, entrare in lotta con uno gnomo, decidere se bere o no la pozione, mi getta in uno stato misto di ansia e noia. Lasciatemi sparire, lasciatemi leggere in pace.

Il libro in tasca e il libro game mi sembrano anche due universi paralleli, come la mia storia e quella di Roberto, che ci siamo incontrati diciottenni all’università alla fine dello scorso millennio: io venivo dal mare, lui dalla città, io dallo Stato della Chiesa, lui dalla rossa Emilia, io studiavo come una matta e prendevo frenetica appunti, lui se li fotocopiava da me il giorno prima dell’esame, io ascoltavo Vasco Rossi, lui The Prodigy. In un pub di via Mascarella tentò di coinvolgermi in un dibattito sul teletrasporto in Star Trek. Il teletrasportato, si chiedeva Roberto, viene annientato in un punto dello spazio-tempo e ricreato altrove, oppure continua di fatto a esistere anche a cavallo della singolarità del teletrasporto? Non capivo la differenza e non mi interessava: o mi mancava l’esperienza interattiva del librogame, oppure era già chiaro che come scienziata non valevo tanto.

Ma forse, se io e Roberto siamo diventati amici e lo siamo ancora trent’anni dopo, è anche perché quella casa editrice in qualche modo ci ha tirati su insieme, lui con la sua collezione e io con la mia. Siamo figli di un’epoca che aveva fatto della letteratura per ragazze e ragazzi uno strumento di educazione estetica, di emancipazione, di indagine così del verme come dell’altrettanto sconosciuta umanità.

Per concludere: Un libro in tasca, piccolo florilegio personale

Nr 1 Non far così, Carlotta! di Rosemary Wells

Il dramma della figlia sandwich raccontato e disegnato con tenerezza da Rosemary Wells, nel mio immaginario, la reincarnazione sobria e progressista di Beatrix Potter (che, mi dicono, era un’eccellente micologa, forse dovrei rivalutarla).

Nr. 3 Matilde e il fantasma scritto da Wilson Gage, illustrato da Marylin Hafner

Le avventure appassionanti di una contadina single e indipendente, in origine molto anziana ai miei occhi, ma di cui potrei avere ormai raggiunto l’età. Infatti i fantasmi hanno preso a frequentarmi, e i metodi di Matilde potranno presto tornare utili ai fini di una pacifica convivenza.

Nr. 27 Ciccio Porcello domani si sposa di Helme Heine

Dove si vede come i temi dell’identità si stessero già timidamente facendo strada. Una fiaba ancora eteronormativa ma già non convenzionale: un maiale si dipinge addosso una tonaca da prete e celebra un matrimonio, gli invitati esibiscono look spigliati, impreziositi da sciabole,  giarrettiere e intimo color porpora a vista.

Nr. 34 La bellezza del re scritto da Henriette Bichonnier, illustrato da Pef

Qui si scopre che anche i ricchi, in rarissimi casi, riescono a passare per la cruna dell’ago: un effetto tunnel subordinato a opportuni interventi di autocoscienza ed espiazione.

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