La funzione-Pratt?

Carlotta Vacchelli | Charlie don't surf |

Ossia, innamorarsi dei personaggi dei fumetti per esercitare il proprio diritto a rifiutare il vero amore

Prevedibilmente, anche io leggendo mi sono innamorata. Un cospicuo ammontare di volte. Ma pure guardando film, serie TV, cartoni animati, videoclip, trailer, perfino certe pubblicità di èmtivvì. Questo perché voi esseri umani siete creature fragili, suggestionabili, piene di desideri inconfessabili e pulsioni incontenibili. E benché io mi prodighi come posso per essere più postumana possibile, anche in me, nascosto sotto strati di costole e una mezza taglia scarsa di reggiseno che non porto giustappunto perché non c’è niente da reggere, guizza di extrasistoli un cuore affaticato dal tabagismo. Proprio come il vostro.

Voi, almeno quanto me: abbiamo tutti avuto una cotta letteraria. Una di quelle sberle da cui non ti riprenderai mai. Un k-hole, un trip. Quel festone tekno ineffabile su una spiaggia in Grecia ormai dimenticata in cui hai ballato per giorni sotto cassa abbigliata esclusivamente con una mutandina a perizoma di un costume striminzitissima, miglia e miglia lontana da tutti i costrutti sociali la cui competenza all’occorrenza sfoderi – manco qualcuno si mettesse in testa di assumerti, davvero, una volta per tutte. Quella volta in cui la tua migliore amica, in partenza all’aeroporto, ti ha preso per mano, il suo sguardo azzurro che squarciava il riflesso degli occhiali dietro cui malceli il tuo risentimento verso la società e il tuo senso di sconfitta verso i tempi moderni, e ti ha confortato soave: «ovunque io sarò, ci sarà sempre una casa per te». E stavate lì a onorare la solennità di quel momento con l’unica verità dell’esisterlo.

In altre parole, quell’archetipo con il quale confronterai tutte le persone che al di là di ogni cautela, buon senso e consiglio ti offrono il loro accompagnamento lungo un tratto più o meno faticoso di vita. E tu accetti, completamente irresponsabile verso tutti i coinvolti, loro malgrado.

Tornando alla letteratura, com’è ovvio, quando dico “crush letteraria” intendo “letteraria” in senso ampio, amplissimo. Espanso, esploso. Tutto ciò che ha un minimo di struttura narrativa che si approssima più o meno alla finzione, e personaggi che ne sprigionano i significati agendo o pensando cose. Ora, vedete di non spaccare i coglioni su cosa è o non è letteratura, per favore. Se Goffredofofi può dire che certi graficnovèl sono alta letteratura, allora chi siete voi per dire che non è così? (Esattamente come me, non siete nessuno, davanti all’abbattersi inopinabile dell’eterno ciaone, del silenzio stampa definitivo, del logout esistenziale).

Ci innamoriamo — a seconda del nostro profilo psicologico, della fase ormonale che stiamo attraversando a quell’ora del pomeriggio, o della luna in trigono con Saturno — di Mr Darcy, Mr Ripley, Zendaya, Khal Drogo, Buffy, Mia Wallace, Tua madre [quest’ultima da intendere in qualità di riferimento esplicito all’eterno femminino generazionale di Stacy’s mom (has got it goin’ on)]. E questo perché ognuno di loro è stato progettato da persone più intelligenti di noi per farci innamorare. Non è un caso: sono protagonisti pensati per essere affascinanti, memorabili, contorti quel tanto che basta da solleticare la nostra morbosa indiscrezione. Risultato: vogliamo saperne di più, sempre di più. Hanno un passato, commettono errori, agiscono per istinto, per disperazione, per interesse. Ci fanno arrabbiare. Ci seducono. Due giorni nella vita reale con uno di loro e finiremmo per nascondere i loro resti in una fossa in giardino, dopo averli presi ad accettate: eppure, sono così complessi che assomigliano proprio a noi e per questo non ci vorremmo trascorrere insieme nemmeno mezza giornata. Ma nei libri, nei film, nei fumetti? Perfetti.

Io, per additare i costumi di una persona qualunque, mi sono innamorata leggendo fumetti. Ora sono troppo vecchia, ingiallita e calcificata per innamorarmi di qualcuno, ma un tempo ero trepida di avventure (non è vero, ero anche peggio di adesso).

Qualche anno fa, ne parlavo con Santamatita a “Bande de Femmes 2023”, mentre presentavamo il suo esordio a fumetti L’ultima estate al cimitero (che è anche una lettura completa, se non l’avete già fatto, leggetelo).

Lei asserisce: «Da ragazzina avevo una cotta per Zanardi». Le rispondo: «Io per Corto Maltese».

Eccoci lì: per un istante la platea trattiene il respiro e ci trova perfette PERSONAGGE di fumetti colte nel fiore della nostra adolescenza sognante. Lei innamorata dell’individualista sociopatico, malvagio puro, incapace di empatia fino al midollo, il concentrato del male del secolo; io del finto-nichilista malinconico, in realtà autentico romantico, imprendibile, che preferisce dialogare anziché arrivare alle mani ma se sei fascio ti mena, non dice mai di no se qualcuno – specie oriunde seducenti – gli chiede di mettere a proprio servizio la sua expertise e il suo savoir faire, finisce per trovarsi sempre nei guai – e, alla fine, non scopa quasi mai [ebbene sì ho scritto scopare! ma chi cazzo so’ diventata? Le tipe der calippo e da’a bira in spiaggia a Ostia? Ma io non so…]. In compenso vivrà un botto perché si è allungato sulla mano la linea della vita con una lama di coltello, così da poter intraprendere il suo percorso di gentiluomo di fortuna, senza l’ombra di una paura.

Lei, artista, si confrontava col male assoluto, proiettando il suo interesse su qualcosa di completamente alieno da sé. Io, invece, stavo lì a spararmi le pose con il mio ego in foggia di affascinante marinaio disegnato.

Su una certezza, tuttavia, concordavamo: Dylan Dog è e resterà per sempre il sex symbol assoluto del fumetto italiano. Elegante, sentimentale, tormentato, un disastro affettivo ma dal cuore ingenuo al punto di accorgersi sempre e solo alla fine del numero che, proverbialmente, il vero mostro è quello che alberga dentro di noi. Daje forte Dylan, quando c’è sentimento, non c’è mai pentimento. Mi dispiace per Martin Mystère, John Doe, financo Caleb delle W.I.T.C.H., che comunque non mi ha mai convinta perché io come Hay Lin sono sempre stata team Paperinik: non è colpa vostra. Siete solo arrivati secondi.

Tornando a Corto Maltese, lo amavo di un amore così travolgente da scriverci la tesi triennale. 150 pagine di gratuita pedanteria sulla lingua del dialogo nei fumetti, con Leo Spitzer a farmi da scudo semantico per riuscire a farmi approvare il progetto all’Università di Pavia nel 2013. La verità è che volevo solo parlare di lui, di quella vignetta in cui entra in scena nella Ballata del mare salato. A distanza di diverse pagine dall’inizio della puntata: prima c’è Rasputin che sbraita e architetta manovre come si addice a un vero villain (ma anche un po’ spalla comica). E poi, finalmente, arriva Corto. Naufrago, legato a una zattera, barba incolta, zazzera scompigliata, vestiti gualciti, sguardo rivolto all’orizzonte, gabbiani aleggiano sullo sfondo. Apprendiamo qualche pagina dopo, appena tradito dal suo stesso equipaggio. Quindi: o è uno stronzo o è un martire. O entrambi. Ma comunque è già perdente. E già iconico.

Lì ho capito che il fumetto aveva fatto un passo oltre. Lì è cominciata la mia ossessione, la mia mania del controllo (che è anche l’unica vera metodologia critica che so applicare all’amore all’arte). Controllo ossessivo = amore impossibile = perfetto equilibrio per non sentirmi mai vulnerabile davvero. Applausi. Brava Carlotta, tu sì che hai finalmente scoperto come fare a sopravvivere. Genio. Grazie, Carlotta. Anche tu.

A me i fumetti mi piacciono perché sono complicati, stratificati, intermediali. Non puoi leggerli come romanzi, non puoi guardarli come film. Devi fare entrambe le cose e nessuna delle due. Devi considerare il ritmo, la forma della vignetta, il formato, il contesto editoriale, la funzione del segno, il silenzio, lo spazio pieno, lo spazio vuoto, l’equilibrio nella composizione, la devianza o la passività del montaggio. Tutto è rilevante. Tutto è malinconico, perché un bel pezzo ce lo metti tu, si basa sulla tua proiezione. Se leggete (Quasi), queste cose già le sapete (e se non lo leggete, non iniziate a farlo).

A questo punto – dato che ho già sprecato anni a leggere fumetti e a farmi le paranoie su di essi, oltre ad avere sprecato il vostro tempo per leggere fin qui – TEMPO CHE NON VI RIDARA’ NESSUNO – ho deciso di abbinare con discrezione due riferimenti teorici fondamentali per me per argomentare un pochino l’influenza di Corto Maltese non solo su di me, ma anche su qualche e senz’altro più utile caso studio. Spoiler: questi riferimenti stringi stringi sono anche alla base della mia plurisputtanata tesi di dottorato sulla funzione-Pazienza. Questo nonsolumsedetiam per continuare a mantenere un po’ di hype su ‘sta roba nella cerchia ombelicale del fumetto italiano.

Riferimento 1: Le Pathosformeln

Concetto avanzato inizialmente da Aby Warburg, ma io preferisco la versione di Ginzburg in Paura, reverenza, terrore. Le Pathosformeln sono gesti, espressioni, posture emotive che ritornano nei secoli, veicolando emozioni potenti. Per Ginzburg, sono indizi. Tracce che riaffiorano, trasformate, deformate nei sistemi rappresentazionali. Ogni gesto è un palinsesto affettivo.

Riferimento 2: Funzione-autore (Foucault)

L’autore, per Foucault, non è una persona ma un dispositivo: un filtro culturale, una funzione che regola l’esistenza e la legittimità di certi discorsi. Non ci interessa chi ha scritto, ma cosa significa che qualcuno possa essere considerato “autore”. (E perché lo è.)

Ora, tenetevi forte: secondo me Corto Maltese ha influenzato almeno due film italiani degli anni Sessanta-Settanta, anche se in modo obliquo e tangenziale. Ecco le due opere incriminate:

1. Nell’anno del Signore (Luigi Magni, 1969)

Leonida Montanari (Robert Hossein): riccioli indomiti, folte basette, orecchini a cerchietto, uniforme, sopracciglia aggrottate sopra uno sguardo pieno di avventura, fronte leggermente sporgente, camicia sbottonata sotto il tabarro scuro, entra in scena presentato nel suo profilo perfettamente dritto. Devo aggiungere altro? Come avete fatto a non accorgervene fino ad ora, dove avete gli occhi? Ho controllato che nessuno l’avesse detto prima di scriverlo, eh! Raga, è Corto in versione cospiratore carbonaro. Veste la divisa ma solo perché gli dona, è un viandante solitario, condannato a morte, che non abiura, non si pente, non si converte. Muore per un ideale – la laicità, l’anticlericalismo, la libertà – mentre il popolo che ha preferito la sua testa alla giustizia, lo guarda e tace. La bella che guarda il mare… Pensa un po’ guarda proprio il mare! Dove altro dovrebbe guardare la bella secondo il sosia di Corto Maltese?

Già all’inizio sappiamo che è spacciato. Ma che stile, ragazzi. Che eleganza nella sconfitta.

2. L’invenzione di Morel (Emidio Greco, 1974)

L’adattamento del romanzo di Bioy Casares comincia identico allo stesso ingresso di Corto nell’eterna malinconia della Ballata del mare salato: un naufrago sulla zattera, sfinito, cotto dal sole e dal sale, solo nel mezzo del nulla. Non sa dove si trova, non ha niente se non gli stracci che veste, almeno all’inizio cerca di escogitare qualche modo di collaborare con chi è già lì. È l’archetipo del perdente in partenza, che cerca di capire come muoversi e ci mette pure un bel po’ a farlo (dai… era abbastanza chiaro). È Corto Maltese, ma in un racconto di fantascienza filosofica.

Direi a questo punto che la fascinazione per Corto Maltese è ben argomentata e ho dato un minimo di senso a questo pezzo. Sarebbe opportuno proseguire la casistica con il rifacimento di Corto per i pennarelli di Paz, ma siete stanchi. E intanto la mia lettera d’amore a Corto Maltese che finalmente trovo il coraggio di spedire nell’etere, l’abbiamo portata a casa.

Esorto chi legge ad amare un personaggio, anziché a idealizzare un amore: perché almeno lì è già ideale, è di carta, vi permette di esercitare fino in fondo il vostro diritto a non amare veramente nessuno, se non potete, o non volete, perché siete troppo impegnati in qualche altra amena attività, per esempio leggere fumetti (o drogarvi!). O forse esorto chi legge a capire che i fumetti ci insegnano della vita molto meno di quanto siamo disposti ad ammettere. Ed è per questo che continuiamo a leggerli. E, proverbialmente, un fumetto letto in più è una notte d’amore in meno. Grazie a dio.

Senza troppi spargimenti di sangue.
Prestando molta attenzione.

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(Quasi)