A volte si parla di lettura d’evasione e, credo, si tende a farlo dando al sintagma una connotazione abbastanza negativa. Come a dire che spegniamo il cervello e ci lasciamo trasportare chissà dove da quello che stiamo leggendo. O che addirittura leggiamo distrattamente, magari pensando ad altro, alla cena da preparare, all’aperitivo da saltare, alle mail a cui rispondere e al feed da aggiornare. Un’evasione che sa di ulteriore noia e stanchezza, insomma.
Per me non è così.
Scoprii Corto Maltese grazie a un volume della collana “Serie Oro” della Gazzetta dello Sport, il sesto, per la precisione, intitolato Suite Caribeana. Non so ricostruire il periodo di quel primo approccio, sicuramente avevo più di diciassette anni e meno di ventidue. Delle storie raccolte nel brossurato a folgorarmi fu Mū, la città perduta, essenziale nel tratto, esplosiva nello sviluppo. Ricordo di non averla capita del tutto, ma di essermi lasciato trascinare dal flusso narrativo, esclamando «che figata!» all’ultima vignetta. Ne volevo ancora. Con i soldi a disposizione riuscii a recuperare nel mercato dell’usato vari fumetti di Corto Maltese, di formati ed editori diversi. Come spesso accade, però, a missione compiuta, accantonai il progetto di lettura complessiva, aspettando il momento giusto.

Arrivò nei primi mesi del 2018. Dovevo a tutti i costi evadere da una realtà lavorativa che mi faceva star male quotidianamente dal punto di vista sia fisico sia mentale. Ovviamente non volevo tirarmi indietro, avevo intenzione di onorare il contratto, fortunatamente di soli sette mesi, ma avevo bisogno di qualcosa che mi permettesse, almeno prima di dormire, di non pensare a quello che mi sarebbe toccato di lì a poche ore alla ripresa delle attività lavorative.
Tirai fuori dalla pila dei fumetti arretrati il blocco dei Corto Maltese e lessi metà volume a sera. Non più di metà, perché altrimenti sarebbero finiti troppo in fretta e non avrei più potuto accompagnare Corto di qua e di là per il mondo. Non meno di metà, perché poche pagine non mi bastavano.
Desideravo andare altrove, essere un altro, non per forza il marinaio, Rasputin sarebbe stata un’ottima opzione. Con quei baffoni e quel barbone! Mi è sempre stato simpatico alla vista: il nasone, un taglio di capelli improbabile, lo sguardo torvo e il ghigno pronto…
A distanza di anni, non ho più riletto quelle avventure. Ho ascoltato interviste a Hugo Pratt trovate su YouTube, ho letto contributi critici su di lui e sulle sue opere, ho consigliato alcuni volumi e ne ho regalati altri, ma no: non mi sono più spinto al di là di qualche sfogliata agli albi che tengo in libreria. Sono lì, a portata di mano e di sguardo, so che ci sono, ma soprattutto conosco i viaggi che mi hanno permesso di vivere in un periodo in cui, a parte i chilometri di code interminabili per andare e tornare dal lavoro, di viaggiare in carne e ossa non se ne parlava proprio.
Se per qualche assurda ragione potessi incontrare Pratt, con un po’ di soggezione ed enorme rispetto, gli esprimerei la mia gratitudine per esserci stato quando avevo bisogno di evadere, di scappare via, anche solo con metà fumetto a sera.
Sognava di diventare un calciatore professionista, ma a sedici anni si è svegliato e l’incubo è cominciato. Continua ad amare il calcio tanto quanto ama leggere fumetti di tutti i tipi. Cerca di sbarcare il lunario, scrive per QUASI e Lo Spazio Bianco, parla per il podcast hipsterisminerd e per LSB Live.