Un pettirosso, un manipolo di emulatori e una battaglia di mostri scorreggioni

Paolo Interdonato | post-it |

Lo sai, mi piace molto considerarli “disegnetti per perditempo”. I fumetti, dico. Andare in libreria o in edicola e trovare qualcosa che ho voglia di guardare mi è sempre più difficile. Prendo in mano un sacco di pubblicazioni, le sfoglio un po’ e le rimetto giù. Accozzaglie di disegni che, quando dicono di essere “fumetto”, mentono spudoratamente.

Il disegnomalismo è l’unico modello sostenibile per un mestiere che paga sempre meno. Se ti danno un paio di migliaia di euro per fare un libro di duecento pagine (e, di solito, gli editori pagano meno), vuol dire che quei disegni li devi sfornare a nastro, col rullo. E, poi, quel tomo, quel bel librone a fumetti, deve raccontare una storia privata, un grande dramma sociale o un pezzo di storia – anche assai recente – con sguardo impegnato. Perché l’editore, quel libro, vorrebbe venderlo, e sa che il miglior motore per il commercio è costruire un equivoco intorno al prodotto.

A me, della storia che racconta un fumetto, m’importa sega. Sono convinto che le “storie” in tutte le narrazioni di cui godo non possano essere staccate dal racconto che se ne fa. Chi – nel cinema, nella letteratura, nella pittura, nella canzone, … – trova una distinzione netta tra forma e contenuto sta, semplicemente, traslando una passione metafisica per anima e dio nelle narrazioni. Nel fumetto, dio e storia non esistono. La pagina è il racconto: mappa e territorio allo stesso tempo.

Ho un trucco infallibile per sapere se sono davanti a un fumetto. Lo apro a caso: se una coppia di pagine racconta qualcosa di chiaro senza che io abbia bisogno di leggere le parole, quello è un fumetto. Di solito ci trovo scarabocchi che, tra scarse capacità di costruzione dell’immagine e fretta nella realizzazione, mi allontanano, carico di orrore. (Faccio la stessa cosa anche con i libri di sole parole, ma lì devo leggere: chi scrive di solito usa i suoi strumenti anche peggio di chi disegna.)

Però a me i fumetti piacciono. Come tutti quelli che vivono in balia di disturbi ossessivo-compulsivi e di manie di controllo, mi do delle regole chiare. Se faccio acquisti in libreria, devo comprare almeno tre prodotti. Non so perché, ma nella mia vita è sempre andata così. Se trovo una pubblicazione che voglio comprare, non uscirò dal negozio fino a quando non ne avrò trovate almeno altre due.

L’ho fatto anche stavolta. Dopo essermi allontanato dall’area dedicata ai graphic novel a passo spedito, mi sono lanciato famelico su tre pubblicazioni che non vogliono nascondere in alcun modo la loro natura di disegnetti per perditempo. Le ho afferrate, portate in cassa, pagate, imbustate e infilate nello zaino. Ora, tra divano e tavolo del bar, posso sfogliarle con calma.

Ho preso “Batman & Robin: Anno uno” #7. È il settimo albo della serie di 12 che DC dedica al primo anno di carriera di Robin al fianco del cavaliere oscuro. Non mi rivelerò così didascalico da ricordarti che, ad aprire le danze alle serie dedicate all’anno uno, sono stati nientepopodimeno che Frank Miller e David Mazzucchelli e che, dopo il bellissimo Batman: Year One, è stato un florilegio di anni uno, due e tre dedicati a ogni membro della cittadinanza di Gotham City. Questo è un fascicolo firmato da Mark Waid e Chris Samnee, che, se non ricordo male, sono i due tipi che, a un certo punto, per Marvel, hanno provato a togliere la patina di tristezza e maledizione che, dopo il passaggio di Frank Miller, si è depositata su Daredevil. Trovo buffo che ora, in DC, i due lavorino su un’idea del canone milleriano (lo Year One, appunto), ma rimuovendo l’insopportabile voce narrante di Batman e inserendo nelle pagine dai toni cupi da “Anno uno” un Robin gigione che pare uscito da un telefilm con Adam West. Non saprò mai nulla di quella storia, ma è stato bello sfogliare quell’albo mentre sorseggiavo un gin tonic (non ti dico la marca, per non pubblicizzarlo, ma il gin che preferisco è secco e aromatizzato al cetriolo).

“Manga Issho” è una rivista di fumetti coprodotta da quattro editori. Negli intenti pare una di quelle vecchie barzellette xenofobe e nazionaliste: ci sono un tedesco, un francese, uno spagnolo e un italiano. Ogni numero, trimestrale, è un volumone di trecento pagine e costa relativamente poco (meno di sette euro). Lo sfoglio e mi faccio investire da questa carrellata di autori europei che costruiscono pagine in accordo agli stilemi più riconoscibili del manga: faccette piatte, occhioni, linee cinetiche come se l’inchiostro fosse gratis, retini spalmati a caso, vignette tagliate in obliquo… Mi piace molto osservare come il manga possa diventare un sistema normativo: regole formali entro le quali autori diversissimi devono muoversi, armonizzando i tempi del racconto e l’uso della pagina. I fumetti contenuti in questo volume hanno qualità discontinue. Ma tanto quelli con i soli faccioni con espressioni esasperate quanto quelli realizzati con una cura maniacale per sfondi e ambientazione hanno una caratteristica comune: calcano spudoratamente soluzioni viste altrove. Non che questo sia necessariamente un male, eh. La gran parte dei manga è fatta così. Anche loro sono costretti a rispettare la legge di Sturgeon e per il 90% sono merda. Quando entro in un negozio apro decine di manga (sì, sono io lo stronzo che mina l’integrità delle coste dei volumi, costringendo i feticisti a controllare tutti gli albi per scegliere quello messo meglio), e alla fine ne compro decisamente meno di quanti ne ho sfogliati. Ecco, “Manga Issho” è una raccolta, costruita con grande accuratezza, di tutti quei manga che non avrei preso. Come se qualcuno mi stesse indicando con cura ciò che non mi interessa.

E poi ho preso il diciannovesimo volume di Dandadan di Yukinobu Tatsu. Manga cazzone e carico di una volgarità ridanciana e scatologica che trovo molto divertente. Racconta di alieni e fantasmi cattivi e invadenti e della strenua difesa operata da un gruppetto sgangherato (ma se vuoi saperne di più, leggi l’articolo di Francesco Pelosi). Confronti in crescendo con avversari sempre più potenti e sblocco incrementale di nuovi poteri. Da Dragonball ai Pokemon, niente di originale, ma chissenefrega. La cosa veramente interessante di Dandadan è la costruzione delle battaglie con i mostri. Episodio dopo episodio, gli scontri si spostano su piani astrali che a me ricordano certe pagine assurde dello Steve Ditko più lisergico ai tempi di Doctor Strange. Pagine bellissime e piene di invenzioni. Ottime con un paio di birre (ho bevuto una lager messicana fighetta che non mi piace ma era in superpromozione al supermercato).

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