La rentrée, l’ultimo pastis e alcune riviste francesi di fumetti

Boris Battaglia | post-it |

Non lo so, giuro. Non so descriverti quello che mi succede quando arriva il momento di lasciare Marsiglia per tornare a Milano. Se fossi uno scrittore diplomato in qualche scuola di scrittura te lo descriverei come un vuoto, un’assenza, una specie di nostalgia all’incontrario, una tela di Penelope che si disfa. La cosa su cui insisterei è che non ho nessun desiderio del ritorno, ma il desiderio di restare, di non andarmene proprio. Lo so, questo scassa tutti i topoi narrativi, ma per me Marsiglia è come l’isola di Calipso, da cui non ho ragione alcuna di andarmene – se non quella dello stipendio a fine mese – per tornarmene a Itaca. Scusami, hai ragione. Il paragone con Ulisse è una roba retoricamente puerile, da scrittore diplomato in qualche scuola di scrittura creativa. Ed è pure sbagliato. A me non frega un cazzo di Itaca (cioè, fuor di metafora: di Milano… intendiamoci, non c’è altra città in Italia, nonostante gli sfratti e gli sgomberi agostani, che possa essere definita città, e io solo in una città posso vivere, ma non è questo il punto). Dove stare a vivere vorrei deciderlo io e vorrei starmene a Marsiglia, possibilmente tra l’Endoume e Malmousqe: vista mare. Ma fino adesso non è andata così. Non ho la fortuna di fare uno di quei lavori che puoi fare da qualsiasi luogo del mondo (quando ti basta una connessione) e quindi mi tocca di tornare a Milano (ribadisco, per quanto gentrificata, meglio che in qualsiasi altro luogo in Italia!) periodicamente.

Non sono diplomato in nessuna scuola di scrittura, né holden né monsù travet; ho imparato a scrivere in modo intellegibile alla fine della quinta elementare e da allora non ho fatto altro che seguire i consigli del mio maestro: soggetto, verbo, complemento. Non necessariamente in questa sequenza. Comunque, al di là della mia licenza elementare, quello che conta è Marsiglia.

Per alleviare il distacco ho una sorta di rito. L’ultima giornata cerco di farla scorrere nella più totale lentezza. Mi piace renderla il più lunga possibile. Perdo tempo. Giro senza meta. Verso sera passo all’edicola del Vieux-Port, unica delle poche rimaste aperte perché vende souvenir del cazzo ai turisti (meglio i turisti dei viaggiatori! ma di questo ne parliano un’altra volta), dove prendo tutte le riviste che mi suscitano un minimo interesse. Poi vado a farmi l’ultimo (di tanti) pastis al bistrot l’Horolge in cours Honorè d’Estienne d’Orves (praticamente dietro place aux Huiles). Mi siedo a un tavolino e inizio a sfogliare le riviste appena comprate. Nel pacco di riviste non mancano mai l’ultimo numero di “Spirou” e di “Fluide Glacial”.

“Fluide Glacial” ha compiuto 50 anni a maggio di quest’anno. Come “Linus” è una rivista tenuta in vita per motivi che esulano dalla mia comprensione, che, essendo io un essere semplice si riducono a due alternative: farci i soldi o almeno farci in perdita una cosa fighissima. Non so se “Fluide” la fanno in perdita (mi auguro di no), ma il problema è che oggi “Fluid Glacial” non fa ridere ed è tutt’altro che una cosa fighissima! Proprio per niente.  Anzi, a leggerla mette una tristezza che ti fa venire voglia di piangere. Per dirti: mentre leggi le due tavole di Goossens ti viene da gridargli: smettila, è un gioco che ha iniziato Mark Twain (inarrivabile in Huckleberry Finn), che Renè Goscinny ha portato a topos e che Ralph Konig ha riletto in tutti i modi possibili. Per farmi ridere usando questa formula devi inventarti qualcosa di cui non sei in grado.

Nemmeno Julien Solé e Arnaud Le Gouëfflec riescono a strapparmi un sorriso. Però con il loro Gotlib, une vie en bandessinée hanno almeno un merito, quello di affrontare la biografia del papà della rivista per cui pubblicano, proprio nell’anno del suo cinquantenario, con una libertà critica e ironica che purtroppo in Italia, il paese delle agiografie che non offendono gli eredi, ci sogniamo.

Quando arrivo alle due pagine di Lewis Trondheim tiro un sospiro di sollievo. Dai, mi dico, adesso una bella risata me la faccio. Invece no. Il suo Monsier M… è un centone di scenette scatologiche con la stessa originalità e la stessa eleganza di un film di Neri Parenti. Un incidente di percorso può capitare a tutti, penso, mentre chiudo “Fluide”, figurati a uno che ha il suo ritmo produttivo.

Ho il cuore duro, non piango e apro “Spirou”. Un periodico ultraottuagenario, di cui prima o poi dovrò pur raccontarti la storia, che cerca in ogni modo (e per ragioni a me incomprensibili) di prolungare la propria agonia. Pubblica a puntate storie che poi verranno raccolte in album per i tipi di Dupuis. Quello che ho tra le mani è il numero 4556 del 6 agosto 2025.

Le prime pagine mi riconciliano con l’idea di rivista. In Working Dead Marc Dubuisson e Stella Lory raccontano le vicende di un neodiplomato alla scoperta del mondo del lavoro. Tranne lui, nell’azienda in cui è stato assunto sono tutti zombie. Certo, niente di nuovo. L’idea di un mondo di zombie senzienti non è certo originale, almeno da Warm Bodies di Jonathan Levine. Trovo però molto interessante l’idea di proporre, al pubblico di preadolescenti cui è destinato “Spirou”, l’ideologia di George Romero che usava la figura dello zombie come metafora della disumanizzazione della società capitalistica. Dire ai propri giovani lettori (sempre che i lettori di “Spirou” siano giovani e non tutti vecchi nostalgici all’incontrario come me) che solo tenendosi lontano dall’aberrazione del lavoro salariato non corrono il rischio di diventare morti viventi (morti lavoranti!) mi sembra, se non un atto rivoluzionario, quanto meno una presa di posizione coraggiosa.

Il problema sono le storie che arrivano dopo. Cose noiose come il Pym di Fuat Erkol e Clémentine Bouvier, o insensatamente datate (sembra uno di quei patetici fumetti per ragazzini degli anni Sessanta) come Les tuniques bleues di Neidhardt e Lambil, o incredibilmente brutte come Tanis di Valerie Mangin, Denis Bajram e Stéphane Perger (ce ne volevano tre per raggiungere un livello simile di bruttezza, una persona sola non ne sarebbe stata capace!).

Tengo duro e arrivo alla ciliegina. La storia che mi aspettavo e pregustavo. Le trésor de San Inferno, un’avventura di Spirou e Fantasio scritta da Trondheim e disegnata da Fabrice Tarrin. Di Tarrin avevo amato Violine (scritta da Didier Tronchet) e l’autobiografico Charlotte Gainsbourg Mon Amour; di Trondheim credo di aver amato quasi tutto, fino al numero appena sfogliato di “Fluide”, quindi avevo grandi aspettative. E grandissima è stata la delusione.

Disegni senza alcuna personalità al servizio di una storia floscia, fatta tutta di clichè stantii. Arrivo alla fine della puntata a fatica, con il sospetto che Tarrin abbia tirato via annoiato, tanto quanto me, dalla sceneggiatura, e che riguardo a Trondheim forse non si tratta di errori di percorso, ma del fatto che l’iperproduttività ne abbia esaurito la vena.

Chiudo “Spirou” e apro “Les Inrockuptibles”, il numero speciale sul sesso che esce ogni estate. Leggo un’intervista molto interessante, ma te ne parlo nel prossimo post-it. Questo lo chiudiamo con Trondheim. A fine agosto uscirà (per chi legge questo post-it il volume è uscito il 29 agosto) la diciassettesima avventura di Lapinot. Non vedo l’ora di leggerla e di ricredermi sul suo autore. Sarà il primo libro che terrò in mano alla rentrée. Intanto mi ordino un altro pastis.

Ti è piaciuto? Condividi questo articolo con qualcun* a cui vuoi bene:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

(Quasi)