Probabilmente mi avresti trovato all’angolo tra Durant e Telegraph Avenue

Arabella Strange | Rorschach |

Ieri notte ho finito di leggere Telegraph Avenue e poi non sono più riuscita a dormire. Ho sognato un po’ verso l’alba, e poi è suonata la sveglia e sono venuta a lavorare in biblioteca. Devo restituire il libro ma faccio fatica a separarmene. Il fatto che io contempli di acquistare un libro (per di più tradotto), mentre la mia casa esplode, dà la misura di quanto mi sia piaciuto. Anzi, di quanto me ne sia innamorata. E del lavoro magnifico fatto dai due traduttori, Matteo Colombo e Massimo Birattari.

Ho poco tempo. Da vivere, intendo. La mia percezione è questa. Ho 61 anni e non ho voglia di fermarmi sui libri che non mi piacciono. Piuttosto ci faccio un secondo giro se qualcuno mi convince che sono stata affrettata nel mollarlo a pagina 30, o a pagina 3, o anche 1, a volte. Sono annichilita dalla bruttezza e dalla banalità che mi vengono spinte a forza perché le mandi giù, come se fossi un maiale da ingrasso, dai social media mentre cerco i miei gruppi sui gatti e i corvi, dalle radio nei supermercati, dalle casse che sparano merda fuori dai rifugi in montagna, dalle conversazioni ad alta voce al telefono sui treni, e dal volume a mille dei tiktok che ascoltano i ragazzini sulla metro quando ritorno di notte e voglio solo vedere il buio e le luci che sfilano fuori dai vetri. Sono stronza e talmente annichilita che i libri, almeno quelli, voglio che siano belli. Belli per me (da qui in poi diamo per scontato che quello che dico vale per me e basta, e siccome la mia è la cifra dell’entusiasmo il fatto che siano belli per me brucerà con la forza di mille soli).

Michael Chabon (si legge più o meno Sceiban, se vi interessa, io l’ho cercato in rete perché sono ossessionata dalle pronunce) l’ho conosciuto quando ho visto Wonder Boys e sono subito corsa a leggere il libro. Era più o meno l’inizio degli anni Zero e per una felice congiuntura il fatto che io ormai non potessi non vedere il professore scrittore Grady Tripp con la faccia di Michael Douglas e il suo agente Terry Crabtree con quella di Robert Downey Jr. non ha fatto che aumentare la mia gioia. Il cast è stellare (Douglas, Downey e Tobey Maguire segnano secondo me uno dei punti più alti delle loro carriere; Frances MacDormand no, perché lei ha solo punti alti) e la storia resa molto bene: ci sono uno scrittore ossessionato dal secondo libro che sta diventando lungo migliaia di pagine senza avvicinarsi alla conclusione, un agente ansioso che se non porta a casa un Grande Romanzo Americano rischia di essere licenziato, un’amante snervata dalle attese, un giovanissimo autore confuso e suicidario, un collezionista di cimeli americani e la giacca di Marilyn Monroe quando ha sposato Joe Di Maggio, l’ambiente accademico, molte canne, il caos.
Il libro è magnifico (scandito: ma-gni-fi-co). Ora che l’ho scritto mi rendo conto che una delle doti di Chabon è proprio gestire il caos. Immagino che in Tripp ci sia molto di lui, non certo perché non riesca a terminare i libri, ma perché l’abbandono gioioso con cui costruisce i personaggi e le loro storie è lo stesso raccontato nella scena in cui Tripp, Crabtree e il giovane James Leer seduti in un bar immaginano le storie delle persone sedute a un altro tavolo. Il fatto che io non abbia mai trovato nessuno con cui giocare questo gioco spiega perché sia approdata al tavolo di Dungeons & Dragons. Quando Leer interviene e aggiunge dei dettagli, Crabtree (che vuole anche portarselo a letto, ma è sincero) dice a Tripp: «Vedi? È uno di noi».
Poi Chabon ha vinto il Pulitzer con Le fantastiche avventure di Kavalier e Clay ma io mi sono stufata e l’ho mollato dopo un centinaio di pagine. Credo che il problema sia stata la mia ignoranza tragica – nonostante i consigli ispirati di molti amici – del mondo dei fumetti.
Mentre vagabondavo nel catalogo delle biblioteche bresciane e cremonesi quest’estate – fino a che farò questo lavoro posso contare su un’abbondanza di questo tipo di incidenti felici – ho visto Telegraph Avenue. Me lo sono portato in vacanza. L’ho finito stanotte. Insonnia. Post su Facebook esaltato che ho dovuto riscrivere quasi del tutto perché c’era un refuso ogni due parole. Non voglio staccarmi da personaggi, non voglio andarmene da Telegraph Avenue.

Tra l’altro com’è che mi ricordavo di Telegraph Avenue?


Ah, già. I Rancid.

«I was there in the rain
Man, even if them skies were blue
You can find me on the corner of Durant
And Telegraph Avenue»

Musica per bianchi, che ha poco a che fare come il “Brokeland records”, il negozio di vinili di seconda mano jazz-soul-funky e qualunque altra cosa abbiano suonato dei musicisti neri, a volte insieme a musicisti bianchi. Ma la canzone riporta a Mario Savio che pronuncia i suoi freedom speeches per fare presente che «Se non vi alzate in piedi per le vostre libertà siete spacciati»e, e il capitalismo con le sue maschere è uno dei protagonisti assoluti del libro. Tra Berkeley e Oakland sorge il “Brokeland Records”, un negozio in cui vorrei passare le mie giornate. L’ho fatta con un altro negozio, pieno di musica bianca, per tutti gli anni Ottanta e i Novanta. Mi manca tantissimo. Entri, saluti il proprietario, saluti gli altri clienti – ne conosci almeno la metà, se in quel momento ce ne sono due li conosci entrambi. Fai passare i vinili. Chiacchieri. A volte compri – io ero povera e compravo poco ma ho amici che hanno muri di vinili a casa loro. Dentro il “Brokeland Records” ci sono i due proprietari, Archy Stallings (nero) e Nat Jaffe (bianco). Si sono conosciuti suonando insieme. Hanno messo in piedi il loro sogno, vivendo sempre sull’orlo del fallimento ma riunendo una comunità di appassionati con cui passano le giornate. Ma la resa dei conti arriva nelle vesti di Gibson “G Bad” Goode, ex quarterback dei Pittsburgh Steelers e ora presidente e amministratore delegato di Dogpile Records e Dogpile Films, «che può creare un enorme emporio in cui vendere un’ampia selezione di interesse generale più una sezione specializzata dedicata alla cultura afroamericana in tutta, come si era espresso Goode nella conferenza stampa, “la sua variegata ricchezza”.»

È il 2004 e intorno al negozio di Archy e Nat ruotano moltissime storie. Quelle di Gwen e Aviva, le loro mogli ostetriche – di cui una incinta – che scazzano coi medici. Quella di Luther Stalling, l’ingombrante padre ex alcolista, ex tossico, ex divo del kung fu nei film d’azione della Blacksploitation, di Cochise Jones, l’anziano musicista che abita con il suo pappagallo Cinquantotto su uno sgabello del “Brokeland”, dei vari figuri che hanno potere a diverso titolo nel quartiere – consiglieri municipali, impresari di pompe funebri, loro scagnozzi – ma la parola è greve, sono guardie del corpo, aiutanti, ognuno con i suoi cazzi e le sue tristezze – e infine di due ragazzini quattordicenni, Julie, il figlio di Nat e Aviva, e Titus, il figlio che Archy non ha mai né conosciuto né riconosciuto ma che piomba in Telegraph Avenue da Tyler, Texas, furibondo e senza famiglia, proprio mentre Archy si è appena fatto sbattere fuori di casa dalla moglie dopo l’ennesimo tradimento.
Chabon è generoso con i suoi personaggi e le loro storie. Si diverte come Crabtree e Tripp al tavolo del bar. A me sembra di essere seduta al tavolo con loro, Crabtree, Tripp e Chabon, con le nocche bianche dall’entusiasmo, a farmi spazzare via dalla loro immaginazione. E dalla mia, che compone freneticamente il cast del film. 

Dichiaro subito che amo senza remore Nat, che è facile all’ira e ha sempre una musica che gli suona nel cervello, cosa che a tratti lo fa uscire di senno, ma è un marito e un papà tenerissimo, e per me è assolutamente Richie Jerimovich di The Bear (ti amo, cazzo!), e suo figlio Julie, «lo stesso tenero schizoide di sempre, quello che percepiva armonie segrete, scriveva poesie in klingon, si dipingeva sulle unghie faccine di Jack Skellington». E che a un certo punto attaccherà un energumeno con una katana di legno. Credo di essere una lettrice che mette al primo posto i personaggi, devo fregarmi qualcosa di loro, e di questi due mi frega tantissimo.

Ma anche il dramma del “Brokeland Records” e del quartiere in cui si è reincarnato più volte come negozio, bottega di barbiere e infine di negozio di vinili mi ha preso il cuore. È l’età: è fantastico sentirmi libera di leggere – o guardare – solo quello che mi va senza ansie da prestazione; è debilitante ricordarsi perfettamente di esperienze irripetibili e collettive, legate a luoghi che non esistono più e supporti che sono oggi la gioia di pochissimi e tutti sopra i 45 anni. Il passaggio dal materiale all’immateriale nel mondo della musica è stato un bombardamento a tappeto. Non la voglio menare con la trenodia di «ah, i vinili con i lati A e B e una sequenza significativa scelta dall’artista!», si sono estinti i dinosauri, mi estinguerò anch’io, chissene. Io abito per lo più nel mondo dei libri, e i formati materiale e immateriale al momento coesistono. Resta il fatto che un libro di carta lo puoi passare a un amico, mentre tutti i formati elettronici sul mio tablet – davvero, mi esplode la casa – sono per me e per me sola. Se ti piace compratelo. Se mi piace faccio una sbrodolata qui. C’è da dire che l’e-book non lo presti per perderlo per sempre, e un po’ è bello, e un po’ no.

«Sapeva che finanziariamente lui e Nat stavano precipitando e le spirali erano sempre più strette. Ed ecco che spuntava un tizio che poteva permettersi, perfino adesso che le catene di negozi di dischi fallivano e chiunque poteva scaricare intere discoteche gratis e infilarsele in tasca, di aprire un negozio di vinili usati strafigo , cinque volte più grande del “Brokeland” con un assortimento dieci volte più vasto e, solo per la gloria e il piacere di farlo, di vederlo fallire per sempre, foraggiato da all’infinito dal suo impero mediatico, dalla vendita dei suoi diritti d’immagine, dal suo tocco alchemico per gli affari immobiliari dei ghetti. E un sabato pomeriggio quel tizio se ne era entrato tutto disinvolto al “Brokeland”, come un re in borghese, a calare il sandalo sul collo dei vinti.»

Mi sono innamorata di tutto. Magari da come ne parlo sembra quell’inutile agglomerato di personaggi dai nomi strani e citazioni dei romanzi postmoderni (argh, no). Chabon anche quando scrive pagine su pagine parlando di musica, e io ne capisco il 10%, non rompe mai le palle. Tutti i suoi personaggi hanno un’anima, se compare un dirigibile – compare – c’è un perché, e il sesso e l’amore abitano questo libro con leggerezza e tenerezza.

Ho detto che Chabon scrive da paura? Che in questo libro ci sono miliardi di parole ma non ne avanza neanche una?

E poi fa ridere. Ho riso tantissimo. Chabon descrive le cose senza mai perdere di vista il fatto che tutto fa ridere senza essere una farsa, e tutto è tragico e quindi ridere è un’attività fondamentale e serissima. Non c’è disprezzo, non c’è rabbia nel suo modo di raccontare. Non c’è nemmeno pacificazione, piuttosto una ricerca di qualche briciola di pace interiore che è comunque destinata a esaurirsi prestissimo, ma va be’, con un po’ di fortuna ce ne sarà un’altra un po’ più avanti. Ma per lo più c’è il caos ed è bene non piangersi addosso, e questa, mi sembra, è la lezione del jazz.

Questo libro sfavillante di colori si apre e si chiude con uno stesso personaggio che nel delirio non avevo notato ma mi è appena venuto in mente come la lampadina dell’eureka, ho controllato e eccolo lì, a chiudere il cerchio, e a me va bene così, siamo d’accordo, Michael, ti ringrazio, ci ho  messo otto anni ad accorgermi di questo libro e credo ne sia valsa la pena perché questa fine dell’estate con la gente di Telegraph Avenue è stata fantastica come uno spettacolo di fuochi d’artificio, e mi fai davvero sperare che ci sia sempre il modo di «rimettere insieme il mondo, un’altra volta».

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