Giovedì 4 dicembre 2025: Manco un cece

Periodicamente mi viene voglia di tenere un diario segreto. Hai presente? Uno di quei quaderni con la copertina dura, rivestita di pelle nera, tenuta chiusa da un lucchetto dalla foggia inusuale. Pagine intime e accoglienti, in cui scrivere i miei più oscuri segreti. Poi, quando inizio a scriverci, mi accorgo che sto comunque parlando con te. Già. E non sono neanche sicuro di conoscerti. Evidentemente non ho un buon rapporto con i segreti. In fondo il mio amico Kam me lo ha sempre detto: «Non sai tenerti manco un cece. Tutto quello che ti succede lo devi raccontare a tutti.»
Claudio, editore e webmaster, mi rinfaccia sempre tutto il lavoro inutile che gli faccio fare. Sottolinea tutte le aree, bellissime e riconoscibili, nelle quali ha scomposto l’home page di (Quasi). Ognuno di questi box, miniati con cura sulla pagina del sito, riservato a una qualche idea geniale che io o quell’altro abbiamo coccolato per dieci minuti, prima di disamorarci. Per esempio, lo spazio dei post-it si muove pochissimo. Doveva essere là, come area di disimpegno, per ospitare idee veloci, consigli di lettura, microrecensioni, notiziole… Lo vedi: è pieno di zanzare nell’ambra.
Direi che posso occuparlo con il mio diario segreto. Com’era quella storia dei due piccioni?
Dicembre è un buon momento per rileggere Marc Bloch. Magari nella nuova edizione Feltrinelli del Mestiere di storico, intitolata Apologia della storia e curata da Massimo Mastrogregori. L’introduzione si apre con una domanda apparentemente ingenua: «Papà, allora spiegami a che serve la storia?» E, da lì, lo storico ci regala un sublime manuale di metodo. Quella domanda non è ingenua per un cazzo. O forse sì, ma, siccome me la pongo continuamente su quasi tutto, non sono in grado di riconoscerne l’ingenuità. Per esempio: «Papà, allora spiegami a che serve la critica?»
Venerdì 5 dicembre 2025: La musica di Natale

Il venerdì è il giorno delle uscite discografiche. Siccome si avvicina Natale, compaiono le edizioni belle, quelle che è sempre figo mettere sotto l’albero, che poi non saranno ascoltate perché chi ci ha voglia di alzarsi e mettere i dischi nel lettore, quando quell’app è così comoda da usare e, col Bluetooth, la si appiccica a qualsiasi cassa. Scatole meravigliose piene di dischi e vinili, destinate a suscitare gioia per un’ora e a coprirsi di polvere e rimpianto per il resto dei loro giorni.
È uscito Memento Mori: Mexico City dei Depeche Mode. Due ore di musica dal vivo registrata durante i tre concerti sold out tenuti, nel settembre 2023, al Foro Sol Stadium. Ci sono quattro brani inediti, tratti dalle sessioni di registrazioni dell’album Memento Mori, inciso per «trovare stabilità in ciò che conosciamo e amiamo e concentrarci su ciò che dà significato e scopo alla vita», dopo la morte di Andy Fletcher. E poi ci sono tutte ma proprio tutte le tue canzoni preferite dei Depeche Mode, dal vivo. Puoi comprarlo nel box con due CD o in quello con quattro LP, se ancora subisci l’inspiegabile fascino analogico del vinile.
Nick Cave & The Bad Seeds sono stati a spasso per Europa e Nord America con il “Wild God Tour”. Da tutto questo girovagare sono state estratte le registrazioni di quindici brani ed ecco Live God. Non ho mai capito perché ti piaccia così tanto. Qualche volta, negli anni, hai probabilmente cercato di spiegarmelo, sottolineando la quantità di prosciutto che mi fodera le orecchie. Io continuo a considerarlo un gran paraculo che ha fatto canzoni carine. E, ancora oggi, ogni volta che ascolto Into My Arms, non riesco a non scoppiare a ridere. Rido di gusto ogni volta che sento quell’incredibile esercizio di stile per incastrare un plurale fuori metrica in un verso che scarliga più di una Pontiac Aztek sul ghiaccio: «Intummaiaaarm… sss… haha… Intummaiaaarm… sss… haha».
Sabato 6 dicembre 2025: Le mutande stampate nella plastica della Barbie

Come spesso succede il sabato, Carlotta mi trascina al cinema. Entrare in sala al passo di una quasi novenne mi costringe a sfruculiare tra tutta la produzione specificamente realizzata per i bambini. Facci caso, i film per bambini sono sempre oggetti seriali. Un titolo e un numero ordinale che ti fa sempre sentire un po’ fuori posto. Come se la storia fosse iniziata prima che tu te ne accorgessi. Sono così vecchio che ancora ricordo quando al cinema ci arrivavi all’ora che volevi, compravi il biglietto, cercavi al buio un posto tutto per te e iniziavi a vedere il film. Ecco; andare a vedere il film di una serie cinematografica è un po’ così, arrivi quando tutto è iniziato. E, dannazione, mica puoi aspettare dopo i titoli di coda per vedere come iniziava. Ti tocca fare tutto da solo, a botte di piattaforme di streaming o di pirateria. Questa settimana mi è andata di lusso: abbiamo visto Zootropolis 2 e ci siamo divertiti un sacco.
Oh! È una macchina da incassi pesanti: 950 milioni di dollari finora! Parla di una città – che in originale si chiama, con affilato acume, Zootopia – in cui gli animali vivono tutti insieme. Pace e armonia, apparentemente. Ma non è così. In un mondo in cui le diversità tra specie si sovrappongono a quelle tra generi, razze, religioni e tutte le creature che si muovono in giro si trasformano e si travestono continuamente, ogni kink è lecito. A me è parso un film profondamente erotico, pur rifiutando qualsiasi pratica della sessualità. C’è poi questo assurdo paradosso: alcuni degli animali che si muovono in scena sono davvero cattivi. Rubano, uccidono, massacrano, rapinano, torturano, sottomettono, infangano… Ma niente sesso. Ogni forma di prossimità dei corpi, anche quella più sublime tra la volpe rossa e la coniglietta, viene sublimata in amicizia. Ed è vero che è un’altra forma d’amore. Però, non vedo lora di vedere i personaggi di un film Disney scopare.
Domenica 7 dicembre 2025: Lotta di classe e trip lisergici


Sarebbe bello avere qualcosa da dire sulla Prima della Scala. Pare sia l’evento culturale italiano per eccellenza, quello che inaugura la stagione. Quest’anno aveva pure un titolo interessante: Una Lady Macbeth del distretto di Mcensk di Dmitrij Šostakovič, diretta dal Maestro Riccardo Chailly, con la regia di Vasily Barkhatov. Ci sarei pure andato, ma con il mio abitino d’ordinanza – jeans, camicia e scarp del tennis – non mi ci fanno entrare. È, ancora una volta, lotta di classe!
Allora, resto a muovermi tra le robe per noi figli di operai. È giunto il momento che ti dica qual è la serie di comic book di supereroi che devi guardare molto bene quest’anno. Sai bene che periodicamente ne viene fuori una che merita più attenzione delle altre. Robe tipo “Hawkeye”di Matt Fraction e David Aja tra il 2012 e il 2015, “Doctor Strange” di Jason Aaron e Chris Bachalo dal 2015 al 2017 o, addirittura, “The Immortal Hulk” di Al Ewing e Joe Bennett (che però a me è parsa risciacquo dei piatti sporchi altrui) tra il 2018 e il 2021.
Quest’anno, mi pare proprio si debba sfogliare “Absolute Martian Manhunter”. Lo trovi in fascicoletti spillati da quattro euro (a ricordarci che i fumetti – pur non essendo la Prima della Scala – sono un lusso da ricchi e chi legge scan in rete non sta facendo – davvero – nulla di male). Una miniserie di sei numeri scritta da David Camp (nomen omen) e disegnata da Javier Rodriguez. In italiano per Panini trovi i primi due. Pagine ultrapop meravigliose che a me fanno pensare a David Aja, Steve Ditko, Guido Crepax, David Lapham, Pravda la Survireuse, Yellow Submarine, … Poi, sono certo mi voglia anche dire la storia di un personaggio eroico. Io, purtroppo, obnubilato dalle pagine me ne sto fregando e mi perdo in quei colori.
Lunedì 8 dicembre 2025: Mordersi la lingua
Mi è successa una cosa dolorosa e molto intima. Non te la posso dire.
Fino a quando non smette di sanguinare, continuerò a farfugliare.
Martedì 9 dicembre 2025: #ilpiattopiange

Martedì è il giorno peggiore. Lavoro da casa e le trattoriacce qui intorno, quelle in cui vado a mangiare un boccone, hanno sincronizzato il loro giorno di chiusura. Me li vedo mentre organizzano una riunione da cospiratori: «Rompiamo i coglioni all’Interdonato!» Niente cinese, niente spaghetti al pomodoro, niente pizza, niente menu a prezzo fisso. Nemmeno il kebab! Resta solo il supermercato in cui infilarsi rapace per catturare una di quelle zuppe pronte da scaldare nel microonde. Quella scodella fumante sente di troppo cumino, plastica e verdure industriali cotte male. Sente di martedì.
Mercoledì 10 dicembre 2025: Appena fuori le mura di casa

Oggi, avresti dovuto comprare il quotidiano “Domani”. C’era un articolo di Benedetta Barone sulla vita della sorella di Virginia Woolf: “Un laboratorio di libertà: la vita di Vanessa Bell”. Copio il sommario (che è, più o meno, tutto quello che puoi leggere dal sito, se – come me – non hai un abbonamento):
«La casa di Charleston di Vanessa Bell, sorella di Virginia Woolf, non è stata solo un punto di ritrovo per gli intellettuali e artisti inglesi di inizio Novecento. Ha rappresentato anche un laboratorio di quella che oggi chiameremmo fluidità, dove si respirava una libertà sessuale quasi eversiva per l’epoca».
In questo periodo ho proprio voglia di leggere Woolf. Due titoli in particolare, che conosco poco e male, perché leggiucchiati a spizzichi e mozzichi in momenti diversi: Una stanza tutta per sé e Le tre ghinee. Ho sentito una lezione di Carlotta Cossutta proprio dedicata a quei due saggi e non mi mollano più.

Scrive e parla, da almeno un quarto di secolo e quasi mai a sproposito, di fumetto e illustrazione . Ha imparato a districarsi nella vita, a colpi di karate, crescendo al Lazzaretto di Senago. Nonostante non viva più al Lazzaretto ha mantenuto il pessimo carattere e frequenta ancora gente poco raccomandabile, tipo Boris, con il quale, dopo una serata di quelle che non ti ricordi come sono cominciate, ha deciso di prendersi cura di (Quasi).