Cartolina da Torino: la città è a colori, il film è in bianco e nero

Arabella Strange | Rorschach |

(Always, di Cheng Deming, Cina-USA, 2025) 

Tornata da Torino, quello che mi ricordo è il sole che dipinge d’oro il triangolo acuto della Mole sullo sfondo indaco del cielo di dicembre – una luce inaspettata che è durata due giorni, il centro di Torino sembrava Parigi – e Always, il documentario di Chen Deming. L’ho visto il giovedì sera, alla proiezione delle dieci e mezza. Quando si sono riaccese le luci della sala 1 del Cinema Romano (è come essere in una bomboniera) un terzo della sala dormiva, un terzo è uscito in silenzio e il terzo rimanente era gente che come me inghiottiva le lacrime.
Al Torino Film Festival (il 43esimo, il primo per cui io abbia alzato il culo per depositarlo per ore e ore in cinema belli e dotati di quelle poltroncine rosse imbottite che io adoro) non ha vinto niente. Ha vinto il primo premio al Copenhagen International Documentary Film Festival e il premio Gioia & Devastazione del cuore di Arabella.
È bello. È così bello che io voglio avere sei anni e andare a scuola con quella maestra. Adesso chiudo gli occhi fortissimo e inverto la freccia del tempo.

La maestra si vede un minuto, ma senza di lei il documentario non ci sarebbe. Deming ce la mostra in classe, in mezzo ai bambini della scuola primaria di Sangzhi, sulle montagne dello Hunan. I bambini hanno dei quaderni e delle matite, e la maestra passa tra i banchi, commenta, corregge un carattere. Poi un bambino legge alla classe la poesia che ha scritto.

Adesso, io lo so che lavorare coi bambini mi ha rammollita. Ho il privilegio di vederli per un tempo limitato ma significativo e mi godo il meglio dell’interazione. Quando vanno via, ciao ciao, io sono felice e torno a fare la bibliotecaria mentre le maestre si beccano il resto della giornata coi bambini e arrivano a casa distrutte.
Non sempre i bambini sono geniali e meravigliosi, a volte sono delle zuppe già sovrascritte da Disney e Pixar, ma quando li metti a contato con la bellezza, bang. Hanno ancora il disco fisso semivuoto e riescono a dire quelle cose spiazzanti e profonde che per un attimo ti lavano via la polvere dagli occhi e ti fanno guardare il mondo come se fosse appena uscito dalla confezione, sorprendente, magnifico e straziante.

Il documentario segue Youbin da quei banchi fino all’adolescenza. Youbin scrive poesie e lavora con i nonni e il padre nei campi, in una povertà contadina che io fatico a capire ma la mia bisnonna conosceva perfettamente. Quei pavimenti di terra battuta. La pentolona con la zuppa. Il fango, la pioggia, i vestiti bucati. E in mezzo a tutto questo Youbin compone delle poesie che, all’improvviso, si sovrappongono all’inquadratura, in tutto lo splendore della calligrafia. Per me che non conosco la poesia cinese sono poesie simili agli haiku, lunghi tre o quattro righe in traduzione, in cui la natura comunica con le emozioni e le riflessioni del bambino. Io avevo gli occhi più grandi della faccia. Poi Youbin cresce e non scrive più poesie. Io mi sono domandata: se sei un poeta a otto anni, sei un poeta per sempre?

Bianco e nero trasparente come la pioggia, mai pretenzioso, più come un sussurro. Suoni essenziali. La radio trasmette propaganda. C’è attenzione per tutto, dal cielo all’erba. Nessuna affettazione. L’unica che piange sono io.

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(Quasi)