Da un paio di anni, al mio compleanno, succede una cosa che non do per scontata e che trovo bellissima. L’associazione Officina 31021 di Mogliano Veneto, con cui collaboro da tempo per presentazioni, incontri e chiacchiere pubbliche attorno ai fumetti, mi fa un regalo. Non una cosa simbolica o di circostanza: un libro grosso, importante. Sanno che ho una wishlist pubblica sul sito dell’Impero-del-male e scelgono loro, da lì. Io ringrazio. Quest’anno, davvero, ringrazio in ginocchio.

Il regalo è il cofanetto del 35° anniversario di AKIRA, edizione Kodansha del 2017. È arrivato nel momento giusto, anche se non potevano saperlo. Perché AKIRA, fino a oggi, io l’ho avuto “solo” nell’edizione occidentale grande formato a colori pubblicata in Italia da Glénat (con gli albi finali poi usciti per Panini). Un’edizione che ho davvero amato e consumato, ma che ha attraversato troppi traslochi: alcuni albi nel tempo hanno sofferto l’umidità e, soprattutto, dopo l’ultimo cambio di casa sono finiti in uno scatolone in garage. Uno di quelli che, per essere recuperato, richiederebbe prima un’esplosione controllata e poi una accurata spedizione speleologica.

Da quando mi sono trasferito continuo a ripetermi che AKIRA deve stare su, in casa, tra i libri vivi, quelli che puoi prendere in mano senza pianificarlo, ma non ci sono ancora riuscito. E allora è apparso così: non come recupero archeologico, ma come nuova presenza.
Il box Kodansha del 35° anniversario contiene sei volumi cartonati, lettura da destra a sinistra come nell’originale giapponese, carta e stampa di qualità, parrebbe molto fedele alle prime edizioni nipponiche. In più c’è Akira Club, l’art book che non è un semplice extra, ma un documento: ci sono copertine, schizzi, studi preparatori di Otomo e dettagli visivi che ti fanno capire quanto quel mondo sia stato costruito con una precisione ossessiva. E c’è anche una toppa con l’iconica immagine della pillola, che è solo un vezzo, ma ti strappa un sorriso.

Di AKIRA ho già scritto altrove, raccontando di come mi abbia fatto vedere il fumetto in modo diverso quando l’ho letto per la prima volta. Questo pezzo invece nasce da un gesto molto più concreto. Aprire una scatola. Fare un unboxing. Nel video e nelle foto apro il cofanetto, lo guardo, lo esploro, sfoglio il primo e il sesto volume, e poi Akira Club. Non è una recensione: è il mio modo di prendere atto di cosa significa oggi, per me, rimettere le mani su AKIRA in questa forma.
Questa edizione mi rimette davanti alle pagine, con tutto il loro carico di dettagli, di ritmi serrati e di pause. Rileggerlo oggi, così, non è un’operazione nostalgica. È una verifica a freddo. Funziona ancora? Regge il peso? La risposta è sì, e forse è questo il punto più interessante: AKIRA resta un organismo narrativo complesso, dove la città, i poteri politici, i corpi e le loro fragilità si chiamano l’un l’altro, dialogando.
Il cofanetto non aggiunge nulla alla narrazione di AKIRA, ed è proprio per questo che conta. Ti mette nelle condizioni migliori possibili per tornarci, o per entrarci davvero. Apri la scatola, prendi il primo volume, e sei lì. Finalmente fuori dal garage.