Mi hanno sempre affascinato i collegamenti, spesso casuali, che portano alla conoscenza di nuovi autori. Magari accendono la fantasia e danno origine a nuove idee perché scatta un desiderio di emulazione oppure perché si arriva alla comprensione che è possibile fare qualcosa in un modo a cui nessuno aveva mai pensato prima. Credo che uno dei grossi pregi (che diventa la nostra fortuna come lettori) del pittore e illustratore belga Frans Masereel (1889-1972) sia stato proprio questo: grazie all’esempio dei suoi libri, che ha iniziato a realizzare a partire dal 1918 con le 25 illustrazioni della Passione di un uomo, ha mostrato una strada che ha influenzato diverse generazioni di autori che hanno operato in campi diversi come il cinema, l’animazione, la musica e la scrittura. Per non parlare, poi, dell’importanza della sua opera, che si può considerare a pieno titolo come un insieme di proto-graphic novel, e degli effetti che ha avuto su autori di fumetti, anche contemporanei, come Eric Drooker e Peter Kuper.
Tramite l’incisione di disegni su matrici di legno che vengono usate per la stampa, Masereel realizza dei libri caratterizzati da illustrazioni a piena pagina, mute e sequenziali che raccontano storie che si focalizzano soprattutto su tematiche sociali, come se la difficoltà di disegnare per mezzo di un rapporto fisico che non sia la carta portasse alla scelta di una tematica altrettanto fisica e impegnativa, e non leggera e di semplice disimpegno. È il primo a usare in modo continuativo questa tecnica espressiva, che riscuote un certo favore per vari motivi: il tipo di incisioni che realizza sono particolarmente di moda in ambito artistico, il successo del fumetto nei quotidiani apre la strada alla diffusione di storie su carta che si snodano esclusivamente tramite un elemento visivo e l’enorme popolarità, dopo la fine del primo conflitto, del cinema muto, con cui il pubblico si abitua a una narrazione che non ha bisogno dell’uso delle parole.

Questa tecnica si diffonde in altri paesi europei, arrivando anche negli Stati Uniti. Uno degli esponenti più interessanti che realizza volumi tramite le incisioni è Lynd Kendall Ward (1905-1985), che nel 1929 pubblica God’s Man, il suo primo libro composto da ben 139 illustrazioni, ma è nel 1939 che un immigrato italiano di nome Giacomo Patri (1898-1978) si stampa in casa White Collar, un racconto che nasce dal desiderio impellente di dare voce alle sue idee.
Nato ad Arquata Scrivia, in provincia di Alessandria, la famiglia di Patri si trasferisce a San Francisco nel 1916. Dopo essere passato attraverso i lavori più vari, nel 1925 si iscrive alla California School of Arts, che però interrompe quando inizia a lavorare come illustratore al “San Francisco Examiner”. Si laurea nel 1929, poco prima della Grande Depressione, ma questo sconvolgimento storico gli impedisce di iniziare quella che avrebbe dovuto essere una carriera nella pubblicità. Come molti, si arrabatta come può, insegnando disegno, italiano e scherma (nonostante zoppicasse a causa della poliomielite che l’aveva colpito da bambino), facendo il cartoonist per un giornale, il vetrinista e il disegnatore di murales per alcuni negozi.
Ritiene che «la creatività è presente in tutti» e che tale «espressione è un bisogno umano basilare», una convinzione che lo porta nel 1937 a insegnare in un corso di disegno alla California Labor School, una scuola per lavoratori finanziata dal sindacato. Contemporaneamente, entra come illustratore nel “San Francisco Chronicle”, attività che continua anche dopo lo scoppio della guerra, quando gli viene affidata una pagina in cui illustra gli impegni bellici del paese. Grazie a questa collaborazione e a quelle con le pubblicazioni del sindacato, sviluppa e migliora la tecnica dello scratchboard. Una volta concluso il conflitto, la sua attività didattica trova un ulteriore sbocco nel 1948 quando fonda la Patri School of Art Fundamentals, che basa l’insegnamento sul suo approccio filosofico e che rimane in attività fino al 1966. Muore nel 1978 per un tumore al fegato provocato, secondo il suo medico, dall’abitudine di umettare la punta dei pennelli, sporchi di chine cancerogene.

Questa intensa esistenza, tra impegno sociale, insegnamento e illustrazione, trova un ulteriore sbocco creativo, nella seconda metà degli anni Trenta nell’opera senza parole White Collar, composta da poco più di 120 illustrazioni, che vuole essere il suo contributo al movimento sindacale che prometteva di risolvere i problemi dei lavoratori, operai o impiegati che fossero. Patri realizza il libro tra il 1937 e 1939, lavorandoci tutte le sere e tutti i fine settimana, utilizzando la tecnica della linoleografia, cioè dell’incisione sul linoleum, che consiste nell’applicare un pezzo di linoleum color crema a un blocco di legno e poi nell’intagliare il materiale con uno scalpello a forma di “V”. Una volta concluso il disegno, si passa un rullo gommato per applicare l’inchiostro al blocco inciso, e poi lo si imprime sulla carta a mano oppure con una macchina da stampa. L’autore non solo realizza le incisioni ma, aiutato dalla prima moglie Stella Nicole, che era un’eccellente rilegatrice, realizza e compone fisicamente il libro nella loro casa: prima stampano le pagine e poi le rilegate.
Un volume del genere, con questo tipo di realizzazione e una divulgazione molto limitata, rischia di scomparire, però grazie a un piccolo editore, la Pisani Printing Company, l’opera viene salvata dall’oblio grazie a un’edizione “ufficiale” uscita nel 1940.

Il libro, descritto come “un romanzo linoleografico” (“a Novel in Linocuts”), ma anche come “romanzo senza parole” (“wordless novel”), è il viaggio di formazione del protagonista in un momento storico ben preciso. Partendo dall’esperienza da “colletto bianco” di Patri e dalla convinzione che la soluzione alla contrattazione dei diritti dei lavoratori e all’ottenimento di stipendi equi si trova solo attraverso il sindacato, l’autore racconta la storia di un pubblicitario soddisfatto della propria vita: ha un lavoro che va bene e riesce a mantenere senza difficoltà la famiglia. Siamo però nel 1929 e scoppia la crisi, che viene efficacemente descritta con le scene di panico che avvengono nella Borsa e nelle banche. Questa della banca è un elemento ricorrente perché nei diversi momenti in cui l’uomo senza nome si dispera, c’è sempre un istituto di credito disposto a fargli un prestito per far fronte ai suoi bisogni oppure per aiutarlo a cercare nuove strade lavorative, legandolo sempre di più ai suoi impegni economici. Inesorabilmente, la situazione peggiora e deve affrontare situazioni complesse come l’aborto della moglie, la ricerca di un nuovo lavoro, lo sfratto dalla casa, fino ad arrivare alla perdita di ogni cosa.

Il lavoro, naturalmente, è il tema principale, con i tentativi, immancabilmente frustrati, di trovare una nuova occupazione, che sia come dipendente oppure come proprietario di una libreria (in questo caso, sconfitto dall’apertura di una libreria di catena). A questo si aggiunge la casa come simbolo di benessere (che gli viene tolta quando non riesce più a far fronte alle spese), e la religione, che diventa un ostacolo quando viene presa la dolorosa scelta di abortire. È solo alla fine che il protagonista comprende le false speranze che gli aveva dato il capitalismo e si rende conto che tutti i lavoratori sono uguali: è attraverso la scoperta del sindacato che si realizza quell’unione tra operaio e impiegato, che Patri considera come l’unico modo di poter superare i problemi. Non a caso, l’ultima illustrazione con cui si conclude il libro è una rielaborazione del quadro Il quarto stato di Giuseppe Pellizza da Volpedo.

Come gli altri autori di “romanzi senza parole” di questo tipo, Patri ha una notevole bravura nel focalizzare e identificare i momenti più significativi della storia e a rappresentarli con uno stile di disegno essenziale ma raffinato, realizzando una narrazione che procede in modo fluido dalla prima all’ultima pagina. Rispetto agli altri graphic novel senza parole che utilizzano le incisioni, però, ci sono due aspetti che contraddistinguono l’opera di Patri. Il primo è che, sebbene non siano presenti balloon e didascalie, l’autore inserisce in modo sottile delle parole all’interno dei disegni (per esempio, il titolo di un libro, dei cartelli, la denominazione di fatture e bollette, ecc.) che aiutano a sottolineare l’importanza dei momenti rappresentati. Il secondo è la scelta del colore arancione, invece del nero, per alcune tavole: questa indicazione cromatica è il segnale per il lettore che quello che sta guardando in quel momento non è una situazione reale, ma un sogno, un simbolo che esprime le emozioni del protagonista (l’incapacità di raggiungere il proprio obiettivo, il soffocamento, la paura o la paranoia).

Dopo tanta fatica, la vita editoriale di questo libro, anche per il momento storico in cui è pubblicato, non è molto lunga. Dopo l’edizione amatoriale e quella ufficiale del 1940, viene recensito in maniera positiva da Lynd Ward ma poi cala il silenzio, anche a causa delle tematiche politiche che creano delle difficoltà nella sua distribuzione. In più, è un graphic novel realizzato da un autore che non gravita all’interno dei canali ufficiali del fumetto, così come la casa editrice non è del settore, per cui questo volume e la sua esistenza vengono dimenticati. Bisogna aspettare una trentina d’anni prima che venga ristampato nel 1975 a opera di Celestial Arts, un editore californiano specializzato in controcultura, ma la maledizione sembra colpire di nuovo e il volume scompare di nuovo dagli scaffali delle librerie. Però, grazie al rinato interesse nei confronti dei-graphic novel realizzati con le incisioni e agli studi di alcuni critici, tra cui David A. Beronä, che cercano di riportare alla luce opere dimenticate e aggiornare quella che era stata la “storia ufficiale” del fumetto, è possibile recuperare questo fumetto sia nell’antologia Graphic Witness, edita da Firefly, sia come libro a sé stante, pubblicato da Dover Publications. È un acquisto che, se si vuole leggere un fumetto che ha avuto delle motivazioni inusuali, rispetto a quelli che leggiamo di solito, diventa quasi indispensabile.

Ha accumulato diversi sostantivi a cui può aggiungere il prefisso “ex” (fanzinaro, correttore di bozze, redattore, editore, letterista-impaginatore sotto pseudonimo, articolista…), mentre continua ancora, sporadicamente e per passione, a tradurre libri a fumetti.