Il nome di Gil Kane viene di solito associato ai fumetti Marvel Comics, come l’Uomo Ragno o il ciclo di storie che ha dato origine a Warlock, e DC Comics, come le versioni moderne di Lanterna Verde e Atom, ma forse non saranno in molti a collegarlo anche a due esempi di graphic novel pubblicati prima di Contratto con Dio di Will Eisner, uscito nel 1978. In più, queste due opere ci fanno capire come il graphic novel non è quell’oggetto monolitico e immutabile che tutti pensano, ma può essere malleabile, modificarsi ed evolvere, spesso per ragioni collegate proprio al suo formato.
Gil Kane è stato uno dei primi alfieri, nell’ambito del mercato statunitense dei fumetti, a richiedere che gli autori potessero ricevere royalties dal proprio lavoro e detenere i diritti dei personaggi e delle opere che avevano creato. Queste idee, all’interno dello studio che aveva aperto nel 1963, hanno dato origine a due progetti che ha portato avanti per diversi anni prima che potessero essere pubblicati, sebbene alla fine non si siano sviluppati come erano stati inizialmente concepiti.
His Name is… Savage è un albo spillato di 48 pagine in bianco e nero dal formato “rivista”, come le testate horror “Eerie” e “Creepy” di Warren Publishing, pubblicato nel 1968 da Adventure House Press, la casa editrice che Kane ha fondato. In apparenza, non sembrerebbe corretto prendere in considerazione questo fumetto perché non ha quel formato “libro” che era il criterio fondamentale con cui abbiamo scelto le opere di cui parliamo questa settimana, ma credo che sia importante presentarlo per lo spirito che sottende alla sua creazione e perché è il segno di come questo autore volesse uscire dalla gabbia del fumetto super-eroistico in cui era cresciuto ed esplorare un formato alternativo rispetto a quello che normalmente usava, sia come genere sia come tipologia di pubblicazione. L’idea che sottostà a “Savage”, infatti, è quella di creare un personaggio seriale sulla scia di tutti quelli presenti nei tascabili e nella narrativa di intrattenimento che va per la maggiore, e cioè storie lunghe e autoconclusive, indirizzate a un pubblico più adulto, rispetto a quello dei classici comic book.

Aiutato nella scrittura da Archie Goodwin, sotto lo pseudonimo di Robert Franklin (che, all’epoca, era un editor per Warren Publishing), questo albo incorpora le influenze cinematografiche più popolari: Lee Marvin, che aveva da poco interpretato il film Senza un attimo di tregua (1967), fornisce i lineamenti al protagonista e rappresenta un’importante ispirazione anche per le caratteristiche psicologiche del violento protagonista; i film complottistici come Va’ e uccidi (1962); la serie tv Il prigioniero (1967), di cui riprende un momento della sigla iniziale, oltre alla moda in generale dei film di spionaggio e d’azione inaugurata qualche anno prima da James Bond, a cui viene aggiunta una forte dose di tecnologia, che rasenta quasi la fantascienza (il cattivo è, fondamentalmente, un cyborg). Questo personaggio sembra essere la risposta a fumetti a quegli uomini leggermente psicopatici, duri e spietati, come il Parker di Donald Westlake (il film citato interpretato da Marvin è l’adattamento cinematografico del primo romanzo di questa serie), che presentavano una forte quantità di violenza e una spruzzatina di sesso, che non era possibile trovare in un fumetto che non fosse underground. L’idea, quindi, mutuata da quello che accadeva nella narrativa popolare, è di creare un nuovo franchising a fumetti, rivolto a un pubblico non adolescente, in cui Savage, una sorta di agente speciale chiamato solo in caso di imprese impossibili, è il protagonista di avventure lunghe e autoconclusive, pubblicate in un formato che non le facesse confondere con quello che usciva nei classici comic book.
L’aspetto che colpisce subito in queste pagine è la forte presenza di testo. In maniera analoga a quanto era accaduto con It Rhymes with Lust di cui abbiamo parlato due giorni fa, sembra che l’idea di rendere un fumetto per un pubblico più adulto sia anche quello di riempirlo di didascalie e parole, ancora di più di quanto avveniva normalmente, sottolineando quindi l’aspetto “letterario” della prosa, con costanti descrizioni delle azioni e delle emozioni dei personaggi. Tuttavia, la scelta grafica vincente, che rende queste pagine più ariose, nonostante l’alta presenza dei blocchi di testo e la scomposizione grafica delle azioni, è di eliminare ogni tipo di delimitazione delle vignette e delle didascalie: è tutto scontornato e questo trasmette una certa ariosità alla tavola. A questo si aggiunge la varietà della grandezza delle didascalie e il loro inserimento in punti non convenzionali, come la parte superiore e inferiore delle vignette. La somma di questi accorgimenti produce un estremo dinamismo, nonostante la gabbia a tre strisce, e non trasmette nessuna sensazione di soffocamento.

Il testo riesce a sposarsi abbastanza bene con il disegno, nel senso che sono poche le didascalie che descrivono quello che viene disegnato, mentre di solito aggiungono l’aspetto emotivo e sensoriale delle azioni, arricchendo le ambientazioni con elementi che non possono essere espressi nelle vignette. Per quanto riguarda la storia, segue la classica struttura delle storie di spionaggio anni Sessanta: l’omicidio iniziale che dà il via alla storia e presenta il super-cattivo; la liberazione del protagonista in cui mostra tutta la sua forza; l’assegnazione della missione, comprensivo della rivelazione del passato oscuro di Savage; l’interrogatorio di una conoscenza del passato che muore, rivelando la possibile base del cattivo; le grandi scene di azioni, con ritrovamento all’interno del quartier generale di una vecchia fiamma del passato che però muore; il colpo di scena con il Presidente degli Stati Uniti che è il super-cattivo travestito; l’inseguimento per sventare il grande complotto e l’eliminazione finale del nemico. Non c’è nulla di particolarmente innovativo, ma non era quello che cercava Kane: l’obiettivo era quello di riutilizzare elementi presi da altri media e ottenere un prodotto a fumetti che potesse intrattenere un altro tipo di pubblico. Da questo punto di vista, Savage raggiunge quello che si è prefisso.
Il disegno di Gil Kane è al massimo della forma: dinamico, pieno di invenzioni, con un uso molto variegato del retino che rende tridimensionali i vari piani presenti nelle vignette. L’atmosfera che riesce a ricreare è molto anni Sessanta, anche grazie alla tecnologia che i “cattivi” utilizzano (il super-malvagio sembra una versione ancora più metallica di Deathlok, il personaggio della Marvel Comics creato nel 1974). C’è anche certo sapore alla Jim Steranko, nella rappresentazione degli elementi “scientifici” e in certe scene di azioni, reminiscenti del suo Nick Fury, anche se è da sottolineare che l’impronta di Kane è personale. Non spezza la tavola ma, usando una struttura classica della pagina, riesce a essere dinamico e innovativo suddividendo le situazioni in numerose vignette.

Una volta che la parte creativa si è conclusa, iniziano purtroppo i problemi di produzione: prima, diverse tipografie rifiutano di pubblicare l’albo perché si è diffusa la voce che si trattava di materiale pornografico; poi, superato quell’ostacolo, c’è il problema della distribuzione, nonostante Kane avesse firmato un accordo con uno dei maggiori distributori nel circuito dei newsstand. A fronte di una tiratura di 200.000 copie, ne viene distribuita solo un decimo, dato che molti punti vendita locali che hanno ricevuto le copie, rimandano indietro le scatole senza nemmeno averle aperte. Con una situazione del genere, il risultato delle vendite non è sufficiente a far continuare il progetto e così questo numero, nonostante nell’ultima pagina sia presente un coupon per abbonarsi ai sei successivi e ci fossero già le copertine degli altri due albi, è rimasto l’unico a essere pubblicato, e la serie non verrà più proseguita dal suo creatore.
Le quaranta pagine che costituiscono questa storia sono ristampate nel 1982 da Fantagraphics Books in un’edizione che valorizza gli aspetti innovativi dell’opera: sostituita l’originale illustrazione dipinta da Robert Foster, eccessivamente somigliante ai lineamenti di Lee Marvin, con un disegno dello stesso Kane, viene cambiato il lettering, correggendo anche diversi refusi presenti nel testo originale, e inseriscono due testi che inquadrano criticamente sia l’opera ripresentata sia l’autore. Purtroppo questa interessante versione al momento è irreperibile, se non nel circuito dell’usato, spesso a prezzi abbastanza alti. L’unica possibilità che ha un lettore italiano di leggerla è, quindi, reperire l’edizione di qualche anno fa realizzata dall’ANAFI.

Passano tre anni e nel 1971 esce Blackmark, la seconda opera alla quale Kane stava lavorando durante la preparazione di Savage, questa volta pubblicata da Bantam, uno tra gli editori più attivi nell’ambito delle pubblicazioni tascabili. È un progetto completamente diverso dal precedente, sia per il genere che per il formato: ha l’ambizione, infatti, di voler fare da ponte tra il mercato del comic book e quello dei tascabili. Inizialmente concepito come una serie di quattro volumi, scritti e disegnati da Gil Kane, viene allungata a otto libri, dopo l’entusiasmo espresso dalla casa editrice quando gli viene presentato il progetto.

Anche Blackmark ha diverse influenze letterarie e cinematografiche. Quelle più evidenti sono le storie di Robert E. Howard e, soprattutto, di Edgar Rice Burroughs (sebbene mi sembra che ci sia anche qualcosa di Michael Moorcock, nella spada che usa il protagonista). A questo si aggiunge una certa crudezza, che riecheggia alcune pellicole dell’epoca, come i film di Sam Peckinpah, che aggiunge un maggiore realismo all’ambientazione fantastica del fumetto: è come se il vento di cambiamento che soffia a Hollywood sia arrivato anche nel fumetto. Questo primo volume, che unisce uno scenario da fantascienza post-atomica (il mondo è abitato da umani, quasi tutti sterili, e mutanti) a un’ambientazione fantasy, è la classica storia del prescelto, a cui viene aggiunto il tema della vendetta. È intriso di elementi piuttosto aspri e di solito estranei a un fumetto tradizionale: il protagonista nasce grazie a un esperimento scientifico (probabilmente inseminazione artificiale); la prima reazione del marito sterile della madre di Blackmark, alla notizia che la donna potrebbe essere incinta, è di picchiarla con un bastone e di non prendere in mano il bimbo, dopo la sua nascita, per un anno; il ragazzino assiste all’omicidio del padre e della madre che, prima di essere uccisa, viene violentata (l’intensità di questa scena mi ha fatto venire in mente una sequenza analoga presente nel film di Sergio Leone C’era una volta il West (1968)). Lo stesso personaggio protagonista è accecato dall’odio verso coloro che gli hanno trucidato la famiglia e giura di conquistare e dominare l’intero pianeta. La prima parte, presentata nel volume del 1971, si concentra sulle origini del personaggio e sul suo tentativo di vendetta che lo porta, da schiavo, a diventare il regnante di una delle terre che compongono quel mondo del futuro; la seconda parte invece, pubblicata nel 1979, lo porta a combattere un nemico potentissimo, di cui si era intravisto un emissario nel primo libro, e a concludere la sua vendetta. Quello che gli avrebbe riservato il futuro, però, non lo sapremo mai.

L’approccio per realizzare questo graphic novel prosegue quanto era stato iniziato con Savage: come annunciato nella prima pagina, continua ad affiancare il testo narrativo alle vignette creando “Una nuova fusione di immagini e parole in un libro d’azione: il passo successivo verso la narrativa illustrata” (“A new fusion of images and words in an action book – the next step forward in pictorial fiction”); in copertina, invece, il libro viene definito come “La nuova avventura completa con parole e immagini” (“The new full-length action adventure in words and pictures.”). Visivamente, le pagine esprimono dinamismo ed energia: i blocchi di testi si inseriscono negli spazi resi liberi dalle vignette e viceversa. C’è una totale libertà di composizione e una tavola è sempre diversa da quella che la precede e la segue. Lo spazio bianco attorno ai paragrafi e alle vignette scandisce il ritmo della narrazione. Anche le vignette dalla grandezza e dall’ingombro sempre diversi hanno scopi molteplici: illustrano ambienti, sono interlocutorie e aiutano la conversazione tra personaggi attraverso l’utilizzo dei balloon, esprimono l’esuberante energia dinamica delle scene d’azione. Sembra davvero l’inizio di un altro approccio all’esecuzione del fumetto, sebbene a volte l’ibridazione sembra privilegiare l’aspetto narrativo.
La grandezza prescelta è quella dei piccoli tascabili, tipici della Bantam, e il disegno viene pensato per quel formato: in modo consapevole, le vignette sono quasi dei dettagli di illustrazioni più grandi, come se venissero conservate solo le parti essenziali. Nonostante all’epoca ci siano dei detrattori di quel formato, per esempio Burne Hogarth, si comprende quanto la scelta di Kane sia ragionata, guardando la meritoria ristampa pubblicata da Fantagrahics Books nel 2002: pubblicata con un formato leggermente più grande, simile a quello del “graphic novel all’italiana”, per valorizzare l’apporto grafico dell’autore, in molti casi i disegni mostrano le conseguenze dell’ingrandimento, trasformando l’essenzialità originale dei dettagli e dei tratti utilizzati in uno strano insieme in cui tutto risulta un po’ grossolano ed eccessivamente semplificato.

In ogni caso, quando ci si mette a leggere la storia, c’è una percezione diversa del prodotto e si iniziano a vedere alcuni limiti: sebbene ci sia stato l’aiuto di un editor e sceneggiatore come Archie Goodwin, chiamato nuovamente in soccorso quando la scadenza è diventata troppo stringente per riuscire a gestire il racconto, la prosa, soprattutto nella parte pubblicata da Bantam, suona un po’ pomposa e a volte incasella il disegno in momenti in cui non c’è una fluida unione tra i due elementi. Le vignette infatti non sempre riescono a essere una continuazione essenziale della narrazione (questo si nota soprattutto quando sono presenti i balloon), ma hanno spesso una funzione quasi illustrativa, rappresentando un momento di quanto viene raccontato e descritto nel paragrafo che precede la vignetta. È probabile che i tempi non siano ancora maturi per un approccio più moderno nelle interrelazioni e negli scambi che possono esistere tra un testo scritto e il fumetto, ma è da ammirare la lungimiranza e l’attenzione a questi aspetti da parte di un autore di fumetti che, forse, molti relegherebbero esclusivamente all’ambito del mero intrattenimento e dei super-eroi. Kane crede profondamente in questo progetto e infatti nella sua biografia presente nell’edizione Fantagraphics viene riportato un suo commento che rivela le sue intenzioni: “Blackmark è una prima volta importante”, afferma. “Unisce gli elementi della pittura e del cinema, del teatro e dei romanzi. Il fumetto ha sempre generato una straordinaria vitalità e qualità, ma solo di recente ha iniziato a comunicare idee e a esprimere commenti. Per me è come avventurarsi in una terra inesplorata” (“Blackmark is an important first,” he says. “It combines all the elements of painting and film, drama and novels. The comic strip has always generated tremendous vitality and quality, but only recently has it begun to communicate ideas and make comment. To me it’s like exploring an undiscovered country.”).
Il primo (e purtroppo unico) volume è distribuito in un numero limitato di quindici librerie ma, in parte a causa del formato, in parte perché è un prodotto a fumetti che non è facilmente etichettabile (e quindi posizionabile sullo scaffale corretto, se quello della fantascienza o del fumetto), non riesce a trovare l’esposizione corretta per raggiungere il numero di copie indispensabile per continuare il progetto. Bantam si tira indietro dall’accordo stipulato e decide di non continuare la pubblicazione, sebbene Kane abbia già realizzato la seconda parte e le matite della terza. Amareggiato da questo fallimento, l’autore in seguito osserva che, forse, la ragione di quella mancanza di riscontro era stata causata anche dal fatto che la casa editrice non aveva rispettato la sua parte di accordo: per la natura innovativa del progetto, era stato stabilito che i libri sarebbero dovuti uscire a gruppi, in modo da occupare un certo spazio sugli scaffali ed essere visibili agli acquirenti. Con la decisione invece di fare uscire subito solo un titolo e di non farlo seguire immediatamente da una seconda uscita, quel primo capitolo è stato lasciato da solo e, quindi, è passato inosservato.
Quello che risulta paradossale, e che suona forse come una beffa, è che questo progetto, nato e pensato per allontanarsi dal mondo delle classiche case editrici di fumetti, trova una seconda vita proprio all’interno di due riviste di Marvel Comics, rivolte ai lettori leggermente più maturi dei ragazzini che comprano super-eroi. I primi quattro numeri di “Savage Sword of Conan” (1974-1975) ristampano il materiale del volume Bantam con una nuova impaginazione che cerca di adattare la pagina del volumetto a quella della rivista. Con uno spazio più ampio, la storia si riappropria dell’elemento “disegnato”, creando, anche solo da un punto di vista visivo, una maggiore interazione tra testo didascalico e vignette. Successivamente, nel n. 17 di “Marvel Preview” (1979) viene pubblicata la seconda parte di questa saga, all’epoca inedita. In questo caso, sempre a causa del diverso formato di pubblicazione rispetto a quanto era stato concepito originariamente, Kane si trova non solo a rimontare quello che aveva già realizzato, ma anche ad aggiungere nuovi disegni per rendere più fluida la narrazione. Con questa impostazione diversa, la lettura visiva è apparentemente più fluida, sebbene si possano notare ogni tanto degli effetti un po’ strani. Per fortuna, possiamo vedere quella che sarebbe stata l’impaginazione originale della seconda parte grazie alla già citata edizione di Fantagraphics Books del 2002: oltre a riproporre il primo volume uscito per Bantam, pubblica la seconda parte per la prima volta nella sua versione originale. La terza parte, invece, citata nel “Marvel Preview” e di cui sembra fossero state realizzate solo le matite, continua a rimanere inedita.

Entrambe queste opere sono frutto di una scelta ben determinata, di una passione e di un furore inestinguibile per cercare di realizzare, anche da un punto di vista produttivo, dei fumetti che avessero altre aspirazioni. Tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta sembra che i tempi non siano ancora maturi e dovremo quindi aspettare ancora qualche anno perché le cose possano di nuovo muoversi verse altre strade.


Ha accumulato diversi sostantivi a cui può aggiungere il prefisso “ex” (fanzinaro, correttore di bozze, redattore, editore, letterista-impaginatore sotto pseudonimo, articolista…), mentre continua ancora, sporadicamente e per passione, a tradurre libri a fumetti.