Quello che oggi chiamiamo “graphic novel” ha una data di nascita un po’ più sfumata di quanto ci raccontiamo. E andando a cercare, a ritroso, uno dei titoli che spunta, spesso dimenticato, è Chandler: Red Tide, scritto, disegnato e colorato da Jim Steranko nel 1976, pubblicato da Pyramid Books come Fiction Illustrated Vol. 3, mai uscito in italiano.

Il libro nasce in un momento in cui Jim Steranko è già una figura anomala. Ha rivoluzionato l’immaginario supereroistico con Nick Fury, Agent of S.H.I.E.L.D., ha portato nel fumetto mainstream un uso del layout, del montaggio e della grafica che venivano più dal cinema, dalla pubblicità e dal design che dalla tradizione del comic book.

Eppure, invece di capitalizzare quella posizione, Steranko fa una deviazione netta. Chandler non è un fumetto Marvel “più adulto”, non è un esperimento underground, non è un romanzo illustrato nel senso classico. È un oggetto ibrido, pensato fuori dalla serialità, e in questo sta la sua prima vera rottura.

Chandler: Red Tide esce nel 1976, in un momento di passaggio piuttosto strano per il fumetto americano. Da una parte il comic book seriale è ancora saldamente ancorato ai newsstand, ai generi forti e a una produzione industriale rigidamente scandita; dall’altra cominciano a circolare esperimenti che cercano spazi diversi: librerie generaliste, circuiti alternativi, formati che non devono per forza rientrare nella periodicità mensile. È l’epoca in cui stanno emergendo l’underground post-Crumb, le riviste autoriali, i primi tentativi di fumetto “da libreria”, ma il termine graphic novel non è ancora stabilizzato né condiviso.
In questo contesto Chandler viene pubblicato da Pyramid Books, una realtà allora appena nata, che non opera secondo le logiche dell’edicola ma punta deliberatamente alla distribuzione in libreria, anche fuori dai negozi specializzati. È una scelta editoriale precisa: il libro nasce come volume unico, non seriale, pensato per un pubblico che non coincide necessariamente con quello dei lettori abituali di comic book. Anche il formato e la cura dell’oggetto vanno in questa direzione.
Steranko ha pensato Chandler come una sorta di detective hard-boiled “da edicola”, destinato ad affiancare i romanzi tascabili in vendita nei newsstand americani. La trama segue il protagonista nell’indagine su un omicidio legato a un avvelenamento e a un mondo di gangster, vecchie fiamme e doppie identità.
La prima edizione del 1976 è in formato tascabile (digest), venduta con prezzo di copertina basso e tiratura di oltre 50.000 copie. Ci fu anche una versione più grande per librerie e un’edizione limitata numerata con piastra autografata da Steranko.
In Francia uscì una versione chiamata Chandler : La Marée rouge pubblicata da Humanoïdes Associés nella collana Autodafé nel 1982, con traduzione e prefazione di Jean-Patrick Manchette.
In Chandler Steranko riflette sul formato come una costruzione studiata: usa quella che chiama golden sectioning, una specie di “formula matematica” per strutturare la pagina e mettere testo e immagine in una relazione armonica, “comoda” per il lettore.

Nella struttura interna, costruisce ogni pagina con due illustrazioni di pari dimensione, affiancate a blocchi di testo, senza balloon dialogici o didascalie sovrapposte ai disegni (una scelta che al tempo risultò “sconcertante”).

Non ebbe grande successo commerciale. Lo ricorda lo stesso Steranko:
Non fu accolto dalla comunità dei fumetti perché non aveva balloon o testi nei modi tradizionali. Questo, credici o no, risultò scioccante!
Il protagonista, Chandler, è un detective privato che sembra uscito direttamente dalle pagine di Raymond Chandler: duro, disilluso, immerso in una città notturna e corrotta, dove la violenza non è spettacolo ma condizione permanente. La trama è deliberatamente archetipica: indagini, tradimenti, sesso, morte. Steranko non cerca l’originalità narrativa. Anzi, sembra voler lavorare su un materiale già consumato, quasi per verificare fino a che punto la forma possa rinnovare un immaginario senza riscriverlo.

La copertina dichiara l’opera come “a visual novel”, il frontespizio lo definisce “an illustrated novel” e nell’introduzione Steranko utilizza la parola graphic novel, ben due anni prima di A Contract with God di Will Eisner: tre etichette diverse a sottolineare con confusione che il problema non era la definizione, ma il momento storico.

Il risultato, infatti, spiazza. I lettori di fumetti faticano a riconoscerla come tale. I lettori di narrativa la guardano con sospetto. Il mercato non sa bene dove metterla. E Chandler resta lì, in una zona grigia, letto da pochi, ricordato più come curiosità che come snodo storico. Ma è proprio questa marginalità a renderlo rivelatore: dimostra che la possibilità di un fumetto-lungo, adulto, autoriale esisteva già, anche senza un sistema pronto ad accoglierla.

Un altro elemento fondamentale è il controllo formale. Chandler non è un libro “esuberante”. Non c’è compiacimento sperimentale, non c’è il gusto della rottura, come invece abbiamo visto in altre opere di Jim Steranko, tra X-Men e Nick Fury.
Tutto è calibrato: il ritmo della prosa, la composizione delle immagini, il bianco e nero che lavora per sottrazione, per contrasto netto, per silhouette. È noir non solo per temi, ma per struttura: essenziale, asciutto, privo di consolazione.

E qui è inevitabile, arrivato a questo punto, per me fare un salto in avanti di qualche decennio e pensare a Sin City di Frank Miller. Non perché Sin City derivi direttamente da Chandler, ma perché entrambi mostrano come il noir sia diventato uno spazio formale, prima ancora che un genere narrativo.

La differenza, semmai, è storica. Miller arriva quando il graphic novel è una categoria riconosciuta, quando il pubblico è pronto, quando il mercato sa cosa farsene. Steranko è arrivato troppo presto. E Chandler ha pagato questo scarto temporale. Non ha fallito artisticamente: è rimasto sospeso. Come se avesse mostrato una strada senza che nessuno fosse davvero disposto a percorrerla, in quel momento.

Riletto oggi, Chandler non ha necessità di rivalutazioni nostalgiche e non ha bisogno di essere recuperato come un capolavoro dimenticato. Funziona come testimonianza concreta di una possibilità: quella di un fumetto che non ha aspettato di essere legittimato e che è, semplicemente, esistito. Anche se il contesto non era pronto.