Il ponte di Heinz Janisch e Helga Bansch

Mariagrazia Minardi | Povere creature |

Il fiume conosce molte storie.

Alcune cominciano sul tappeto del salotto con un calzino spaiato, il dito nel naso e un libro aperto sulle ginocchia. Altre nel lettino della cameretta, dove il profumo della doccia appena fatta e un morbido pigiamino sono il preludio di palpebre che presto si arrenderanno al sonno.

Tu leggi. La piccola creatura sta lì. Ogni tanto ti interrompe, ogni tanto indica un dettaglio che non avevi nemmeno notato.

Cosa sta succedendo davvero? Molto più di quanto sembri.
Senza saperlo, stai assistendo all’orchestrazione di un piccolo concerto neurologico.

Può sembrare un’esagerazione e invece le neuroscienze lo confermano.

Durante la lettura di un albo illustrato, nel cervello di un bambino si attivano aree legate alla visione e al linguaggio, ma anche all’empatia e alla memoria, soprattutto quella autobiografica. L’immagine non informa soltanto: coinvolge, attiva simulazioni corporee, richiama esperienze personali, mette in movimento ricordi. Il bambino non sottovaluta l’immagine. La prende sul serio, entra nella scena, collega dettagli e costruisce inferenze.

Nelle società fortemente alfabetizzate abbiamo imparato a raccontarci una storia diversa. Abbiamo associato la parola scritta all’intelligenza e l’immagine all’intrattenimento. Per molti adulti le figure sono un supporto provvisorio, una specie di impalcatura per chi non sa ancora leggere davvero, qualcosa che serve all’inizio, ma che prima o poi bisognerà lasciare alle spalle. Come se la maturità consistesse nell’abbandonare le immagini per approdare finalmente al testo serio: più parole, meno disegni.

Il cervello, però, non funziona così, non dice «Adesso guardo e poi capisco». Fa tutto insieme, senza alcuna distinzione gerarchica, e non considera le immagini un gradino inferiore della conoscenza. Le figure, al contrario, si confermano una delle modalità più antiche e potenti con cui costruiamo significato.

E questo vale per tutti. Piccoli e grandi. Con una differenza: il bambino si fida delle immagini mentre l’adulto, spesso, le guarda con sospetto.

Io credo di aver conservato, almeno in parte, quella fiducia.

È quello che mi è successo leggendo Il ponte di Heinz Janisch e Helga Bansch edito da Orecchio Acerbo.

La storia è di una semplicità quasi offensiva.

C’è un ponte alto e stretto. Un orso parte da una riva, un gigante dall’altra. Stesso giorno, stessa ora. Stesso desiderio: attraversare un ponte alto e stretto. Arrivano al centro e si incontrano. Nessuno vuole tornare indietro. Nessuno vuole cedere. L’orso si alza, ringhia, si fa enorme. Il gigante resta fermo, silenzioso, ma non arretra. Il ponte oscilla. Sotto, il fiume. Sopra, due identità troppo piene di sé per farsi da parte. Provano con le soluzioni classiche dell’umanità, ma senza successo. Poi, quando il ponte inizia a fare quel movimento sottile che precede la caduta, succede qualcosa: smettono di chiedersi chi deve passare e iniziano a chiedersi come non cadere. Si tengono. Si girano insieme. Si muovono a piccoli passi, goffi, quasi ridicoli. Sembrano ballare. Attraversano. Si ringraziano. Ognuno va per la propria strada.

Fine.

Tutto qui.

O, almeno, questo è quello che succede se raccontiamo la storia soltanto con le parole, cioè se raccontiamo solo metà della storia, perché l’altra metà vive nelle immagini.

Se ci si ferma ai dettagli, prima ancora che alla vicenda, si capisce che Helga Bansch non sta semplicemente disegnando un paesaggio: sta costruendo un mondo. Le montagne sullo sfondo non sono montagne nel senso pieno e naturale del termine, ma rilievi fatti di carta, di memoria, di archivio. Vecchie mappe, pagine a quadretti, fogli ingialliti, frammenti di scritture diverse si stratificano in colline e pareti, come se la terra stessa fosse composta da tracce di passaggi precedenti. Anche il fiume non è mai solo uno sfondo: porta barche, riflessi, piccoli movimenti laterali che continuano mentre noi guardiamo il ponte. Nella prima grande apertura compaiono una madre e un bambino, un secchiello, una palla, un palloncino: piccoli oggetti caldi dentro una tavolozza fredda, beige, verdastra, appena violacea. È un paesaggio quieto, ma non innocente: tutto è già lì, disposto, come in una lunga inquadratura iniziale che prepara la tensione senza ancora nominarla. 

Poi la scena si stringe. All’inizio l’orso e il gigante sono ancora minuscoli, quasi inglobati nel paesaggio e nelle sue carte, ciascuno sulla propria altura, separati dal fiume e dal ponte sospeso tra i due versanti. Pian piano l’inquadratura avanza. Il momento in cui si incontrano al centro è decisivo proprio per questo: non li guardiamo di fronte, ma in verticale, come se una macchina da presa fosse salita sopra di loro. Il ponte diventa una striscia fragile, i corpi due masse che quasi si toccano e sotto si apre l’acqua. È una scelta visiva fortissima, perché toglie subito ogni eroismo: non vediamo due figure monumentali, vediamo due corpi precari sospesi su una linea sottile. 

Dopo questo punto il libro cambia ancora linguaggio e passa al montaggio ravvicinato. Arriva la pagina dell’orso e l’orso occupa quasi tutto. È un corpo nero, fitto di segni, ispido, pieno della propria rabbia; non è solo grande, è ingombrante. Lo spazio si restringe e il gigante compare soltanto in tre piccole cornici laterali, come in una sequenza di fotogrammi o in un controcampo compresso: prima gli occhi, poi il volto, poi la mano. L’effetto è chiarissimo: in quel momento il mondo coincide con l’orso, con la sua collera, con il suo sentirsi tutto il quadro. Ma subito dopo accade l’inverso e la pagina del gigante ribalta la precedente: adesso è lui a occupare la scena con il suo viso enorme e silenzioso, mentre l’orso arretra in due piccole finestre sul margine. Le due doppie pagine non descrivono soltanto due personaggi ostinati; mettono in scena il meccanismo stesso del conflitto, quella riduzione ottica per cui esisti solo tu e l’altro diventa dettaglio, ritaglio, minaccia laterale. 

Anche quando il testo comincia a cercare una soluzione, le immagini insistono sul punto più concreto: non c’è spazio. La tavola con i piedi dell’orso e del gigante sul tavolato del ponte è quasi più eloquente di qualunque frase. Non vediamo i volti, non vediamo la nobiltà del pensiero: vediamo zampe, scarpe, assi, bordo, vuoto. E sotto, in basso, una barca minuscola continua il suo tragitto come se il mondo, nonostante tutto, non si fosse fermato. È un’altra scelta cinematografica molto precisa: il dettaglio materiale del ponte sostituisce il discorso astratto. Il problema non è morale, non ancora. Il problema è fisico: dove mettere i piedi, come restare vivi. 

Per questo l’abbraccio arriva con tanta forza. Non è un gesto sentimentale: è una necessità del corpo. Nella tavola in cui il gigante propone la soluzione, i due sono finalmente vicini in un’inquadratura media, faccia a faccia, e qualcosa si è già sciolto. Ma è nella sequenza successiva che l’albo compie il suo movimento più bello: il ballo abbracciato viene scomposto in pannelli verticali come in una striscia di fotogrammi. Orso e gigante si tengono, si girano appena, avanzano di poco. Ogni riquadro registra una minima variazione, un passo, uno sbilanciamento corretto, una rotazione. Il conflitto, che prima era stato raccontato per occupazioni successive dello spazio – prima l’orso, poi il gigante – adesso può risolversi solo così: condividendo lo stesso quadro, lo stesso equilibrio, lo stesso rischio.

E infine la macchina da presa si allontana di nuovo. Dopo l’abbraccio e l’attraversamento, il libro torna al campo largo. I due personaggi sono di nuovo piccoli, uno per lato, il ponte torna a essere una linea nel paesaggio, le colline di carta riprendono il loro posto, il fiume il suo corso. È un ritorno visivo fondamentale, perché rimette il conflitto nella sua giusta proporzione. Quello che poco prima sembrava occupare tutto il mondo, da lontano torna a essere una piccola storia dentro un paesaggio più grande, dentro un mondo fatto di altre tracce, altri passaggi, altre vite. E forse è proprio qui che l’albo diventa più intelligente: non nel momento in cui i due trovano la soluzione, ma in quello in cui l’immagine ci ricorda che il mondo non coincide mai con il nostro scontro.

Il fiume conosce tante storie.
Molte di quelle storie non sono tragedie, ma relazioni rimaste a metà.
È così che nascono anche le storie d’amore che non sono state.
Non esplodono, non tradiscono. non crollano sotto il peso di un torto irreparabile. Si fermano al centro di quello spazio stretto in cui tutto potrebbe diventare.

Non è né orgoglio né una gara a chi tiene la posizione più a lungo. È difesa. Difesa pura, quasi infantile. La paura di consegnare all’altro una parte di sé che, una volta data, non si può reclamare indietro.

Ci si arriva piano a quel centro. All’inizio è entusiasmo, curiosità, leggerezza di chi pensa di potersi ancora tirare indietro in qualsiasi momento. Poi qualcosa cambia, le parole iniziano a pesare, le attenzioni diventano investimento, le aspettative prendono forma.
E lì il ponte si restringe.
Basterebbe un passo diverso, una frase più nuda, un “resta” detto senza ironia. Ma quel passo comporta un rischio: esporsi senza sapere se l’altro farà lo stesso, restare senza una garanzia, amare senza contratto.
Allora si rallenta. Si controlla. Si modula.
È una forma elegante di auto-salvataggio.

La storia si consuma in questa sospensione, non per mancanza di sentimento, ma per eccesso di cautela; non per orgoglio, ma per timore di perdere equilibrio. Come se l’amore fosse una sottrazione e non una trasformazione.
E intanto il ponte oscilla.
Oscilla quando uno dei due prova ad avvicinarsi e l’altro arretra di mezzo passo, oscilla quando si ride per alleggerire ciò che, in fondo, chiede di essere preso sul serio, oscilla quando il silenzio diventa più comodo della verità.
Nessuno cade e nessuno vince. Ci si limita a tornare indietro, ognuno verso la propria sponda, con la consolazione di non essersi sbilanciati troppo.
Ma qualcosa resta sospeso.

Perché a volte arretrare non significa perdere. Significa fare spazio. E non sempre lo capiamo in tempo.

Ci sono amori che finiscono per errore. E altri che non iniziano per paura.
Quelli sono i più silenziosi.
E forse, proprio per questo, i più difficili da dimenticare.

Il fiume conosce tante storie. Sono certa che conosce anche questa.

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