Presto sgorgheranno le lacrime. Carlos Giménez e i suoi niños (1 di 3)

Boris Battaglia | Pantomime del Calisota |

«Fate attenzione ai vostri occhi. Meglio se tirate fuori i fazzoletti. Presto sgorgheranno le lacrime, tanto piangerete dal ridere»

Marcel Gotlib

Il 20 novembre 1975, dopo una meritata agonia lunga e dolorosa, il caudillo Francisco Franco si scrosta dal mondo, lasciandolo un luogo relativamente migliore di quello che era stato finchè lo aveva abitato. Malato da anni, tutte le energie del dittatore, rincoglionito dal parkinson, erano assorbite da un’ossessiva e continuamente frustrata (alle volte addirittura con il botto: sì, sto pensando al volo di Luis Carrero Blanco) preoccupazione di trovare un successore che mantenesse saldo il regime. In realtà il regime, come il suo titolare, era ormai arrivato a consunzione. Se da una parte questa debolezza si trasformava in una violenza repressiva (soprattutto nei confronti dei movimenti studenteschi e dell’ETA) pari a quella dei primi anni Quaranta, dall’altra si manifestava in un progressivo allentamento delle maglie censorie. Mentre in tutto il paese aumentavano le esecuzioni capitali contro gli oppositori politici, proliferavano pubblicazioni radicali, satiriche ed erotiche. Soprattutto a Barcellona. Intendiamoci, proliferavano ma la loro vita non era semplice e spesso breve.

Il 4 marzo del 1974, due giorni dopo che Antonio López Sierra, il boia del regime, aveva eseguito la sentenza di morte per garrotaggio del giovane anarchico catalano Salvador Puig Antich, usciva nei chioschi delle Ramblas un nuovo settimanale umoristico, “Por Favor”. In un’intervista raccolta nell’indispensabile volume El humor frente al poder: prensa humorística, cultura política y poderes fácticos en España 1927 – 1987 (curato da Enrique Bordería Ortiz nel 2015 per i tipi di Biblioteca Nueva), Manuel Vázquez Montalbán definisce in questi termini la rivista:

«Fin dall’inizio, “Por Favor” si è spinta oltre i confini di ciò che era lecito, infrangendo tutte le convenzioni e le formalità delle pubblicazioni periodiche contemporanee, anche di quelle più apertamente antifranchiste. Ci dedicavamo alla satira politica e morale, eravamo un’avanguardia e sbeffeggiavamo le falsità del regime in tutte le sue forme, individuali e collettive, pubbliche e private. Ogni settimana era una vera battaglia contro il Ministero dell’Informazione e del Turismo, indignato per la nostra audacia.»

Montalbán era tra i fondatori e i redattori della rivista, insieme al fumettista Jaume Perich Escala, al vignettista Forges e al giornalista Eduardo Arce. Aveva ragione, erano davvero audaci, pubblicavano interventi di critica sociale (in favore dell’aborto e del divorzio, per esempio) accompagnati da vignette delle migliori matite del paese: oltre allo stesso Forges, disegnatori del calibro di Máximo, Núria Pompeia, Vives, Romeu e Chumy Chúmez. Quell’audacia, che li portò a tirare in pochi mesi 100.000 copie, ebbe però il suo costo. Il 24 giugno dello stesso anno, la testata fu chiusa a causa di una vignetta blasfema di Vives (è solo un’omonimia, non c’entra niente con il Bastien di Petit Paul e del nuovo corso di Corto Maltese) che rappresentava un cameriere che consegnava a Gesù il conto dell’ultima cena. Non c’è dubbio che Montalbán e gli altri redattori avessero imparato la lezione impartita dai ragazzi di “Hara-Kiri Hebdo” quattro anni prima, quando, essendo stato chiuso il settimanale per vilipendio a Charles De Gaulle, ne fecero uscire subito uno nuovo con la testata già registrata: “Charlie Hebdo”.  Infatti, ad agosto, riprendendo il nome di un’antica rivista umoristica degli anni Venti, fecero arrivare nei chioschi “Muchas Gracias” un settimanale formato tabloid che proseguiva la linea e lo spirito di “Por Favor”.

Con la morte del Caudillo cominciò quel periodo conosciuto come transizione democratica, che nel 1977 portò alle prime elezioni generali democratiche dopo quasi quarant’anni di dittatura, e nel 1978 all’entrata in vigore della nuova Costituzione. Furono anni di fermento politico e culturale in cui i gusti e l’immaginario del pubblico della stampa periodica cambiarono radicalmente, alla ricerca spasmodica di erotismo e divertimento. Per quanto riguarda i fumetti, il coronamento di questo cambiamento si avrà nel 1979 con la nascita della casa editrice La Cupula e della rivista “El Vibora”. Anche “Muchas Gracias” fu investita da questo vento di libertà espressiva e cambiò natura, virando dalla politica e dalla critica sociale verso l’erotismo e i fumetti. Con una direzione e una redazione rinnovata, il 23 aprile 1976 uscì il primo numero di questo nuovo corso. Su quelle pagine i lettori trovarono una storia brevissima (una tavola e mezza) di un autore poco più che trentenne che aveva già all’attivo diverse serie di fantascienza e western (come Delta 99, Dany Futuro e Gringo): Carlos Giménez.

L’atmosfera e il taglio delle luci richiamano in maniera evidente e programmatica Los Olvidados, il capolavoro di Luis Buñuel. Due bambini, testoni rasati e occhioni sgranati, si avvicinano di soppiatto ai bidoni della spazzatura di quello che è, con assoluta evidenza un luogo concentrazionario: nello specifico un orfanotrofio. Ravanano nei bidoni in cerca di qualcosa da mangiare. Ma vengono scoperti da un ragazzino più grande che li denuncia a un adulto responsabile dell’istituzione. Senza mostrarcene mai il volto, Giménez ci fa capire subito che tipo è. Basta un’inquadratura in cui, dietro al primo piano del ragazzino delatore, vediamo un dettaglio: la fibbia della cintura dell’uomo. Sulla fibbia c’è inciso il simbolo della Falange Española, il movimento fascista fondato nel 1933 da Primo de Rivera. Un dettaglio che ci dice tutto sulla natura dell’uomo. L’adulto punirà i due bambini obbligandoli a cedere la loro merenda al delatore e a picchiarsi tra loro. Il finale è agghiacciante. Uno dei due bambini in punizione promette all’altro di spaccargli la faccia, mentre nell’aria si diffonde l’inno dei cadetti della Falange cantato dagli altri orfani che sono andati a messa.

Con questa prima storia Giménez cominciava, cinquanta anni fa, un racconto che si sarebbe concluso addirittura nel 2022. Pescando a piene mani dalla propria biografia aveva deciso di raccontare la vita quotidiana di quei bambini tolti alle madri repubblicane incarcerate o uccise dalla repressione franchista. Più di 30.000 niños sequestrati e rinchiusi in centri di rieducazione ipocritamente chiamati Hogares del Auxilio Social, alla mercé di “educatori” la cui esperienza “pedagogica” si era formata tra le fila della falange fascista. Giménez era stato uno di quei bambini. Suo padre, operaio saldatore era morto prima della sua nascita e sua madre, malata di tubercolosi, a un certo punto dovette essere ricoverata, così dai 6 ai 14 anni venne sballottato per diversi di quegli istituti.

Nei primi due episodi, 1953 e La visita, è evidente che l’autore non sa ancora bene la direzione che prenderà. Sta andando a tentoni con la materia che ha deciso di raccontare e soprattutto, sta prendendo le misure con quella che sarà la forma del suo racconto. Se butti un occhio ai suoi lavori precedenti, la noti subito la riflessione che qui sta facendo sul segno, per trovare il giusto modo di rappresentare quell’estetica buñueliana (quella del periodo messicano del regista) a cui ha deciso di aderire e che lo porterà a realizzare i suoi due capolavori (questo di cui ti sto parlando e Barrio – di cui ti parlerò, giuro). Mette da parte tutti gli elementi grafici che un disegnatore può usare, come mezzetinte, frottage, retini, per andare dritto alla crudezza del segno: matita, pennino, pennello e china. Un segno essenziale, graffiato dove necessario, rotondo quando serve. Sempre scarno, come la vita di questi niños.

Riesce così a Giménez una cosa quasi unica, dotarsi di un segno grottesco ed espressionista perfettamente compatibile sia con le situazioni comiche (come nella serie Los Profesionales o in Historias de sexo y chapuza) sia con quelle drammatiche o addirittura tragiche (come Koolau el leproso o quella di cui ti sto parlando, Paracuellos).

Ma è anche nella struttura della tavola che sta cercando il giusto equilibrio. Giménez lavorava su tavole da cinque strisce di cinque vignette (le prime due storie sono ancora così) ma deve trovare un ritmo più adatto al poco spazio che gli editori gli concedono per questa serie, due pagine, che non lasci spazi vuoti; quindi, opta per una struttura di quattro strisce per tavola. Composizione serratissima che gli permette, dal punto di vista produttivo, di usare ogni centimetro di carta a sua disposizione e di ottenere, dal punto di vista narrativo, densità e dinamismo sorprendenti.

Con queste due prime storie quindi, Giménez sta riflettendo sulla struttura di un racconto corale e di ampio respiro che abbia come fulcro i propri ricordi d’infanzia. L’idea della serializzazione però, per quanto nel 2025 – per dare all’edizione integrale di Paracuellos l’aura del cinquantennale – sostenga di averla avuta nel 1975, a mio avviso prende davvero forma con la terza storia, pubblicata il 7 maggio 1976 sul terzo numero della nuova “Muchas Gracias” e intitolata Noche de Reyes. Ci troviamo nell’hogar di Paracuellos del Jarama, municipio della Comunidad de Madrid. È la notte tra il 5 e il 6 gennaio (la nostra Befana) del 1950, tre anni prima dei fatti del primo episodio. I piccoli ospiti dell’istituto hanno finito di cenare e vanno a dormire. Con una sequenza di vignette in carrellata l’autore ci presenta tutti i personaggi che animeranno i futuri episodi. Tra loro c’è anche Carlos, l’autore: senza padre e con la mamma tubercolotica ricoverata in un sanatorio a Bilbao.

Il sonno tarda a venire, è la notte più importante dell’anno, quella in cui i tre Magi portano regali a tutti i bambini. Questi bambini ci credono ai Magi. E i regali arrivano (mandati in realtà dagli americani tra gli svariati aiuti al regime franchistan baluardo della lotta anticomunista in Europa). L’eccitazione dei bambini per quei doni tanto sperati, è incontenibile. Quanto sarà devastante la delusione del giorno dopo, quando gli adulti responsabili dell’istituto sequestreranno tutti i doni. Una delusione che strazia anche il lettore, mentre lo sguardo sognante e addolorato di “Confitura”, lo incatena per sempre alle vicende di questi bambini indifesi.

Da questo momento Giménez offrirà al lettore che avrà la volontà di seguirlo, un fumetto intenso e cupo, al contempo però pieno di luce accecante. Con picchi di dolore straziante raccontato con disilluso sarcasmo e tanto impietoso humor nero. Un fumetto scomodo per la durezza con cui racconta un’infanzia abusata, rifiutandosi di dimenticare tutto ciò che quei bambini hanno sopportato per mano dell’arbitrio degli adulti. Perché è vero che i personaggi più squallidi sono ferventi franchisti, ma quello che li connota davvero è l’età adulta: sono soprattutto uomini e donne repressi, che sfogano la propria sadica frustrazione sui più soli e indifesi. Mai, neanche per sbaglio, Giménez avrà, nel corso di questa lunga epopea della memoria, il minimo cedimento retorico.

(continua)

Ti è piaciuto? Condividi questo articolo con qualcun* a cui vuoi bene:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

(Quasi)