La prima parte è QUI.
«Paracuellos è stato come un parto o come una bella cagata, sai… quando hai qualcosa dentro e hai bisogno di liberartene e lo fai. In effetti è stato terapeutico, a tal punto che da allora ne ho parlato raramente.»
Carlos Giménez
Quello della più giovane generazione di Spagna pesantemente segnata dal franchismo, era un tema che strideva in mezzo agli altri argomenti di un giornale come “Muchas Gracias”, composto da servizi fotografici di giovani donne svestite e strisce umoristiche, e che non fu particolarmente apprezzato da quel pubblico che la violenza e il peso oppressivo del regime voleva, almeno per il momento, dimenticarseli. O, quanto meno non affrontarli subito.

Alvaro Pons è spagnolo ed è uno dei migliori critici e studiosi di fumetto. Uno dei pochi che stimo. In un articolo del 2021 dedicato agli ottant’anni di Carlos Giménez, ha raccontato perfettamente questo paradosso. Da bambino, stiamo parlando quindi della seconda metà degli anni Settanta, andava sempre alla Biblioteca de l’Hospital di Valencia a leggere i fumetti. Li aveva letti tutti, da Mortadelo y Filemón a Blueberry, fino ai classici americani. Alla fine, non aveva più niente da leggere.
«Mi era rimasta solo una collana da leggere: “Papel Vivo”. E il primo albo che ho letto di quella collana è stato, lo ricordo perfettamente, Paracuellos, di Carlos Giménez. All’epoca dovevo avere 13 o 14 anni, e avevo appena iniziato la scuola media con libri di testo che mi raccontavano le gesta gloriose del Caudillo e di come il Generalissimo avesse salvato la Spagna dal disastro. Un discorso che, ricordo, era fatto dagli insegnanti senza molto entusiasmo, ma con sufficiente convinzione da farmelo credere con tutto il cuore. Invece ciò che quelle tavole raccontavano era ben altro: parlavano di fame, di dolore, di miseria, di orrore. Bambini che avrei potuto essere io, alla ricerca di cibo nella spazzatura, costretti a dormire sul cemento, a vivere l’inferno. Nessuno me l’aveva mai detto. Poi ho letto Barrio e, più tardi, España, Una Grande y Libre. E la mia mente di bambino è esplosa, diventando quella di un adulto.»
Giménez raccontava la verità, ma gli editori seguivano il pubblico e il pubblico in quei primi anni di libertà non aveva interesse a fare i conti con la storia recente del proprio paese. Era comprensibile quindi che facessero resistenza a pubblicarle. «Quelle storie – come afferma lo stesso Giménez nella prefazione a Un “hogar” no es una casa, il volume conclusivo della saga uscito per Penguin nel 2022- di 25 minuscole vignette per pagina, di bimbi tristi e affamati, che facevano piangere, erano fuori posto in riviste come quelle che volevano solo far ridere.»
La storia editoriale dei suoi niños è complessa e non è facile ricostruirla, anche perché quando ne parla, l’autore si affida solo alla sua memoria e la memoria se va bene per fare narrazione, non è uno strumento adeguato a fare storia. Per esempio, Giménez racconta più di una volta di aver cominciato a pubblicare queste storie sulla rivista “Mata Ratos”, ma guardando gli indici della rivista, lui non compare mai. Su “Mata Ratos” veniva invece pubblicato Marcel Gotlib, che in questa vicenda – come ti dirò tra poco – ha un certo peso. Per come l’ho ricostruita io, la storia editoriale dei primi 18 episodi di Paracuellos è andata così: su “Muchas Gracias” ne escono 5 (tra aprile e maggio del ’76), poi passa su “Yes” delle Ediciones Amaika (fondate da Xavier de Etxarri Moltó, figlio ribelle -guarda alle volte la nemesi storica – del fascistissimo e falangista Javier de Echarri Gamundi) sulle cui pagine escono sette episodi (da ottobre ’76 ad aprile ’77) e finisce il suo percorso (da maggio a giugno ’77) su 6 numeri del settimanale “El Papus” sempre dell’editore Amaika.
Se Paracuellos, pur saltando da una testata all’altra, era diventata a tutti gli effetti una serie con personaggi ricorrenti, in realtà non aveva un titolo. Nel luglio del ’77 l’editore decide di raccogliere in volume queste prime 18 storie. La scelta di un titolo diventa un’urgente necessità. Dato che all’inizio Giménez non pensava che questi brevi episodi sarebbero diventati una serie, non aveva pensato a un titolo che potesse accomunarli. All’inizio di ogni storia, accanto al titolo metteva l’anno e il nome dell’istituto dove i fatti erano accaduti: Bibona, General Mola, Paracuellos. La maggior parte di questi (10 su 18) erano ambientati a Paracuellos del Jarama. I pochi lettori che seguivano le vicende di questi bimbi cominciarono a indicarla semplicemente come Paracuellos. Fatto. Quello fu il titolo scelto per il volume. Il titolo meno commerciale del mondo, per un fumetto che leggevano davvero in pochi. Le vendite non furono propriamente un successo e c’erano tutte le probabilità che quelle prime 18 storie di Paracuellos restassero anche le uniche. Poi però succede una cosa.

Ti ho accennato che la rivista “Mata Ratos” pubblicava Gotlib. Non era la sola, l’autore di Rubrique-à-brac e di Superdupont era amatissimo dai lettori spagnoli e veniva tradotto un po’ ovunque. Sulla sua scrivania presso la redazione di “Fluide Glacial” arrivavano periodicamente tutte le riviste spagnole su cui veniva pubblicato. Nel pacco c’era pure “El Papus”. Gotlib dava sempre un’occhiata a tutte, e proprio sfogliando “El Papus” incappò nei niños di Giménez. Gotlib aveva una caratteristica: era un genio che sapeva riconoscere il genio (beh, ci credo! aveva avuto René Goscinny come maestro) e decise che Paracuellos doveva pubblicarlo sulla sua rivista. Lo tradusse addirittura di proprio pugno e nel 1979 lo propose al suo pubblico. La lancinante bellezza di questo fumetto, mista di tenerezza, sarcasmo, crudeltà e humor nero, piacque subito ai lettori di “Fluide Glacial”.

«Una volta pubblicato in Francia – ricorda Giménez – non ebbi più nessun problema a pubblicare in Spagna. Anzi, proprio a partire da quel momento, tutte le riviste volevano nuove storie di Paracuellos. Quella stessa serie che nessuno di quegli editori mi aveva chiesto, prima, di proseguire.»
Infatti, nello stesso anno che cominciavano a pubblicarlo in Francia, le Ediciones de la Torre ripubblicarono, come settimo volume della loro collana “Papel Vivo”, il volume Paracuellos pubblicato due anni prima da Amaika. Questa volta fu un successo.
Nel 1980 il volume uscì tradotto nella collana “Les albums Fluide Glacial” e a gennaio dell’anno dopo vinse, al festival di Angoulême, il premio come miglior album. A questo punto Gotlib chiese a Giménez di continuare la serie direttamente sulle pagine della sua rivista. In Spagna fu Josep Toutain (una delle figure più rilevanti della crescita del fumetto iberico tra gli anni Settanta e Ottanta) a pubblicarlo su “Comix”.
Con l’uscita del secondo volume (sempre per “les albums Fluide Glacial” in Francia e sempre per “Papel vivo” in Spagna) nel maggio del 1982 Giménez ritiene chiusa l’esperienza Paracuellos. Non sarà vero, perché 17 anni dopo, l’esigenza di riprenderne il racconto si farà sentire di nuovo. Tra il 1999 e il 2003 per Glénat España escono 4 nuovi volumi, ai quali tra il 2016 e il 2022 ne seguiranno altri 3. Nel settimo volume, Hombres del mañana, uscito nel 2016, decide di chiudere addirittura due serie: Paracuellos e España una grande y libre. In realtà quella di España una grande y libre dentro al settimo volume di Paracuellos non è esattamente una chiusura, quanto piuttosto una sorta di prequel. Pubblicata tra il 1976 e il 1977 sulla rivista “El Papus”, questa serie racconta della transizione democratica, mostrando senza remore come, chi si occupò da subito di realizzarla, fosse pesantemente investito dell’eredità franchista (Adolfo Suarez su tutti). Per rendere esplicito il collegamento tra l’eredità franchista e il primo governo democratico, Giménez infila i personaggi titolari di questa serie nel luogo più esemplificativo dell’oppressione franchista: l’Hogar di Paracuellos. Con l’intenzione di chiuderla qui.
L’urgenza del racconto lo fa invece tornare sulle sue posizioni. Se la storia della nuova Spagna democratica può cominciare qui, con la sua pesante eredità franchista, Paracuellos, che del franchismo racconta l’esizialità, non può terminare così. Seguono altri due volumi. Nel 2017, Las madres no tienen la culpa e nel 2022, Un “hogar” no es una casa. Con questo nono volume sembra proprio che l’autore abbia messo il punto finale alla sua serie. Anche perché nel finale il suo alter ego lascia per sempre l’hogar. Speriamo, a questo punto, che Giménez riprenda Barrio.

Ma adesso torniamo a Paracuellos 2. Sai… voglio mettere un punto finale al mio discorso anch’io.
(continua)
Non fa un cazzo da anni, ma è invecchiato lo stesso. Vive a Milano, e non potrebbe farlo in nessun’altra città italiana. Legge e parla di fumetti dal 1972 (anno in cui ancora non sapeva leggere). Ha una cattiva reputazione, ma non per merito suo. Ama e praticava la boxe, poi si è rotto. Beve tanto in compagnia di gente poco raccomandabile, tipo Paolo con il quale – per colpa di una di quelle bevute – si è ritrovato a curare QUASI.