Come Pablito. Carlos Giménez e i suoi niños (3 di 3)

Boris Battaglia | Pantomime del Calisota |

La prima parte è QUI. La seconda QUI.


 «Quante volte come Pablito, da bambino, in collegio ho pensato: “Da grande voglio fare il fumettista”. Non potevo immaginare che lo sarei diventato proprio per raccontare la storia degli Hogares de Auxilio Social

Carlos Giménez

Già te l’ho detto e qui te lo ridico: Paracuellos (insieme a Barrio) è una delle opere più importanti del fumetto spagnolo. Addirittura, mi sbilancio: Paracuellos è una delle opere più importanti del fumetto mondiale. Sono in buona compagnia a sotenerlo. Carmen Moreno-Nuño in una interessantissima analisi, lo ha accostato, per valore e importanza, addirittura a Maus e a Persepolis (ovviamente Carlos Giménez come autore è molte spanne sopra a Marjane Satrapi). Se lo hai letto, non è possibile darle torto.

Ah, scusami. Se non leggi il castigliano o il francese o l’inglese di Paracuellos, e se hai almeno la mia età, puoi solo avere letto i nove episodi del primo volume pubblicati – senza criterio e con traduzione imbarazzante – su “Totem” e “Totem Comic” negli anni Ottanta dalla Nuova Frontiera (lo so che non si dovrebbe parlar male dei morti, ma i morti una volta sono stati vivi e da vivi hanno fatto le loro cazzate, raccontarle non è parlarne male).

(Te lo dico in un orecchio: in realtà se cerchi bene nella rete qualcosa di più riesci anche a trovare).

Dei 9 volumi che formano il corpus dell’opera, il più bello in assoluto è il secondo. Quello in cui Giménez, grazie alla libertà e allo spazio garantiti dalle pagine di “Fluide Galcial”, trova la cifra stilistica più adeguata a ciò che sta raccontando.

La struttura della tavola resta sostanzialmente la stessa: quattro strisce da cinque vignette (cambierà con il quarto volume, in cui le strisce diventeranno da 4 vignette e poi con il nuovo secolo quando la morte delle riviste, che solo i nostalgici o gli stolidi – stessa tipologia di umani – vivono come una perdita, lo porterà a pubblicare direttamente in volume con una gabbia leggermente diversa da quella dell’album francese, costruita su 3 strisce da 3 vignette). Nel primo volume le singole storie erano slegate tra loro, accomunate dall’ambientazione negli Hogares, raccontavano però fatti accaduti in anni e luoghi diversi, mentre negli 11 capitoli che compongono questa seconda raccolta c’è unità di tempo e di spazio. Senza perdere l’originario respiro corale, l’opera si concentra su due personaggi (Pablito e Adolfo) dal loro arrivo nell’Hogar de Auxilio Social di Paracuellos (nell’ottobre del 1948 Pablito, nel febbraio del 1950 Adolfo) fino alla fuga di Adolfo.

Se in quella che potremmo definire come la prima stagione Carlos Giménez era anche un personaggio, qui l’autore si mimetizza dietro a Pablito. Racconta lui stesso, nella postfazione al nono volume, quello che chiude l’esperienza di Paracuellos con Pablito che lascia finalmente l’istituto per andare a vivere con il fratello, che :

«la maggior parte di quello che racconto del personaggio chiamato Pablito corrisponde alla mia biografia: la sua passione per il disegno e per i fumetti di El Cachorro, la sua incapacità di memorizzare i numeri e un sacco di altre cose, sono le mie».

Adesso mi perdoni, ma devo aprire uno dei miei soliti incisi. Da questo momento Pablito diventa l’avatar di Giménez per tutti i fumetti a carattere autobiografico che realizzerà. Pablito è l’adolescente protagonista di Barrio, una serie che comincia su “El Papus” nel 1977, quando Amaika, l’editore della rivista, ha appena raccolto in volume i primi 18 episodi di Paracuellos, e che, più di 40 anni prima che finisca la serie che racconta il Pablito bambino dentro l’Hogar, comincia a raccontare la sua vita da adolescente. Pablito è anche il vecchio ossessionato dal decadimento del corpo e dalla morte, protagonista dei tre volumi che Giménez realizza tra il 2016 e il 2020. Quello dei tre che assolutamente non dovresti perderti è Canción de Navidad, una parodia del Christmas Carol dickensiano in cui Giménez riassume, attraverso i divertenti fantasmi del passato, del presente e del futuro, praticamente tutta la storia di Spagna dal dissolvimento del regime all’attualità.

Come ha scritto Alvaro Pons (e lo puoi leggere sul Quasi di carta numero 3 nella bellissima intervista che gli ha fatto per i suoi 80 anni) i fumetti di Giménez hanno creato la memoria stessa della Spagna. Da Paracuellos a quest’ultima trilogia fondata sull’attesa della morte, passando per 36-39 Malos Tiempos, Barrio, Los Professionales e España una grande y libre ha raccontato la storia del suo paese con un livello di critica e di verità che nessun libro di storia ha mai raggiunto.

Ma torniamo al secondo volume di Paracuellos, in cui la saga assume la forma che la contraddistinguerà per i successivi cinquant’anni: il lungo romanzo di formazione di un’intera generazione, quella dei bambini nati subito dopo la Guerra Civile. Programmatico è l’ultimo capitolo del volume, che si chiude con due forti affermazioni di individualità. Quella di Adolfo che scappa dall’orfanotrofio e quella di Pablito che grida con convinzione il proprio nome, consapevole del destino che lo aspetta: raccontare a fumetti la propria generazione oppressa dal fascismo. Raccontarne il dramma e la difficile formazione umana, politica e sociale. Raccontarne la resistenza, spesso anche resiliente, all’opera di annientamento della propria personalità da parte dell’istituzione fascista.

In questo senso anche l’evoluzione del segno è indicativa. Il grottesco si allontana dall’estetica buñueliana tutta graffi delle storie del primo volume, per ammiccare sempre più alla scuola franco-belga (in questo secondo volume c’è ancora molto tratteggio, ma andrà sempre più scomparendo nei volumi successivi): teste grandi, occhi espressivi, corpi sottili, espressioni caricatissime. Ma non c’è niente di divertente. Non c’è nemmeno lontanamente la poetica di un Hergé. Qui la Linea Chiara serve a rendere l’infanzia violata. I bambini di Paracuellos hanno otto anni ma sono dei vecchi. Hanno occhi enormi che hanno visto troppo e pance gonfie per la fame, certo, ma anche per un insoddisfatto bisogno d’amore e di attenzione. Il bianco e nero non abbacina più come nei primi episodi, illumina chirurgicamente ogni singola umiliazione. La sua linea è decisa, netta, e non ammette sfumature: o sei la vittima o sei il carnefice.

In mezzo alla ripugnanza che ci suscita il comportamento degli adulti carnefici, degradati nella loro adesione attiva (o passiva) a un sistema violento e oppressivo, si staglia la bellezza dei bambini. Ma attenzione. I niños disegnati da Giménez non sono esseri puri, non sono angioletti, la bellezza non gli deriva da una superiorità etica dovuta all’innocenza dell’età. Si dibattono anche loro tra le miserie della natura umana, perché sono massa umana impegnata nel tentativo di sopravvivere e resistere alla programmatico attività del regime di depersonalizzarli. Resistere con i fragili mezzi che la loro età gli consente: un sussurro di notte, un gioco inventato nella polvere del cortile, un pianto dirotto, un teatro di burattini, una rissa, atti insensati di coraggio e di vigliaccheria, egoismi spiccioli e trasporti di generosità, il pisciarsi addosso addirittura. Ognuno a proprio modo cerca la propria valorizzazione emancipativa in contrasto (non aperto) con il mondo adulto chiuso nel reticolato morale di comportamenti rituali (la preghiera, il rosario, il catechismo, le lezioni in classe, le esercitazioni della Falange) privi di senso e di necessità. Eugenio compiendo azioni spericolate; Pichi usando la propria forza al servizio o contro gli altri, a seconda dell’umore; Ormazabal giocando a calcio senza sosta; Miguel Diaz ribellandosi a Sancha. Tutti rifugiandosi nei loro fumetti preferiti. Fino ai due atti più estremi: quello di Adolfo che cerca la libertà scavalcando il muro di recinzione e quello di Pablito, che la liberà invece ha deciso di disegnarla.

Nell’arco di 50 anni con Paracuellos Giménez/Pablito ha raccontato, con il proprio disegno, il fallimento del franchismo, ideologia retrograda e fanatica, ma purtroppo anche carsica e mimetica, che – nonostante gli sforzi profusi – non è riuscita a piegare e, anzi, paradossalmente l’ha formata alla libertà, quella generazione che appena è stato possibile ha ricostruito la democrazia spagnola.

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