Strange Adventures è una maxiserie in dodici numeri pubblicata da DC Comics sotto l’etichetta Black Label, uscita dalla penna di Tom King. Se alcuni antropologi, come Clifford Geertz, hanno beneficiato degli interessi della CIA, un loro ex agente come Tom King ha riutilizzato quell’esperienza diventando uno sceneggiatore di fumetti di successo. King ha costruito il suo percorso artistico su una decostruzione sistematica del mito dell’eroe, mescolando trauma post-bellico, psicologia del limite e impossibilità di conciliare violenza e coscienza morale. Arriva dopo Vision (2015-2016) e Mister Miracle (2017-2019), entrambi riflessioni sul tema delle relazioni fra ruolo e responsabilità pubbliche e ricerca di identità. Strange Adventures rappresenta l’ultimo tassello di questa fase autoriale caratterizzata da narrazioni frammentate su doppi binari temporali, disorientamento del lettore e tensione fra percezione pubblica e privata dell’eroe. Proprio in quanto epilogo, tende a mostrare anche il logoramento a cui quei dispositivi narrativi stavano andando incontro. Dopo, King cambierà prospettiva: toni più leggeri e narrazioni più lineari. Ma è proprio questo carattere di “opera limite” a renderla preziosa.

Il cuore della vicenda è un’inversione radicale: Adam Strange, l’eroe dei due mondi, non è colui che salva il pianeta Rann dall’invasione aliena dei Pykkt, ma un uomo accusato di aver commesso atrocità di guerra. A indagare è Mr. Terrific, chiamato a smontare la narrazione eroica che Strange e sua moglie Alanna hanno costruito. Come scrive Paolo Pugliese nel secondo volume, King mette in scena una «lucida riflessione sulla contrapposizione tra verità sacrificabili e menzogne necessarie», in cui «la veridicità dei fatti è un’opzione scomoda e l’epopea di un eroe si confronta con la costruzione propagandistica della sua stessa figura».

La narrazione è impreziosita dai disegni di Mitch Gerads ed Evan “Doc” Shaner. Graficamente, la tensione è affidata al doppio registro visivo: il segno pulito e la linea chiara di Shaner raccontano la guerra su Rann per come Strange vuole ricordarla e farsi ricordare; il tratto nervoso, sporco e realistico di Gerads restituisce invece il presente dell’indagine. Due sguardi che non si ricompongono mai perché, suggerisce King, la verità non è la somma di due punti di vista, ma il campo di battaglia dove collidono. A partire da questo impianto, Strange Adventures si presta potentemente a una lettura sul senso antropologico di ciò che raccontiamo: attraverso l’affermazione della verità, l’uso della menzogna e le necessità che sostengono entrambi.
Il racconto si apre e si chiude con la presentazione del mémoire di Adam Strange, un libro che è già un’arma: una storia che definisce vinti e vincitori, buoni e cattivi, eroi e nemici. Proprio come ci spiega Jack Goody ne La logica della scrittura e l’organizzazione della società, l’avvento della scrittura trasforma radicalmente i regimi di verità. Nelle culture orali, la verità è performativa, negoziabile, situata. Con la scrittura nascono l’archivio, il documento ufficiale, la possibilità di mentire in modo sistematico e, soprattutto, nasce l’autorità di chi può fissare per iscritto una versione degli eventi. Il racconto di Strange è esattamente questo: un atto di potere che trasforma una guerra sporca e il proprio stesso tradimento in una narrazione eroica, stabilendo chi è degno di essere ricordato e chi no.

La scrittura, qui, è la prima trincea della menzogna, ma tutta la vicenda non è che un lungo percorso per disinnescarla e, nonostante ciò, quella menzogna viene ciclicamente reiterata. La verità, quando finalmente arriverà, non potrà essere che un’altra bugia. Michael Jackson – no, non la defunta popstar, ma l’antropologo neozelandese allievo di Victor Turner – definisce questo circolo come il “continuum verità-menzogna”. In The Politics of Storytelling spiega come raccontare una storia non sia mai semplicemente dire il vero o il falso. Anzi, è sempre un atto di posizionamento esistenziale. Verità e menzogna non sono opposti, ma poli di uno stesso spettro narrativo, lungo il quale ci muoviamo continuamente per sopravvivere, per proteggere chi amiamo, per sopportare l’insostenibile. L’intero incarico di Mr. Terrific non è altro che una passeggiata su questo continuum: ogni rivelazione è già una nuova omissione, ogni confessione una nuova maschera. La scrittura è molto attenta ad accompagnarci lentamente verso la verità, costringendoci a camminare sulla corda tesa tra ciò che è accaduto e ciò che Strange ha bisogno che sia accaduto.
Già nel primo capitolo, tutto punteggiato da momenti in cui Adam Strange è impegnato in un firmacopie, tra i vari ammiratori uno sbrocca male e gli urla in faccia la verità contraria: lui non è il salvatore della civiltà di Rann ma l’uomo che ha annientato quella dei Pikkt. L’urlatore finisce presto folgorato e senza testa così Strange interpella Batman per indagare su di lui e scagionarlo. Il cavaliere oscuro non accetta e passa la palla a Mr. Terrific, teme di essere troppo coinvolto dal legame di amicizia con Adam. La potenza della scena è amplificata proprio dalle parole che Batman non dice, conosciamo la sua risposta solo dal racconto che ne fa Strange alla devota moglie Alanna, così il silenzio coincide con il rifiuto.

Nel dialogo/interrogatorio tra Alanna, moglie e compagna di avventure di Strange, e Mr. Terrific è lei a mettere in crisi la verità dei legami umani smontando il celebre sermone di John Donne con queste parole: «…alla fine siamo tutti delle isole e nessuno si domanda per chi suona la campana. Nessuno la sente nemmeno.» È lei la vera protagonista del racconto. In mezzo a tanti superuomini, è lei l’unica sempre in grado di ribaltare la verità a proprio vantaggio: è il suo superpotere. Di fronte alle atrocità commesse da Adam non le nega ma anzi, le riafferma giustificandole. Di fronte alle accuse prodotte dall’indagine degli altri eroi rifiuta anche l’idea stessa che sia Adam ad essere sotto accusa: è la JLA che lo sta intralciando. Persino davanti a un’interrogazione dello Stato Maggiore, quando i malvagi Pikkt sconfitti da Adam attaccano la Terra, rincara la dose: è lei che spinge il pianeta in guerra utilizzando la paura. Ancora lei, nel finale, afferma: «Le nostre vite sono storie. Piccole bugie che raccontiamo a noi stessi, ai nostri amici e ai nostri cari». Così Alanna chiude l’ultimo alterco con Mr. Terrific, sovvertendo la sua idea che una bugia resti una bugia e, di fatto, costringendolo ad accettare la sua verità.
Perché l’eroicità di Strange è così difficile da abbattere? Qui ci aiuta Carlo Severi. Ne Il percorso e la voce e ne L’oggetto persona, Severi ha studiato le menzogne rituali nelle tradizioni sciamaniche e iniziatiche. In molti riti di passaggio, l’iniziato deve morire simbolicamente per rinascere come persona nuova e questa morte non è solo una menzogna collettivamente prodotta, ma anche socialmente riconosciuta come vera all’interno del cerchio rituale. Strange non è semplicemente un bugiardo: è l’iniziato di un rito bellico che lo ha trasformato in eroe. La sua “verità eroica” è una menzogna rituale prodotta dal discorso militare, mediatico e civile. Una menzogna a cui tutti, fino a un certo punto, hanno bisogno di credere. Persino dopo la sua morte Alanna avrà bisogno di perpetuarla. Quando quell’urlatore iniziale, durante il firmacopie del mémoire grida un’altra verità, non sta solo contestando un fatto: sta infrangendo il cerchio magico del rito. Per questo viene fulminato e decapitato; non perché Strange sia un assassino, ma perché il rito non tollera profanatori. L’eroe, in questa lettura, non è colui che dice la verità, ma colui attorno al quale una comunità produce la menzogna necessaria a sostenere il proprio ordine simbolico.

Strange Adventures non racconta solo il crollo di un uomo. Racconta la struttura di ogni potere che ha bisogno di eroi per sopravvivere e di ogni comunità che, per non crollare a sua volta, accetta di non guardare troppo da vicino da dove proviene davvero la salvezza.

è scrittore di mezza tacca, disegnatore a tempo perso e suonatore di citofoni (in cui fa le pernacchie prima di scappare) ma nella sua carriera vanta anche esperienze teatrali e cinematografiche poco riuscite, alcune brevi incursioni nel mimo e nel porno ne fanno un artista completo.
In preda ad una crisi di mezza età, senza i soldi per comprarsi la spider e troppo apatico per intraprendere la classica relazione con una ventenne, sceglie di prendersi una laurea in antropologia. Ma siccome a lezione si annoia infila le graphic novel dentro le sovracopertine dei libri di testo e alla fine, facendo confusione tra gli argomenti delle lezioni e quello che legge, inizia a scrivere cose strane che ancor più stranamente vengono pubblicate.