In occasione dell’uscita di Lo Sconosciuto di Magnus: La vita, che sciocchezza starci a pensare, primo volume dell’Universale (Quasi) Economica – u(Q)e -, abbiamo chiesto a Michele Ginevra di recuperare una sua lettura di una pagina meravigliosa del ciclo de Lo Sconosciuto.
Una riflessione su “Lo Sconosciuto” di Magnus, ponte tra il fumetto popolare e il fumetto d’autore.
Leggere fumetti d’avventura o comunque di finzione vuol dire di solito prendersi una pausa dalla realtà, fantasticare, immedesimarsi in personaggi e situazioni altre dal nostro quotidiano. Tra le tante pagine rivolte agli appassionati su Facebook ce n’è una che si chiama non a caso “Fumetti di evasione”. Ci sono anche i fumetti di realtà, sempre più numerosi, lo sappiamo. Ma il punto a cui volevo arrivare è che, qualche volta (o forse molto più spesso di quanto si crede – ma questo è un altro discorso), può capitare che un’esperienza realmente vissuta accenda una connessione con un fumetto facente parte del proprio bagaglio di letture. Se poi questo fumetto è anche importante…

Insomma, nel luglio del 2020 venni ricoverato in ospedale in quanto colpito da coliche renali da litiasi, con conseguente posizionamento di stent ureterale. Disteso inerme sul letto, in posizione di albero di Natale, adornato di flebo e catetere, mi era così tornata in mente quella tavola di Magnus in cui Unknow, lo Sconosciuto, veniva operato d’urgenza dopo essersi beccato due pallottole nello stomaco. Non c’era paragone tra la drammaticità delle due situazioni, se non per quel catetere che i nostri due corpi avevano in comune (neanche tra i due corpi c’era paragone… ehm…). Si trattava e si tratta ancora oggi di una tavola importante, che fa parte di una storia breve di dieci tavole: La fata dell’improvviso risveglio, pubblicata sul numero 10 di “Orient Express” nel maggio del 1983. E questo rimando mi accende un ulteriore ricordo. Orient Express è stata una rivista seminale, a cui però arrivai solo con il numero 11, grazie a una quarta di copertina di “Ken Parker” che lo pubblicizzava, in quanto pubblicava Marvin il Detective, nuovo personaggio di Berardi e Milazzo. L’unica rivista che conoscevo e frequentavo saltuariamente dagli zii musicisti era “Linus”. Grazie a “Orient Express”, e al suo direttore Luigi Bernardi, mi si aprì un universo nuovo. Basta con i soliti personaggi da edicola che ormai mi davano poco… Finalmente fumetti più maturi e interessanti, e la rivelazione di un mondo di appassionati e iniziative che fino a quel momento mi era ignoto. Nel numero 12 di “Orient Express” incontrai per la prima volta Lo Sconosciuto con L’uomo che uccise Ernesto “Che” Guevara, raccontato dal punto di vista del medico (personaggio però inventato) che uccise l’amata icona rivoluzionaria. Ne rimasi davvero affascinato e anche per la presenza di Magnus (oltre che di Giardino, Micheluzzi e Panebarco) cominciai a cercare sulle bancarelle i numeri arretrati della rivista. Magnus, appunto… che avevo perso di vista, dopo la conclusione della sua collaborazione con “Alan Ford”. Non ricordo in che ordine riuscii a procurarmeli. Ricordo solo che quando lessi La fata dell’improvviso risveglio” ne rimasi profondamente colpito. Non avevo ancora letto i sei episodi precedenti in formato libretto, ma già così provai un’immediata e forte empatia per quel personaggio strappato alla morte per ragioni superiori e costretto a continuare a vivere in qualche modo sotto ricatto, insieme ai propri fantasmi personali.
L’intera storia merita analisi specifiche e negli anni la critica l’ha consacrata come una delle più apprezzate dell’intero ciclo del personaggio. Ma questa tavola in particolare presenta una serie di caratteristiche e significati che fa piacere poter condividere.

Diversamente dalle produzioni da edicola di scuola italiana, dove a quel tempo le tavole accompagnavano una lettura lineare delle vignette, il nuovo spazio della rivista consentì a Magnus una progettazione più complessiva. L’autore sfruttò bene questa possibilità, come si vede da questa tavola che si compone di più unità visive, comunque apprezzabili nell’insieme. A un primo sguardo, la tavola appare divisa orizzontalmente in due parti. Quella superiore, che occupa due terzi della pagina, e quella inferiore che occupa il rimanente terzo. L’insieme delle inquadrature consentono al lettore di capire già cosa sta succedendo: è in corso un’operazione chirurgica. Si capisce bene tutto quello che succede anche grazie al segno di Magnus, costituito di linee precise, proporzionate, nitide, di straordinaria efficacia comunicativa. Non solo. La forza del suo bianco e nero è dovuta anche a una perfetta illuminazione delle scene, che guida gli occhi immediatamente nel cuore dell’azione, lasciando al momento della lettura, la comprensione degli ulteriori dettagli.
Osservando meglio, le unità visive sono tre. E sono tra loro composte con un gioco di proporzioni che vede due rettangoli verticali tra loro affiancati, il primo più largo e costituito da una sola vignetta, e un rettangolo orizzontale di tre vignette.

La prima unità è costituita da una grande vignetta di apertura che offre in primo piano il corpo inerme e sedato di Unknow e in secondo piano l’equipe della sala operatoria. L’ambiente è buio. Ma la zona dell’intervento è rischiarata da una grossa multilampada che fa anche da cappello alla vignetta. La didascalia contestualizza la situazione, specificando che l’intervento chirurgico inizia alle 20:35. Non si tratta della classica didascalia informativa e spesso ridondante. È in realtà una voce fuori campo che scandisce la tempistica dell’operazione, che avrà una durata di diverse ore. Il commento del chirurgo e altrettanto preciso e soprattutto elemento costitutivo del ritmo della sequenza. «Il proiettile che è penetrato ha trapassato il colon discendente e il rene sinistro…». È un testo adeguato, sintesi di precisione e drammaticità.

Proprio seguendo il monologo del chirurgo (i puntini…), passiamo nella seconda sezione della tavola, che si articola in due vignette verticali, più strette della precedente vignetta, ma, sommate, di altezza eguale. La prima di queste replica una porzione del disegno principale, restringendo la visuale sull’equipe. Il chirurgo prosegue. «… L’altro ha colpito di striscio, tagliando cute e muscolo ma non colpendo gli organi vitali…». Questa analisi rasserena il lettore. La situazione è grave, ma non irrimediabile. È importante che la frase venga pronunciata inquadrando una porzione della scena più ristretta, perché ne sottolinea l’accuratezza. La seconda vignetta propone l’inquadratura dall’alto. Il gruppo di chirurghi, anestesisti e infermieri circonda il paziente. Se le precedenti avevano introdotto la situazione, con questa l’intervento ha davvero inizio. «… Incisione xifopubica» comanda il chirurgo. L’inquadratura è assai significativa, non solo perché permette al lettore di seguire l’operazione “in presenza”, ma anche perché ribadisce lo stato inerme del protagonista, ridotto a corpo immobile e indifeso, con i genitali in vista. Un corpo che troviamo impresso sul foglio di carta della pagina, dove il bisturi diventa idealmente un pennino e la linea della ferita un segno disegnato a china.

Arriviamo così all’ultima sezione della tavola, costituita da una striscia di tre vignette che offrono uno zoom progressivo sul primo piano delle viscere del nostro sfortunato eroe… Il ritmo è serrato! La prima vignetta: «… si incide la cute e si apre la fascia muscolare…». La seconda: «Si apre il peritoneo e si pongono i visceri in vista…». E un’altra voce aggiunge: «Divaricatore!». La terza: «Aspirami tutto quel sangue!». Il ritmo è serrato, dicevo, ma solo in parte sincopato, perché Magnus usa un espediente che richiama la legatura di valore utilizzata dalla notazione musicale. Il primo balloon della seconda vignetta della striscia comincia nella prima. E il secondo balloon della stessa vignetta sfora nella terza. A ribadire ulteriormente la continuità dell’azione, interviene la didascalia che chiude la tavola e che accompagna le ultime due vignette: «si prepara il “campo” per localizzare la lesione…».
L’operazione prosegue e si conclude con successo nelle pagine successive, al termine delle quali ritroveremo Unknow stanco e ancor di più disilluso, anche se almeno vivo e sufficientemente pronto per le nuove avventure agli ordini della S.C.U.D.O..
Rimane una considerazione finale da fare e riguarda il ruolo del fumetto nel costruire esperienza di vita nel lettore. Sono abbastanza sicuro che questa sia stata la prima operazione chirurgica a cui abbia mai “assistito” (i veloci frame di telefilm tipo Colombo valgono poco in confronto). Certo, si tratta di una riduzione in termini narrativi e grafici. Non è un’esperienza reale. Non è una rappresentazione televisiva o filmica realistica, per quanto mediata dalle scelte di regia e montaggio. Ma l’ho talmente interiorizzata, per il senso di vero di cui era intessuta, da richiamarla per analogia in occasione del piccolo intervento subito. Nello specifico, merito anche della documentazione raccolta dall’autore presso l’Istituto Rizzoli di Bologna, come ci rivela Andrea Plazzi nel suo intervento “Il senso dell’onore” pubblicato nel volume Magnus. Pirata dell’immaginario, Black Velvet 2007. Ma, appunto, questo non è un documentario, ma un’avventura! Ed è straordinario che cosa ne possa scaturire, quando l’autore è consapevole di cosa sta facendo.
C’è ancora molto da analizzare e scrivere su quanto il fumetto sia stato popolare nella seconda metà del secolo scorso. Non è solo una questione di venduto e diffusione. Non è solo la popolarità dei personaggi, per molti viva ancora oggi. Ma è proprio per il ruolo avuto nel costruire una conoscenza delle cose e della vita a favore di ceti e generazioni. Una caratteristica rimasta anche nel cosiddetto fumetto d’autore, nel momento del suo passaggio dagli albi alle riviste. Lo dimostra la saga de Lo Sconosciuto, che in pochi anni ha fatto conoscere ai lettori dinamiche internazionali, pezzi di Medio Oriente, le articolazioni della criminalità, la vicenda del più importante rivoluzionario del novecento… e persino lo svolgimento di un intervento chirurgico! In questo senso, la popolarità del fumetto non è consistita nel rendere semplici cose difficili, ma rendere accessibili conoscenze ed esperienze che non lo erano. E l’accessibilità è cosa ben diversa dalla semplificazione.
Non è un caso che questa tavola così significativa e ben costruita sia scaturita da questo contesto.
