Era un bassista di talento. La sua ex moglie dice addirittura che avrebbe potuto suonare nei Guns’n’Roses. Ora, non l’ho hai sentito cimentarsi con lo strumento e magari lei è un pelino coinvolta sul piano emotivo, comunque gli ha voluto bene anche dopo la separazione, ma di certo fino a un certo momento della sua vita ci ha guadagnato, con la musica. Girava con una band e faceva soldi. Il punto, tuttavia, è che bucava i due metri di altezza e pesava intorno ai centoquaranta chili. Un armadio. Uno che noti, lì sul palco, un bassista carismatico ante litteram, se vogliamo lanciarci in citazioni colte. E l’hanno notato, guarda un po’ il destino, un gruppo di wrestler che sono capitati a qualche concerto del suo gruppo. A lui piaceva il wrestling, e hanno fatto amicizia. Ha iniziato a seguirli, lo facevano entrare gratis ai loro show, a un certo punto ha iniziato ad allenarsi con loro e il resto, come si suol dire, è Storia. Con la S maiuscola. Perché lui non è UN wrestler. Lui è IL wrestler. Lui è l’Immortale, anche se non c’è più. Lui è Hulk Hogan, brother.
La sua origin story, tutti i supereroi e i supercattivi di un certo peso ne hanno una e Hulk è stato ambedue le cose, viene raccontata in Hulk Hogan: Real American, il documentario di Netflix. Le quattro puntate in sé sono quello che ti aspetteresti da una produzione di Netflix prodotto in collaborazione con la WWE: agiografico quanto basta ma senza glissare del tutto sulle controversie perché tutti ne vengano fuori bene ma non irrealisticamente bene. Diciamo bene il giusto, ma non è sensato aspettarsi che la WWE si tiri la zappa sui piedi. Nell’incipit del documentario, tuttavia, ma diciamo pure in tutta la prima puntata, si parla di una verità profonda del wrestling.
Hulk Hogan era un gigante. E i giganti li noti. I giganti non sono mica normali. Per questo piacciono ai promoter di wrestling, perché ti vendono uno spettacolo sopra le righe, qualcosa che ti resta impresso. Qualcosa di fuori dall’ordinario che ti verrà voglia di raccontare il giorno dopo agli amici, ai compagni di scuola o ai colleghi. Sei stato parte di una situazione fuori di testa che ti ha portato lontano dalle bollette, dai compiti in classe, dal traffico e dal mutuo per due ore. Ecco, il wrestling ti permette di essere Tony Manero senza saper ballare. E per farlo usa costumi sgargianti, recitazione sopra le righe, musica a palla. Se poi la federazione ha il budget della WWE salta fuori un kolossal con le luci, i fuochi d’artificio e i maxischermi, ma tutti, da chi lo show lo organizza nella palestra della polisportiva comunale a chi affitta il Madison Square Garden, scelgono la linea di minor resistenza per stupirti. E un gigante biondo con i baffoni a manubrio e il look da figo californiano beh, se non è la linea di minor resistenza non so cosa lo sia.
E non è un caso se Hulk Hogan: Real American martella continuamente sull’aspetto visivo di Terry Bollea. Voglio dire, ci trovavamo sull’orlo di una rivoluzione. Il wrestling era uno spettacolo che definire popolare è esser generosi. C’erano queste arene piene di fumo con redneck sbronzi di birra, uno spettacolo dal vivo molto partecipato che andava sulle emittenti locali quando andava bene. Poi arriva questo giovane rampollo rampante, Vince McMahon, che intende trasformarlo in un blockbuster settimanale di portata nazionale, lui vuole l’America tutta, e poi il mondo. Il merchandising esisteva già prima, ma con lui è esploso. Sceicchi malvagi, scozzesi rissosi, glam rocker fascinosi e poliziotti duri e milionari arroganti diventavano action figures, magliette, pupazzi gonfiabili, cestini della merenda e videogiochi. Tonnellate di videogiochi. Ne ho parlato già di come i videogiochi mi abbiano fatto appassionare al wrestling. Ecco, a tutto questo circo di personaggi colorati mancava una figura che guidasse la carica e Hulk Hogan era perfetto. Era un gigante, sì, ma aveva anche questo look californiano, biondo e abbronzato, e un vestiario iconico rosso e giallo con la maglietta che, puntualmente, si stracciava prima dei match per mostrare tutta la sua forza. Un eroe positivo, il Superman del ring, il frontman di un’era cartoonesca chiamata, non a caso, Rock’n’Wrestling.
E non è un caso se, tanti anni dopo, quando lo stesso Hogan, dopo esser passato alla concorrenza lottando per la federazione rivale della WWE, la WCW, ha scosso il mondo del wrestling rivelandosi come uno dei leader del New World Order, una fazione di cattivi che ha fatto la Storia dell’intrattenimento, ha rivoluzionato la sua palette di colori passando al bianco e nero, con una corta barba scura a far da sfondo ai baffoni rimasti uguali. Hollywood Hogan era Hulk Hogan al negativo, e questo balzava subito all’occhio, perché gli occhi lo riconoscevano subito e al tempo stesso lo vedevano radicalmente cambiato. Conservare i riferimenti visivi chiave e cambiar loro di segno al tempo stesso, raccontare una storia con la sola presenza, fare in modo che capiscano tutto nell’istante in cui tu fai il tuo ingresso sul ring, questa è la verità profonda del wrestling come arte visuale. Prima della musica, prima che tu prenda in mano il microfono, sei il tuo look, sei la tua mimica facciale e i tuoi gesti, sei qualcosa di impressionante.

In tal senso un wrestler esperto, un professionista, Joe E. Legend, mi disse che i wrestler cominciano a vendere i biglietti all’aeroporto. Cosa significa? Semplice: li vedi subito, quando arrivano in città, da quando scendono dall’aereo a quando arrivano nell’arena e ci rimangono fino a fine show. Vedi quelle pettinature pazzesche, quelle spalle larghe, quelle movenze sicure. Passano in mezzo alla gente e tu dici: «Wow, guardali, che roba. C’è il wrestling in città. Sai che quasi quasi ci faccio un salto?». Ecco, Hulk Hogan era la sintesi di tutto questo: immaginatelo passare, immaginatelo spiccare in mezzo alle teste delle persone normali. Immagina il biondo dei capelli, la faccia da biker con la bandana gialla e rossa, le spalle larghe come il semiasse di un camion. Non è mica un caso se il suo avversario più iconico di sempre, Andre The Giant, per ritrovarsi con un look che andasse oltre i limiti dell’umano dovesse soffrire di acromegalia, un prezzo non da poco per diventare il drago sconfitto dall’eroe per eccellenza. Verrebbe da dire che il wrestling risiede negli occhi dello spettatore ma no, il wrestling li usa, gli occhi, come un accesso diretto al punto in cui si trova la meraviglia.
Stefano Tevin e l’Onorevole Beniamino Malacarne sono un reboot del classico Dottor Jekyll e Mister Hyde ma, invece di seguire il trend contemporaneo dell’inclusività, deviano dal canone nel fatto di essere ambedue dei fetenti. Nati entrambi nel 1981, uno è una specie di scrittore (romanzi, fumetti, articoli, quella roba lì), l’altro è un lottatore di wrestling. Tevini ti parlerà di fumetti, fantastico e simili, Malacarne di Wrestling (oltre a occuparsi della gestione operativa dei reclami e soprattutto di chi li esprime).