Le vite umane sono, tutte, così noiose. Piene di tempi morti. Un sacco di tempo trascorso a dormire, mangiare senza passione, spostarsi allo scopo di raggiungere un luogo, lavorare… E che dire delle insonnie, dell’acidità di stomaco, delle attese? Vite piene di zanzare.
Per raccontare una vita si devono usare un sacco di trucchi. Scegliere, giustapporre, elidere, modificare, dimenticare, sovvertire. Perfino Proust, nell’infinita sbrodolata che lo ha consegnato ai posteri, ha dovuto mentire tantissimo.
Chi si ostina a confrontarsi con il genere della biografia si dedica alla costruzione di bugie e castelli di carte. Poi, quelle carte, magari, le riporta, con un’ossessività meticolosa, in bibliografia, dimenticandosi che, a loro volta, sono racconti, memorie, cronache. Inevitabilmente menzogne.
Poi c’è chi ama le storie vere, ma questa è un’altra storia e ha a che fare con animi intrepidi che non si lasciano spaventare dagli ossimori.

Davide Toffolo e Giulio D’Antona hanno appena pubblicato, per Feltrinelli, il biocomic Giangiacomo Feltrinelli: Rivoluzionario permanente. La vita e – soprattutto – la morte dell’editore sono state raccontate innumerevoli volte: è quasi impossibile trovare un solo evento, capace di scollarsi dall’aneddotica occasionale da dopocena, che illumini quella vita di una luce inattesa. Raccontare la vita di Feltrinelli costringe, ormai, a selezionare eventi e a giustapporli in un mosaico che assuma, attraverso una pratica accurata del riciclo dei materiali, una forma nuova.
Però questo è un fumetto, non un racconto di parole e la forma, la pagina, si deve – per statuto – imporre sul contenuto. Giangiacomo Feltrinelli è facile da disegnare: con il naso arcuato, i baffi puntuti, gli occhiali pesanti, la stempiatura e il ciuffo è sempre riconoscibile. Davide Toffolo dà a quel volto iconico un corpo esatto e dinamico. Una figurina sottile che, fin dalla copertina, si muove scattante tra libri e disavventure rivoluzionarie. Quel Feltrinelli è un Gian Burrasca che corre nella storia italiana. Le parole dette dai personaggi, raccolte con cura tra documenti, interviste, discorsi e citazioni citabili, si scontrano con un mondo in cui omini disegnati con piglio caricaturale si stagliano contro ritratti e riproduzioni di quadri e fotografie. L’effetto finale restituisce il senso grottesco della nostra storia.

Un fumetto riuscito assai bene, scandito dalla presenza di un edificio incongruo. Nella pagina di apertura di quasi tutti i capitoli compare il palazzo della Fondazione Feltrinelli (una delle due piramidi in vetro di Herzog, per intenderci). Quella struttura ha veramente poco a che vedere con la vita di Giangiacomo Feltrinelli: è stata inaugurata novant’anni dopo la sua nascita e quarantaquattro dopo la sua morte. E, allora, perché mettere in pagina un palazzo di uffici per scandire i ritmi di una vita che, almeno nel racconto, è stata condotta in strada, tra luoghi inospitali, paesi oppressi e clandestinità?
Dopo aver scartato l’ipotesi che Toffolo e D’Antona stessero cercando di omaggiare, con la loro storia molto milanese, Paolo Bacilieri e la sua Torre Velasca, mi sono concentrato sulla forma delle piramidi. Due edifici di vetro, costruiti su una gabbia di metallo per custodire una collezione di carta immensa (duecentomila libri, diciassettemilacinquecento collezioni periodiche e un milione e mezzo di carte manoscritte) diventano, nell’area urbana in cui sono collocati, strutture incongrue che alterano la spazialità. Avvicinandosi e camminandoci accanto, si percepisce forte l’effetto straniante dato da palazzi che infrangono le aspettative prospettiche.
E, allora, una casa di carta bidimensionale diventa il posto ideale per ospitare le disavventure di un omino di carta che scorrazza per la pagina.
Giangiacomino Burrasca ha trovato il suo spazio.

Scrive e parla, da almeno un quarto di secolo e quasi mai a sproposito, di fumetto e illustrazione . Ha imparato a districarsi nella vita, a colpi di karate, crescendo al Lazzaretto di Senago. Nonostante non viva più al Lazzaretto ha mantenuto il pessimo carattere e frequenta ancora gente poco raccomandabile, tipo Boris, con il quale, dopo una serata di quelle che non ti ricordi come sono cominciate, ha deciso di prendersi cura di (Quasi).