Come spesso succede da queste parti, è iniziato tutto con una cena. Tanto noi quanto Claudio Curcio, il presidente del Comicon, volevamo fare una collana di libri di storia e critica del fumetto. È iniziata con disaccordi sulla scelta del vino, poi una schermaglia di veleni e cattiverie reciproche, un comune amico (presente alla cena, ché parlare alle spalle è così noioso) è stato scelto come vittima sacrificale per la ferocia priva di controllo, ci siamo presi a vicenda abbondantemente per il culo, abbiamo deciso che avremmo dato nuova linfa a una collana di cui era uscito, un paio di decenni fa, un unico volume: “I quaderni di Comicon”. Noi volevamo che si chiamassero “I quaderni di Comicon e di (Quasi)”, ma non è andata così e il nome di (Quasi) è finito sul retro del volume. Ma Curcio ha pagato la cena (e il vino, che – al solito – rappresenta la spesa più ingente e imprevedibile) e ci fa fare una collana come vogliamo, senza alcuna ingerenza: va bene così.
I “Quaderni di Comicon… e di (Quasi)”. Sono bellissimi. Il primo, dedicato a Baudoin, è stato figlio unico per un po’ di tempo. Adesso è arrivato il secondo. Copertina blu con Mr. Natural di Robert Crumb in bicicletta e un sacco di scritte in Gastromond che è il font che Alberto Bonanni ha scelto per (Quasi). Il titolo è Underground: California Dreaming ed è la prima parte di un dittico che abbiamo voluto dedicare alla storia del fumetto underground statunitense. La seconda parte, intitolata Freak Out, uscirà tra qualche settimana.
Di seguito, l’indice e, subito dopo, il testo introduttivo del volume.
Cercalo. Lo trovi ovunque: 144 pagine di bellezza a 22 euro.

Underground, California Dreaming
- California Dreamin’: Cielo grigio su, foglie gialle giù e il rumore di fondo dell’Utopia di Boris e Paolo
- L’Underground prima dell’Underground: Ispirazioni e precondizioni di Paolo Interdonato
- Gabba Gabba Hey: I quaderni perduti della Cactus Valley di Valerio Bindi
- Come si inventa una controcultura di Lorenzo Ceccherini
- Ciò di cui sono fatti i sogni: Storia brevissima dell’LSD di Boris Battaglia
- Harvey Kurtzman: E ora qualcosa di completamente diverso di Paolo Interdonato
- Botte, proletariato e fumetti sporchi di Massimo Giacon
- Una storia di riviste esplosive di Paolo Interdonato
- La vera vita di Robert Crumb di Paolo Interdonato
- Quasi come Carabas: La storia di Robert Crumb e del suo gatto senza stivali di Boris Battaglia
- La lingua del fumetto underground di Marco Bertoli
- Binky Brown: Una storia blasfema e vera di Omar Martini
- Trina Robbins, o della dolcezza della guerriera di Paolo Interdonato
- Mr. Art Spiegelman di Paolo Bacilieri
- L’epica del quotidiano: Harvey Pekar e American Splendor di Claudio Calia
- Lampi sul fumetto italiano degli anni Settanta di Michele Mordente
- Ritratti di Valentina Restivo

California Dreamin’: cielo grigio su, foglie gialle giù e il rumore di fondo dell’Utopia
di Boris Battaglia e Paolo Interdonato
«All the leaves are brown
And the sky is gray
I’ve been for a walk
On a winter’s day»
Quando nel 1965 the Mamas & the Papas incidono queste parole, la California non si limita a essere uno Stato della costa pacifica. È un’allucinazione collettiva, un punto di fuga prospettico, sognato e mai raggiunto, verso il quale i giovani statunitensi volgono sguardo e desideri. Gli Stati Uniti, in quell’anno, sono un groviglio tossico di escalation bellica in Vietnam, rivolte razziali sanguinose, paranoia poliziesca di Hoover e un conformismo suburbano alienante che prepara il terreno al risentimento politico della “maggioranza silenziosa”. La California è il luogo in cui i giovani statunitensi cercano di emendare il peccato originale di un paese nato da un’invasione e da un genocidio, sotto un sole caldissimo che promette di non tramontare mai. Ma, come sanno bene i lettori di (Quasi) –la rivista che, con pervicace orgoglio, non legge nessunə – ogni sogno ha un rovescio della medaglia, un’ombra che si allunga sulla sabbia sporca di cicche di sigarette e rifiuti abbandonati dalla villania turistica, mentre tuttə guardano il tramonto.
Questo volume rappresenta il nostro tentativo di cartografare il territorio nascosto da quell’ombra. Dopo aver dedicato il primo dei “Quaderni di Comicon… e di (Quasi)” al lavoro straordinario di Baudoin, fumettista nizzardo gigantesco, abbiamo deciso di attraversare l’Oceano e volgere altrove lo sguardo. Dedichiamo al fumetto underground statunitense due volumi. Se il secondo volume, intitolato “Freak Power”, evoca la militanza e la resistenza estetica di Gilbert Shelton, questo primo atto, “California Dreamin’”, protetto da una copertina di Robert Crumb, si interroga su cosa ci fosse sotto il terreno prima che i fiori della rivolta, dei diritti civili e della psichedelia bucassero la crosta della società dei consumi.
Questo volume nasce da una convinzione: l’underground non nasce dal nulla in una nuvola di fumo di marijuana, a metà degli anni Sessanta, non esplode come un funghetto atomico psichedelico completamente inatteso. Striscia sottoterra, a lungo, prima di mostrarsi in forma di comix. Le radici affondano nelle Tijuana Bibles, nei fumetti della EC Comics, nella lezione feroce di Harvey Kurtzman, nella satira di “Mad”, nell’erotismo protoindustriale di “Playboy”, nel giornalismo laterale del “The Village Voice”. Quando il Comics Code Authority sterilizza il fumetto statunitense, non elimina il desiderio. Si limita a spingerlo altrove, a costringerlo a cercare un rifugio. L’underground è la conseguenza imprevista di una repressione riuscita fin troppo bene.
I saggi raccolti qui di seguito provano a raccontare la traiettoria sghemba e bislacca di quella conseguenza, come se fossimo di fronte a una storia culturale e politica prima che estetica. Non solo le storie degli autori e dei personaggi, ma anche e soprattutto dei dispositivi, delle riviste, delle droghe, dei tribunali (morali e no), delle economie parallele, delle comunità, delle zone temporaneamente autonome. Inutile cercare un Big Bang, un atto di fondazione; più interessante concentrarsi su una costellazione di eventi apparentemente disgiunti.
Harvey Kurtzman, a cui dedichiamo uno spazio centrale, è sicuramente l’anello mancante. Senza il suo rigore compositivo, senza la sua capacità di trasformare il fumetto in un potente strumento di parodia, analisi e comprensione del mondo, senza “Mad”, l’underground non sarebbe mai nato. Kurtzman ha insegnato a una generazione di disadattati che il fumetto può essere una forma d’arte adulta, consapevole e spietata.
La California di cui scriviamo è anche un luogo fisico e metafisico. È la meta del viaggio di quegli artisti nomadi e “irregolari” che si muovono tra i circhi e i freak show di fine Ottocento, e ci fanno pensare che il DNA del fumetto sotterraneo sia scritto sulla pelle tatuata di donne guerriere e nei quaderni perduti di chi viveva ai margini della storia.
E c’è anche la California chimica dell’LSD, da farmaco psichiatrico a chiave (fragilissima, di vetro) delle porte della percezione. Senza quella molecola, probabilmente, il segno di Robert Crumb non avrebbe mai acquisito quella vibrazione ossessiva, quel tratteggio che sembra voler grattare via la superficie della realtà per rivelare i mostri (molto umani e borghesi) e le muse (molto abbondanti e seducenti) che ci abitano. Crumb è l’inquilino scomodo di questo volume. Lo analizziamo come autore autobiografico totale, lo seguiamo nelle sue idiosincrasie linguistiche e ne osserviamo il successo paradossale attraverso la parabola di Fritz il Gatto, un personaggio che Crumb finì per odiare proprio perché troppo compromesso con quel sistema che voleva sovvertire.
Bisogna evitare, però, di cadere nel romanticismo acritico. La controcultura non è stata solo rivoluzione, ma anche una forma di critica esistenziale permessa paradossalmente dal benessere materiale. È un equilibrio fragile, che spesso finisce per essere riassorbito dal mercato. Eppure, in quel breve istante di rottura, sono nate voci che hanno cambiato per sempre le nostre grammatiche del racconto, dello sguardo, della poesia e dell’amore.

Pensiamo a Trina Robbins, che ha dovuto combattere due battaglie: una contro la cultura dominante e l’altra contro il maschilismo tossico della stessa scena underground, aprendo la strada a una narrazione femminile e femminista che oggi diamo per scontata ma che allora era un atto di guerriglia (certo, a volte tenera, ma pur sempre guerriglia). O a Justin Green, che con Binky Brown ha inventato l’autobiografia moderna, trasformando la nevrosi e la colpa cattolica in una confessione laica e brutale.
L’underground non è solo “sesso, droga e rock & roll”. È anche la scoperta che la vita di un impiegato di Cleveland può avere la dignità di un’epopea. E, allora, c’è Harvey Pekar, l’uomo che ha dimostrato che non servono superpoteri per essere protagonisti di un fumetto, ma solo un’onestà disarmante nel guardare le proprie miserie quotidiane.
Infine, non potevamo dimenticare che quelle onde lunghe del Pacifico sono arrivate anche da noi. Michele Mordente ricostruisce i “lampi” dell’underground italiano degli anni Settanta. Un passaggio di testimone necessario per capire come quel California Dreamin’ si sia trasformato, nelle cantine di Milano, Roma e Bologna, in qualcosa di ferocemente politico e visivamente esplosivo, preparando il terreno a realtà come “Cannibale” e “Frigidaire”.

Questo volume, arricchito dai ritratti di Valentina Restivo e dagli sguardi d’autore di Massimo Giacon e Paolo Bacilieri, non vuole essere un catalogo nostalgico. La collana “Quaderni di Comicon… e di (Quasi)” nasce per restare inquieta.
«If I didn’t tell her
I could leave today»
Così cantavano, ancora, the Mamas & the Papas. Noi non te l’abbiamo detto, ma, mentre stavi leggendo queste righe, siamo partiti. Questo è il diario di bordo di un viaggio sotterraneo che continua ancora oggi, ogni volta che qualcuno decide di disegnare una riga, un’idea o una pulsione, che non dovrebbero stare lì.
Benvenuti in California. Il cielo è grigio su, le foglie gialle giù, ma il viaggio è appena iniziato.