Se me lo chiedete, so benissimo dove sta il Martin-Gropius-Bau. Lui d’altronde non è che cerchi di nascondersi. È alto tre piani, largo qualche decina di metri, decorato in oro e in centosettant’anni non ha cambiato posto.
Riesco ugualmente a non trovarlo mai e comunque Potsdamer Platz non è l’unico luogo in cui io mi perda con commovente tenacia. Leggende familiari narrano di un mio smarrimento nel centro di Gubbio. Ma perdere l’orientamento intorno a Potsdamer Platz mi sembra dignitoso, pure storicamente accurato, quasi un doveroso omaggio a un pezzo di Berlino che sembra un exclave di Mitte a Tiergarten ma è in realtà Kreuzberg, che è centralissimo ma terra di nessuno, e dove Bruno Ganz si è aggirato in paltò nero con ali sovradimensionate.
Qui, tutto è inganno. La piazzetta intitolata a Marlene Dietrich ospita un gigante palloncino annodato color blu elettrico che in realtà è fatto di acciaio inossidabile. E scommetto che la Dietrich qua non ci metterebbe piede neanche sotto minaccia di morte. Il semaforo storico, che spunta in mezzo al nulla come uno spaventapasseri in cassaintegrazione, con grande probabilità non è mai veramente stato lì. Se ti viene appetito, vedi di sfamarti a “Dunkin Donuts” o in quel locale atroce di nome “Caffè e Gelato”. Renzo Piano, poi, ha pensato bene di progettare solo edifici ad angolo acuto, così che mi sembra di aggirarmi in un bosco di incudini abitate da uomini a testa di martello, ma alla fine imbocco la traversa giusta e sono al Gropius Bau con la mia amica Marta.

Dentro ci aspetta un nuovo bosco, fatto stavolta di enormi peni. Slanciati o tozzi, grigi o beige, pensosi o sbarazzini, nerboruti, grinzosi e plastici ci accolgono impassibili nella prima sala della mostra di Marina Abramovic, l’opera si chiama Magic Potions. Per dirla tutta subito: ne vedremo molti altri. In Slavic Soul si affacciano dalle patte di dieci uomini in costume tradizionale serbo (dieci uomini, dieci peni) e stanno eretti, con angolazioni diverse e lievi oscillazioni, in ascolto di una canzone della durata di svariati minuti. A eseguirla è un’icona del cinema jugoslavo, Olivera Katarina. Così informa la didascalia e non omette di istruirci sul significato simbolico di questa rappresentazione: la canzone patriottica esalta fantasie di pulizia etnica, l’opera induce a riflettere sulla connessione tra nazionalismo e modelli di mascolinità tradizionale. Ma i peni, mi chiedo, sono veri? Leggo su SapereSalute.it che la durata media di un’erezione varia da pochi minuti a circa mezz’ora. Durante un rapporto sessuale, dice. E durante una litania inneggiante al genocidio dei musulmani? Non trovo statistiche. Mi sono sospetti, questi peni, così disciplinati e infaticabili.
Le Magic Potions della prima sala ci trattengono per un po’. Sono curiosa. I membri che spuntano dal pavimento potrebbero essere di vetro-resina, di cartongesso o chissà di calcestruzzo. Vorrei allungare la mano a saggiare quello centrale, ha le sembianze inusitate di un asparago nero. Sarebbe un gesto assolutamente ragionevole e consono, nessun cartellino intima di “non toccare” e sono a una mostra sul tema erotismo, maledizione, questo pene esercita un richiamo. Toccalo, mi dico, toccalo. Ma la vecchia abitudine all’autocensura prevale, desisto. Perdonami, Marina, ho fallito. Vago invece con lo sguardo. L’occhio disinibito, solo in apparenza più casto della mano, esplora l’orizzonte virtuale di una proiezione che amplia il panorama, penoso, penale, o forse penico, dell’installazione: un paesaggio di sassi, cielo grigio e nuvole, in un silenzio post-apocalittico. E falli, fin dove l’occhio si perde.
Tra le pozioni magiche dell’installazione, cerco di memorizzarne una, un metodo per favorire la crescita della cipolla. Prevede che i semi vengano rimescolati dal marito con una mano mentre con l’altra si massaggia il pene e i testicoli – e prima che si protesti sull’onnipresenza dei genitali maschili, ecco il ruolo fondamentale della vagina: la moglie prenderà in consegna le sementi poi, senza mutande e tirandosi su la gonna, le pianterà nella terra. Quei semi che saranno stati visti dalla vagina – qui l’animazione ci soccorre didatticamente e tra le grandi labbra si spalanca un occhio – cresceranno più veloci e daranno piante sane e robuste.
Ebbene sì, Marina Abramovic ci sta prendendo per il culo.
E infatti alle nostre spalle un’inquietante scienziata in camice bianco da Dea della Frigidità descrive puntigliosa i rituali e le pozioni: per la fedeltà, per la felicità, per la fecondità della femmina come della terra. Non avete capito? Tranquilli, c’è la didascalia: «I sistemi di conoscenza affidati a racconti orali, canti e pratiche quotidiane sono stati spesso classificati come retrogradi e usati per costruire un’immagine dei Balcani in contrasto con un Occidente considerato invece razionale e civilizzato. In Balcan Erotic Epic Abramovic mette a nudo questi stereotipi caricaturandoli esplicitamente.»
Il fatto che prenda per il culo noi, non significa che non faccia sul serio lei. Frustandosi, tagliandosi e intossicandosi, strofinando per giorni ossa di bue insanguinate, o stesa su blocchi di ghiaccio, tra le fiamme, sotto uno scheletro, Marina appare in ogni stanza in filmati larger than life delle sue performance. E proprio come i peni-totem mi incuriosisce, mi disgusta, mi annoia e mi attrae. Ero satura già prima di entrare. Vedo una sua mostra per la prima volta, ma da lettrice bulimica dentro e fuori Internet ho già consumato dosi massicce di Marina Abramovic. Adesso, dentro al Gropius-Bau, me la infilano negli occhi, ingigantita e concentrata, me la cacciano con un imbuto giù per le pupille: guarda, guarda. GUARDA!
Come si guarda un corpo nudo? Posso indugiare sul pelo pubico che mi sembra straordinariamente folto? E constatare che il seno si espande nel tempo, da minuto e preciso si fa piriforme e divergente e immaginarne la consistenza? Dovrei rimproverami quella tenerezza istintiva per il suo viso giovanissimo e lo sgomento che da qualche anno mi coglie alla vista di pelle tesa e soda? Che postura dovrei tenere, che espressione dovrei indossare mentre la osservo che si frusta e perché mi ipnotizza la sua schiena, così carnosa e plastica, striata di ferite rosse e neri capelli? La guardo così tanto che mi esce dalle orbite. Ho assorbito in tre ore decenni del suo corpo, l’ho perlustrato come non faccio mai con il mio, che ho imparato a ignorare con grande efficienza mettendo fine alla nostra lunghissima relazione tossica.

Alla fine, il corpo di Marina attraverso gli occhi mi è entrato nelle spalle, nelle clavicole, mi è calato nei fianchi e nelle ginocchia, tanto che fatico a camminare con il doppio della carne e quasi il triplo degli anni addosso. Uscendo ci fermiamo nel grande atrio del museo a guardare ancora una proiezione. Ma dov’è la didascalia? Cerco a fianco del grande schermo e per tutto il perimetro del colonnato. Trovo l’ingresso alle altre mostre (Peter Hujar e una panoramica sui parchi giochi di Berlino), una strana divisa floscia con una foto incorniciata, ma nessuna spiegazione, nessun contesto. Come faccio adesso, dovrò mica fidarmi del mio occhio? Io e Marta ci appoggiamo alla balaustra, a fronte del gruppo di donne in nero con lo sguardo fisso su di noi che si battono il petto e gemono ritmicamente. L’inquadratura si allarga e si stringe, vediamo una decina di donne, poi forse venti, cento. Ma è una moltiplicazione illusoria e digitale: il viso dell’artista compare in diversi punti, così come altri volti ben identificabili, come una composizione di piastrelle umane. Marina avrà risparmiato sul personale, che sia vittima anche lei dei tagli alla cultura?

Questa proiezione, lo capirò solo dopo facendo diligentemente le mie ricerche per questo pezzo, è parte di una performance dal titolo Tito’s funeral e l’uniforme vuota è proprio quella di Tito. «Il socialismo jugoslavo», mi aveva spiegato un pannello dentro la mostra, «viene rappresentato da Abramovic come un coacervo di ambiguità e contraddizioni, riflesso della sua stessa esperienza come figlia ribelle di alti funzionari di partito e di una indagine del rapporto tra l’ideologia e il corpo». Io, a occhio e croce, direi che il socialismo jugoslavo la Abramovic l’ha proprio buttato nel cesso, alla faccia delle ambiguità: tra divise flosce e stelle di sangue oppure di fuoco, il margine per le interpretazioni sfumate mi pare scarso. Ma lo dice il pannello esplicativo e di sicuro sono io che ho capito male.
Siamo stremate e comunque, ansiose di ottimizzare la visita annuale di Marta, ci trasciniamo anche per le sale di Peter Hujar. Fatta una rapida valutazione delle mie risorse mentali residue, decido di ignorare le foto optando per la lettura dei cartellini, meno impegnativi, che descrivono data, luogo, soggetto e tecnica. Quando infine usciamo, non so da che parte andare. Per fortuna la mia amica mi indica con il dito un cartello blu con una freccia e il simbolo della metropolitana. Concludiamo che il mondo non sarebbe navigabile senza le apposite didascalie.
https://www.berlinerfestspiele.de/en/gropius-bau/programm/2026/ausstellungen/marina-abramovic

