Da qualche mese agisco spesso e senza poterci fare granché un animo malvagio, coltivando sentimenti di noia e malevolenza autodiretta. Questa dinamica atterrisce lə miə fidanzatə. Non se lo spiegano, si frustrano e poi mi lasciano, e io lo so che hanno tuttə ragione. Comunque funziono. Con delle ombre che si intrufolano configurando indesiderate coreografie di presenze. Le avverto, mi volto, voglio vedere come sono fatte: ma sempre quel mezzo secondo troppo tardi. Mi sfugge qualcosa, mi manca l’essenza. Come tutti.
Non vorrei stare così: vorrei al contrario non dico ispirarmi simpatia, ma essermi indifferente. Non mi sta riuscendo, per ora. Per vostra sfortuna necessito aiuto esprimere il mio ego in questo modo, adesso. Pensavate di leggere a proposito di fumetti, stronzi voi, e invece, come al solito, vi ho fregati! Ha! Poi ci arriviamo, ai fumetti, ma prima bisogna che vi sorbiate un cospicuo ammontare di paragrafi intorno a un po’ di roba che mi attanaglia. Dovete pagare questo scotto. Prima pagare, poi fumetti.
Questa questione del farmi tendenzialmente schifo – a tratti – – – – – non so come prenderla: non dovrei, diomerda. Per riprendermi da questi stati dico a me stessa cose di senso: che ho questa fortuna inspiegabile di operare per la maggior parte situazioni che le persone ritengono più o meno piacevoli – che (quasi) nessuno definirebbe lavoro e invece contro ogni previsione lo è. Penso alla prospettiva marxista sulla prostituzione come estensione delle logiche di mercato ai rapporti umani e mi vergogno di me stessa, ma, ovvìa, il meretricio intellettuale è il rovello definitivo di tutti qui dentro. Oramai possiamo considerarla una turba grado zero, partecipante appieno dello starter pack di chi vende parolette («il suo Petrarca!», converrete voi).
Sorprendermi a starmi sul cazzo per molte ore al giorno è una cosa che mi dà sui nervi: non è facile da spiegare: magari ci siete passati anche voi, per un po’? Se ne siete usciti, ditemi come avete fatto, per favore. Rassicuratemi che ne uscirò anch’io in qualche modo. Perché prima quando mi succedevano momenti così, mi pietrificavo in un frastuono di pensieri contradditori. Ora invece faccio tutto e il disagio è diventato un hobby che coltivo nel tempo libero, o che mi fulmina a casaccio mentre faccio tutt’altro.

Oltre al lavoro meretricio che mi piace, posseggo le braccia, gli occhi, gli alluci, gli allucinogeni, le sigarette in tasca, un tetto sulla testa, addirittura una borsetta e un profumo di marca, un’invidiabile collezione di graficnovel omaggiati da qualche casa editrice o festival – grazie, che bello, sono felice quando lo fate. Tutta ‘sta valanga di roba oggettivamente è niente affatto scontata! È tutto normale, poteva andarmi peggio nella vita: e io ancora non me ne rendo conto e sto qui a squamare il mio eccedente disagio.
Quando non so come esprimerlo, me la vivo male.
Che bella la gente che prova sentimenti di equanimità verso se stessa, e che invidia. Ne conosco tante di persone così: sono brillanti ed è piacevole averci a che spartire. Li guardo, penso che non ci arriverò mai a quello stato e mi deprimo.
In più, queste egomanie le faccio pesare senza grazia alcuna a chiunque mi stia intorno e infatti mi circondo tendenzialmente di persone molto comprensive e pazienti, che puntualmente finisco per tediare, chiedendo loro mille rassicurazioni, le guardo con la faccia a forma di «amami così come sono» manco fossi la piccola fiammiferaia. La piccola fiammiferaglia. La piccola fiammiferraglia. La piccola fiammiferoia. LOL.
Tra le attività che mi sottraggono al gratissimo passatempo di voyeuse dell’abisso, che mi svestono del mio ruolo autoassegnato di testimone del nulla, che mi espellono dall’uroboro di nequizia che mi incuba, c’è quella dell’andare a parlare di fumetti ai festival. Se fossi qualcuno che vede me arrivare lì con questa sensazione di impostura che trasuda da ogni gesto mentre dico delle cose, me la darei a gambe immantinente.
E invece no, non scappano! Stanno lì ad ascoltare! Quando mi chiamano a parlare di fumetti da qualche parte io dico sempre «sì, sì, sì, oh sì», e, non capisco come, ma riesco a essere tutto sommato presentabile: «Ciao, grazie dell’invito a **organizzazione** e al gentile pubblico per essere qui, mi chiamo AAAAAAAAAAAAAAAAAAARGGH, insegno storia dei fumetti, scrivo di fumetti, vivo per i fumetti». E così mi sparo i festival, gli eventi culturali e le presentazioni talvolta al mese da circa alcuni anni. È una vita avventurosa.
Ovviamente anche leggere i fumetti è qualcosa che so fare, sempre meno, però, perché più ne leggi, più disimpari quello che ti sembrava di sapere prima: presagisco che a breve mi troverò stilizzata completamente in un’omina stecco. C’è un piacere nel dissolversi gradualmente nei fumetti, ed è, in realtà, il mio personalissimo obiettivo di vita. L’altro mio obiettivo di vita è il seguente:
Proprio quello lì.

Che cosa ho da rompere i coglioni, allorché sono qui a fare tutto quello che devo/voglio/cerco?
Al Salone Internazionale del Libro di Torino ci sono andata per presentare un’opera di pregio di Nora pubblicata da Tabularasa, galleriacasaeditricestamperiad’arte fondata da Stefano Dazzi; nonché partecipare in veste di esperta di fumetti ad alcuni incontri organizzati da Comics & Science.

A presentare Le cose nascoste eravamo io, Nora, e un poeta che si chiama Moreno Innocenti, e la sua parola è leggiadra e incisiva. Scrive di sentimenti con tenerezza e precisione: colgo amabili bisticci, rime incidentali, iterazioni, allitterazioni, vengo coinvolta dal ritmo ora meditativo, ora incalzante, dalla musicalità ora più a rintocchi, ora più da ninnananna. Le parole e il modo in cui Moreno le associa te li ricordi per un po’ dopo che hai letto le sue poesie. Infatti ha dato una chiave di lettura dell’opera molto incentrata sul verso e la sua relazione con il disegno. Eravamo felici.
The Hidden Things è una raccolta di prose liriche e serigrafie costruita come un oggetto da smontare e ricomporre, a metà tra libro, installazione e vinile. Un esperimento di lettura esplosa, ma uniformata da una precisione emotiva molto forte. Le tavole funzionano sia singolarmente che come itinerario narrativo, e il lavoro sul segno, sulla carta, sulla stampa manuale fatta alla Luce Rossa di Carrara, restituisce quell’impressione di candore controllato che hanno certe cose sincere quando ti teletrasportano nel sentimento dell’altro. Nora ha mille talenti.

Il secondo giorno ho condotto un incontro a tema mestruazioni nei fumetti organizzato da Comics & Science, con la fumettista Isotta Santinelli, l’attivista e consulente mestruale Mestruo Riot, Caterina Rocchi in qualità di mangaka e esperta di manga, e la ginecologa Maria Consolata Amedeo. Gabriele Peddes ha illustrato i temi del talk con una live drawing performance e il risultato è questo – ogni volta che la guardo (la guardo spesso) mi viene voglia di piangere gratitudine.
Abbiamo fomentato la pubblica.
Poco prima ero andata ad ascoltarmi Isotta presentare, insieme a Giulia Cellino, il suo ultimo graphic novel, Si torna sempre dove si è stati male, edito da Gallucci. Abbiamo TUTTƏ molto da imparare da questo fumetto. A parte il fatto che nei miei prossimi libri di critica/teoria citerò a più riprese il suo apoftegma “il fumetto è la cinematografia sotto steroidi” proferito proprio in occasione di questo incontro, il suo graphic novel è veramente formativo in termini di educazione sessuo-affettiva. è una di quelle letture che mi sarebbero state utili – nella pratica – tempo fa, quando ero un pelo più giovane. Come gusto narrativo e tema mi ha ricordato The Diary of a Teenage Girl di Phoebe Gloeckner – con un’impostazione un po’ meno romanzo classico e un po’ più saggio – è organizzato in capitoli che mi sembrano quasi casi studio – addirittura mi verrebbe da dire a tesi. I disegni sono nel suo ormai assodato stile Winx oneste e sono molto adatti al tipo di storia raccontata: sempre per via che il mostriciattolo, l’animaletto antropomorfo, il pupazzetto sintetizzato alle sue forme base, partecipa di quel principio infallibile di beccare il pubblico a metà strada. Meno ci mette la disegnatrice, più spazio ha la lettrice per identificarsi. Non vedo errori.


La sera ho presentato il mio libro tratto dalla mia tesi di dottorato sull’influenza di Andrea Pazienza su fumetti, arte, letteratura, cinema, teatro (etc.) con Andrea Plazzi. Del libro taccio. Mica posso dirlo io se è bello, magari lo dirà il direttore di (Quasi), Paolo Interdonato. Spero proprio di sì. L’unica cosa di cui posso dire con certezza è l’onore che mi ha fatto Plazzi, uno dei miei role model (e anche di tutti quelli che si fermavano a chiedergli di fare le foto insieme), presentandomi.
Poi siamo andati a cena e ho fatto i tarocchi con l’AI a tutti quelli di Tabularasa e Malinconia Fumogeno, contro la loro volontà. Il mio arcano principale è il numero 11, la Forza, che devo controbilanciare tutto il tempo con il mio arcano secondario, la Torre: la Forza è l’impulso, la Torre presagisce la disfatta e io oscillo perennemente tra questi due poli. Non posso rivelarvi quelli degli altri commensali, perché è una questione molto privata. Poi sono andata a questa festa molto alcolica a casa di Francesco Archidiacono e Francesco Guarnaccia. L’atmosfera era adorabile quanto a organizzatori e invitati, ma sono andata via sul presto. In realtà volevo fare una breve visitina alla semilegale psytrance organizzata dalla redazione di “Neurosifilide” e “rivista Stanca”, ma ero troppo frantumata dalla giornata, non volevo drograrmi per una volta, e poi mi sarei recata appresso questo grumo di malumore che girarci mano nella mano alle feste drogherecce non è proprio indicato. Però la co-fondatrice della rivista Carolina Dema, aka Carolivida, oltre a una scrittrice di pregio, è un’organizzatrice di feste che sa il fato suo.

Al terzo giorno di Salmone intervengo in un panel sul restauro dei fumetti, sempre patrocinato da Comics & Science. Ci cimentiamo in una chiacchierata interdisciplinare — che poi è la via più indicata per analizzare i fumetti — confrontandoci sul restauro di tavole originali ed edizioni d’epoca, delle bestiole che nel tempo libero amano divorare il patrimonio culturale collettivo (proprio come noi), e varietà fungine che possono corromperne la materialità – con annessi e connessi: conservazione, preservazione, archivi digitali e fisici, biblioteche specializzate, musei e collezioni. Eravamo io, Alessandra Marengo del MU-CH Museo della Chimica e Alessio D’Uva di Symmaceo Communications. Tutto molto illuminante.
Ho finito gli incontri e sto anche per finire le copie del mio libro: non erano tante. Mi faccio delle vasche per il festival in compagnia di Francesco Catelani, che è un teorico del fumetto militante e tra le tante attività che intraprende si annoverano progetti sull’uso dei fumetti nell’insegnamento a persone con Bisogni Educativi Speciali nelle scuole elementari e negli istituti psichiatrici. Capite subito perché andiamo molto d’accordo.
Francesco ha appena pubblicato una raccolta di racconti che si chiama Schegge, con Sputnik. Io mi riservo di parlarne con più lucidità, o quantomeno con una densità inferiore di vocazione al collasso psichico, molto presto. Però nel frattempo mi preme puntualizzare delle cose. Catelani — che già aveva sceneggiato uno sbrocco agiografico medievaleggiante con capitoli in terza rima che è Tristerio e Vanglorio illustrato da Federico Fabbri – scrive proprio bene, Malacoda lo preservi. Racconti-scavo, racconti-sborra, racconti-disagio terminale però senza quella cosa (che comunque a me piace) del «per favore guardami mentre sto malissimo». L’interiorità deborda, ma sempre con un contegno disperato che ti fa dire: ah. Ma pensa. Mi rispecchio e mi sento meno sola. La parola a un certo punto si fonde nell’illustrazione che prende il testimone come quando lə spacciatorə ti passa la piastrina di MD.

Poi ci stanno queste illustrazioni assassine di Holly Heuser, Federica Ferraro, Alpraz e Liz Van Der Nüll che deformano, slabbrano, spezzano, rivoltano tutto quello che si può ancora tradire. Tu stai lì tranquillo a leggere e a un certo punto qualche mannaia ti si abbatte sulla nuca.
In ogni caso, sono al Salomone del Libro, faccio il fattibile, non mi risparmio, dovrei essere una Carlotta Vacchelli entusiasta. E invece appena smetto di ascoltare/parlare di cose di fumetti trasecolo in quel sentore di morte imminente. Che cosa ho? Capita anche a voi? Che cosa devo fare? Non voglio impasticcarmi. Le paste rigorosamente senza uovo e solo alle feste. Una o al massimo due volte all’anno.
Juan Carlos Allende della stamperia d’arte La Luce Rossa mi dice che devo staccare dai fumetti ogni tanto: dice, cucina per te stessa e per i tuoi amici, vai alle feste e stai di più nella natura. Ha ragione. Me lo aveva detto a suo tempo anche Alberto Brambilla, che mi aveva vista con la faccia scavata a qualche scorso Lucca Comics e siccome è padre ed è stato il mio primo capo nel mondo dei fumetti si preoccupa. Mi aveva detto: fai qualcosa che non c’entra un cazzo e smettila di dire di sì sempre a tutti. Ok, tutto vero. Ci stiamo lavorando.
Nel corso della mia inestinguibile vita ho tentato varie e tante soluzioni per tamponare gli effetti di questa situazione. Ultimamente mi metto a parlare da sola come se fossi una bambina a cui devo spiegare cose ovvie con tanta pazienza: «poi passa», «non ti preoccupare», «tieni duro ancora solo un pochino», «è una sensazione momentanea», «coraggio». Quando a Roma sto ferma al semaforo per delle mezz’ore intere a volte qualcuno guarda o ascolta dal finestrino e io fingo di stare parlando nel vivavoce del telefono.

Adesso che sono in fiera e rischio di incontrare qualcuno che conosco ogni 2 minuti e 35 secondi circa, però, non posso con ogni ovvietà mettermi a parlare da sola. Le voci corrono e non voglio che molte persone sappiano che mi accadono su base quotidiana delle sequenze di minuti in cui sto fuori col botto.
Per deviare questa sensazione indomita, per resistere a questa spirale dentellata che mi strappa brani di tempo alla vita, mi metto a leggere i fumetti che mi hanno regalato autor* ed editor*. Segue carrello di relativi spiegoni, cari lettori che siete arrivati fin qui: aspettatevi che in effetti sia un po’ frettoloso e superficiale ma è quello che riesco a fare in questi sprazzi di lucidità sottratti al caos che signoreggia into my heart, oh lord.
Rullo di Tamburini…

Bagatto di Sassoraviolo (Mercurio) è una lettura in equilibrio tra fiaba e fantasmagoria, costruita attraverso un disegno dai toni chiari e luminosi e una palette cromatica delicata che contribuisce a creare un’atmosfera rarefatta, fuori del tempo. Lo stile grafico sembra richiamare una certa tradizione espressionista, ma ne addolcisce le asperità attraverso linee affusolate e una maggiore leggerezza visiva: un universo insieme inquieto e incantato.
Particolare attenzione è riservata ai costumi e alla caratterizzazione visiva dei personaggi, che si muovono all’interno di una vicenda dal respiro epico e messianico. Sebbene l’opera tenda all’immaginario fantasy, non mancano suggestioni prossime all’horror; tuttavia, si tratta di un orrore mai oscuro o opprimente, bensì attraversato dalla luce, come se il perturbante emergesse da una dimensione di meraviglia anziché di tenebra. Quasi alla Midsommar.
A dominare il racconto è inoltre una forte componente profetica. La narrazione sembra essere accompagnata da una voce esterna, quasi oracolare, che, combinata con le differenti misure delle vignette, conferisce il ritmo narrativo: una presenza che osserva e interpreta gli eventi mentre accadono. Si ha l’impressione che una maga extradiegetica stia leggendo le carte del destino e che i personaggi agiscano sotto l’influenza di tale lettura – figure che prendono forma all’interno di una visione già annunciata. Questo dispositivo conferma la storia nel carattere rituale e predestinato, rafforzando il legame simbolico con l’archetipo del Bagatto e con l’immaginario mercuriale cui il personaggio sembra rimandare.

Del penultimo numero de “La Fine del Mondo” mi sono rimasti impressi soprattutto due contributi. Da una parte il trip report di Robert Crumb, che racconta le sue esperienze con l’LSD all’interno di sedute condotte da scienziati coinvolti nel progetto MK-Ultra; dall’altra il testo di Zuzu dedicato alla rabbia. Sono due letture molto diverse, eppure entrambe parlano di ciò che accade quando si attraversano territori che la società preferisce tenere sotto controllo o relegare ai margini. Nel caso di Zuzu, il tema è l’espressione della rabbia femminile attraverso una varietà di valvole di sfogo, in cui il corpo è altamente implicato: un’emozione che continua a essere percepita come scomoda, inaccettabile. La rabbia delle donne viene facilmente ridicolizzata, patologizzata o neutralizzata, come se non potesse essere una risposta legittima al mondo. Una donna eccedente – nessuna eccezione – è una donna che si vede planare addosso qualche forma di imposizione. Mi viene da pensare che non siamo state educate ad arrabbiarci. Ci è stato insegnato a contenere, a mediare, a comprendere gli altri prima di comprendere noi stesse. Meno spesso ci sono stati offerti strumenti per attraversare la rabbia senza esserne travolte, per restare intere mentre la si prova.

Leggo Punica Fides di Andrea Bruno (Sputnik Press) e mi percepisco affascinata da queste narrazioni di marginalità, di periferie e comunità alternative, soprattutto quando mettono in scena gruppi di giovani coinvolti in forme di resistenza, guerriglia o opposizione a un potere costituito. In Punica Fides questa dimensione si sviluppa su un doppio spartito: da una parte la rete relazionale tra i personaggi, dall’altra la cornice più ampia di malessere sociale e crisi politica.
La vicenda si sviluppa in uno scenario di precarietà e instabilità in cui le cause del conflitto non vengono mai esplicitate completamente. Il nemico resta una presenza opaca, percepibile ma mai visibile nella sua interezza; il potere assume i tratti di un sistema apparentemente dittatoriale, fondato sulla militarizzazione, sul controllo poliziesco e sull’occupazione degli spazi. Proprio questa mancanza di informazioni precise diventa parte integrante del racconto: la confusione della trama rispecchia la confusione del mondo rappresentato, fatto di comunicazioni difficili, messaggi frammentari, linguaggi in codice, informazioni che arrivano distorte o incomplete.
Incisiva risulta anche la rappresentazione dei diversi tipi umani che abitano queste situazioni di crisi: ci sono filosofi, letterati e scrittori che provano a interpretare quello che sta accadendo; attivisti e combattenti impegnati nella difesa della comunità e nel tentativo di riconquistare spazio e capacità di azione; contrabbandieri e figure ambigue che invece sfruttano le zone grigie del conflitto, oppure funzionano come intermediari e latori di messaggi.
Tutto questo trova una corrispondenza molto stringente nella dimensione visiva di Bruno, architetture e ambienti in particolare: tutto appare fatiscente, scrostato, oscuro, attraversato da un senso di rovina. L’immaginario rimanda agli squat, agli spazi occupati e alle culture alternative, anche nel modo in cui sono caratterizzati i resistenti. Il bianco e nero esasperato, i contrasti violenti e le ombre pesanti impediscono spesso di vedere per intero ambienti e personaggi: il disegno sembra inghiottire e annebbiare la realtà, replicando graficamente la difficoltà di comprendere ciò che sta accadendo.
Anche i dialoghi e la costruzione testuale lavorano nella stessa direzione: frasi spezzate, parole troncate, comunicati . La forma stessa del fumetto restituisce la sensazione di vivere dentro una situazione politica soffocante e indecifrabile. Forse è proprio così che si può immaginare una dittatura dall’interno: non come un sistema immediatamente leggibile, ma come una condizione di confusione permanente, in cui orientarsi diventa sempre più difficile e ottenere un quadro di insieme uniforme non è possibile.
I personaggi sembrano portare fisicamente questo peso: sono spesso ritratti con espressioni meditabonde, aggrottate, concentrate, raramente serene. Non c’è mai una vera distensione, piuttosto un sentimento costante di tensione e amarezza. La difficoltà di lettura del fumetto non è dunque un difetto: piuttosto, un dispositivo narrativo. Bruno fa sperimentare ai lettori la stessa mancanza di coordinate dei personaggi.

Feto e Carletto di Marcello Iori, ripubblicato da “Frankenstein”, è uno di quei recuperi che urtano su più fronti: anzitutto, il valore filologico dell’operazione e, naturalmente, l’oltranzismo del materiale riportato alla luce. L’edizione è curatissima: la casa editrice restituisce con attenzione queste brevi storie originariamente apparse su “Linus” tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli Ottanta, impiattandocele in una veste grafica HQ.
Protagonisti sono un feto e un neonato che attraversano una sequenza di episodi all’insegna della violenza più gratuita e apertamente squadernata, accanendosi in particolare contro genitori e madri. Omicidi grotteschi, mutilazioni, cadaveri trasformati in oggetti di gioco: la narrazione procede accumulando immagini morbose e traumatiche fino a raggiungere un livello di cattiveria parossistico. Per atmosfera e immaginario viene spontaneo pensare a Emperor Tomato Ketchup di Shūji Terayama, oppure ai fumetti atroci di Miguel Angel Martìn, anche in virtù di una certa vicinanza cronologica/generazionale, ma qui manca qualsiasi impianto allegorico o politico forte: Iori sembra interessato soprattutto alla provocazione, alla comicità nera spinta fino al disgusto.
Io sono una maniaca del leggere bene, però: se sai intrattenermi con la parola, puoi raccontarmi l’azione più mediana della tua più prosaica quotidianità, e mi starà più che bene, me lo accollerò. Sarò una cretina con la testa vuota, ma per me la letteratura è scrittura, pochi cazzi. Non è tanto il catalogo delle atrocità messe in scena che mi interessa di Iori, quanto la forza dell’impianto testuale che le sostiene. Iori accumula sistematicamente ostacoli al gusto del lettore, eppure si continua a leggere. Anche quando sembrerebbe naturale chiudere il libro e andare a vomitare da qualche parte, la curiosità narrativa prende il sopravvento. In questo senso Feto e Carletto si inserisce in quella tradizione (Bataille, Burgess etc. erano I riferimenti per quella generazione), che elegge la rappresentazione della brutalità a dispositivo di violazione della retorica dominante. Se perpretrata da adolescenti, daje. Se è fatta da bambini è ancora più stomachevole. Il lettore, mettiamola così, è costretto a confrontarsi con ciò che normalmente verrebbe escluso dall’esperienza estetica.

Prima di leggere Giangiacomo Feltrinelli di Davide Toffolo e Giulio D’Antona (Feltrinelli), ho assistito a un estratto della presentazione di questo graphic novel dal vivo, che sta tra l’altro girando in questi giorni in diversi festival di fumetto. Più che una presentazione, era una performance che riportava il fumetto alla sua dimensione originaria: quella del gioco. Una tessitura tutta intenta di figurine, finestrelle che si aprono e si chiudono come vignette, musica, lettura, giocattoli, disegno dal vivo. Una stratificazione di linguaggi che trovava nella proiezione su schermo un ulteriore livello di amplificazione, quasi un raddoppio continuo delle immagini e dei significati. E soprattutto un senso di divertimento contagioso.
A guardarli, Toffolo e D’Antona, sembravano due bambini che giocano. Ma era proprio questo il punto: era interessante guardarli giocare. La loro complicità creativa trasformava la presentazione in un’esperienza narrativa che coinvolge il pubblico, anticipando con esattezza lo spirito del libro.
Il fumetto racconta la storia di Giangiacomo Feltrinelli attraverso i romanzi che ha pubblicato, i viaggi che ha compiuto, i libri che ha strappato all’oblio e che ha permesso a generazioni di lettori di scoprire. Attraverso la sua vicenda personale si dispiega una vera e propria epopea culturale, fatta di intuizioni editoriali, incontri, rischi e scoperte. I grandi romanzi che oggi consideriamo parte del nostro immaginario contemporaneo riappaiono come protagonisti di un’avventura.
Dare corpo allo Zeitgeist in cui operava Feltrinelli è il nodo cruciale di questo graphic novel: il libro non rinuncia alla dimensione dell’avventura. Le icone della cultura vengono utilizzate proprio come icone, a partire dalla loro carica simbolica: la mitizzazione è esibita e persino calcata, ma proprio come strumento per avvicinare il lettore alla complessità della materia. La leggenda Feltrinelli diventa il punto di partenza per arrivare a un Feltrinelli più profondo, analizzato e spiegato nelle sue implicazioni culturali e politiche.
Una delle qualità più evidenti del volume è l’equilibrio tra parola e immagine. La lettura procede con naturalezza e risulta difficile interromperla una volta iniziata. Il racconto è al tempo stesso metanarrativo e metaculturale: racconta una figura storica, in rapporto al sistema di relazioni, libri, idee e immagini che ha contribuito a costruire.
Il risultato non è un’agiografia o una biografia da divulgazione culturale. È piuttosto avventura allo stato puro: l’editore diventa sì un personaggio epico, ma nel rispetto filologico e nella prospettiva storica. Soprattutto è il ritratto di un’epoca e, insieme, un invito rivolto al presente, raccontato cioè al presente con gli strumenti di cui il presente ha bisogno: conoscere, viaggiare, intessere relazioni, partecipare alla costruzione della cultura, stare fisicamente in mezzo alle cose. Mettere le mani in pasta, scappare dal comodo rifugio, dal morbido ventre del pregiudizio, fare quella cosa in più anziché fare quella cosa in meno: parlare con le persone, contribuire attivamente a quel sistema culturale che troppo spesso immaginiamo come qualcosa di distante da noi. E invece è vicinissimo, basta prendere il coraggio e seguire l’intuito, sfidando tassello dopo tassello lo status quo, ciò che è accettato, prendersi il rischio del flop e della censura. Questo traggo dalla lettura di questo fumetto.
Comunque ha funzionato. Ho letto fumetti, ho parlato di fumetti, ho scritto di fumetti e adesso sto meglio.
Tra un po’ ricomincerò a stare peggio, perché evidentemente è una cosa che faccio. Allora leggerò altri fumetti, scriverò di altri fumetti, parlerò di altri fumetti e magari starò meglio again.
Quindi ricomincerò a stare peggio. Allora leggerò altri fumetti, scriverò di altri fumetti, parlerò di altri fumetti e magari starò meglio again.
Etc.
A quanto pare il mio sofisticatissimo piano di sopravvivenza consiste per ora nel ripetere questo procedimento fino a nuovo aggiornamento del sistema operativo.
