«È una favola, e non è realtà» …? – Intervista a Jonáš Kucharský attorno al film Až přijde kocour

Vincenzo Paolo Santelia | La cassetta degli attrezzi, Para & Meta testi |

Questa intervista al curatore ceco Jonáš Kucharský in occasione della proiezione del restauro da lui curato del film Až přijde kocour alla 56ma edizione del Festival del Cinema Ritrovato è stata realizzata illo tempore – insieme a quella al regista iraniano Arby Ovanessian – allo scopo di essere pubblicata per una testata scolastica. A causa di contrattempi completamente al di fuori della responsabilità dell’autore, derivanti dall’indisponibilità coordinata di svariate figure terze, le due interviste sono completamente inedite, l’autore e la redazione di (Quasi) hanno quindi deciso di pubblicarle su queste colonne.

«Le mie mire sono pure. Né l’adulazione, né la speranza d’ottenere la pubblica approvazione mi hanno indotto a scrivere. Ogni Autore, che urta un’opinione ricevuta dalla maggior parte, non può meritare questo rimprovero. Il bene dello Stato è la sola causa di questa produzione».

Introduzione alla prima parte delle Riflessioni politiche di Gaetano Filangieri

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Dati tecnici:

Až přijde kocour (Un giorno, un gatto); regia di Vojtěch Jasný; Cecoslovacchia, 1963

Intervista con Jonáš Kucharský, curatore.

La prima domanda che vorrei farti non riguarda il film in sé, ma la figura del gatto. Come hai detto nell’introduzione [alla proiezione], la storia – anche grazie alle azioni molto esplicite da parte del preside della scuola – critica la situazione politica della Cecoslovacchia negli anni Sessanta – e forse di tutto il blocco orientale –. Ciò che almeno io non sono riuscito a cogliere dal film è il significato del gatto: quell’animale, come riferimento culturale, ha forse un qualche significato particolare nel film?

Beh, credo che questa sia una bella domanda. Non sono sicuro che ci sia di per sè un valore simbolico nel gatto. Per quanto ne so, chi ha realizzato il film semplicemente apprezzava l’immagine cinematica del gatto, e se si guarda il film si capisce il perché: c’è questa immagine molto ganza del gatto con gli occhiali. Credo che si riconosca la qualità visuale e fotogenica anche nella presentazione scelta dal Festival per questo film, che ha messo il gatto su poster e adesivi.

Quindi pensi che il gatto è semplicemente un MacGuffin – per usare un termine ben più cinematografico?

Beh, credo che il gatto funga da espediente della trama – è il congegno attraverso il quale la storia si muove avanti, e c’è anche la rappresentazione dell’innocenza: l’intreccio della vicenda coinvolge anche i piccoli bimbi della scuola, e penso che nel film ci sia certamente una riflessione che tocca sull’innocenza umana e la corruzione portata agli uomini dai regimi. Penso che su tale aspetto il gatto giochi un ruolo simbolico – avrebbe potuto essere un cane, o un piccione, non ha troppa importanza. Quel che è importante è il ruolo assunto dal gatto nel film, in concomitanza – penso – con quello dei bambini, che iniziano a protestare quando gli adulti, i ‘grandi’ rapiscono e nascondono il gatto per evitare di essere vittima del suo potere. [Il gatto ha il potere sovrannaturale di mostrare i ‘veri colori’ dell’animo degli uomini, colorando il loro corpo; nda] Anche questa corruzione portata dall’età adulta e dal potere guida i dialoghi chiave nel film.

Riguardo all’elemento infantile nel film – tu hai detto che la categorizzazione del film è abbastanza difficile. Personalmente, proprio all’inizio della pellicola, sono stato capace di identificare un genere ben specifico – se così possiamo chiamarlo – a cui il film appartiene. E quel genere è la fiaba – dato il fatto che le prime parole pronunciate nel film sono letteralmente «C’era una volta …». Rispetto a ciò, ho una domanda abbastanza personale: in Italia la più nota raccolta di fiabe e favole, curata da Italo Calvino, è stata originariamente pubblicata negli anni Sessanta del secolo scorso. In Germania, al contrario, Le fiabe del focolare dei fratelli Grimm furono pubblicate già nel diciannovesimo secolo, esattamente come le Fiabe russe raccolte da Alexander Afanas’ev, e queste ultime ai tempi furono addirittura parzialmente vietate dalla censura zarista. Tornando al medium cinematografico, vorrei chiederti: in Italia lo spazio della fiaba come genere cinematografico è davvero, davvero limitato – riesco a ricollegarci a malapena Sotto il ristorante cinese di Bruno Bozzetto, uno dei maggiori registi di animazione italiani del secolo scorso. Credi che la sensibilità culturale dell’Europa centro-orientale dia molta più importanza alla fiaba rispetto ad altre culture? Credi che questo abbia potuto influenzare il film?

Beh, hai sollevato molti temi interessanti, cercherò di restare sul punto per quanto possibile, ma le fiabe e il folklore e tutto quest’ambito costituiscono una parte enorme della cultura ceca e in base a ciò possiamo davvero avere molte discussioni rispetto a questo film. Quando si fanno paragoni con la cultura tedesca o italiana, credo che quella ceca sia molto più vicina a quella tedesca, anche perché le pubblicazioni di raccolte di fiabe e storie popolari ma anche di canzoni folkloristiche iniziò in contemporanea con le pubblicazioni tedesche in materia, a metà dell’Ottocento. Le fiabe – penso – sono una parte enorme della cultura ceca e questo è un argomento estremamente complicato di cui parlare perché dopo la fine della guerra  nel 1945 – o più precisamente dopo l’istituzione del governo comunista nel 1948 – le fiabe diventarono il genere preferito da molti registi  perché era uno spazio di sperimentazione sicuro, un registro cinematografico con cui potevi realizzare storie e film che il regime non avrebbe fatto passare sotto censura e non avrebbe considerato anticomunisti anche se si avesse nascosto nella trama elementi contrari alla narrazione politica dominante al tempo. E credo che sia stato questo il caso anche con Až přijde kocour, perché – come hai detto – è una favola fin dall’inizio. Ricordo però che inizialmente non fu distribuito come una favola, ma come un dramma allegorico con un forte accento della campagna pubblicitaria sugli effetti speciali, che paragonava gli elaborati giochi di luce all’animazione. Dopo l’ondata di rinnovamento liberale politico-culturale della Primavera di Praga e la sua disfatta sotto i cingoli dei carri armati sovietici, la ‘normalizzazione’, e cioè la reistituzione di un clima politico estremamente rigido, avvenne che Až přijde kocour fu tenuto in distribuzione, ma questa volte presentato come una favola, isolandolo e distaccandolo da tutte le descrizioni del film fatte dal regista stesso, perché era l’unica maniera con cui il regime permettesse di proiettare il film in pubblico – come una favola per bambini, anche se in presenza di molti messaggi pesantemente critici contro il regime, appunto. Questo fu un modo per mantenere il film nel discorso pubblico e nei cinema. Non fu un caso isolato – molti altri grandi registi cechi durante gli anni Sessanta e dopo il Sessantotto lambirono questo genere perché era l’area più libera, se non si creava qualcosa di molto critico contro il regime ovviamente. E in realtà molti registi utilizzarono la grande tradizioni favolistica ceca, nonché i grandi scrittori di fine Ottocento – ad esempio ‘Božena Benešová – per creare storie davvero nuove e alcuni di questi film sono tuttoggi molto popolari. C’è ad esempio un rendimento della fiaba di Cenerentola – Tři oříšky pro Popelku, Tre desideri per Cenerentola – che è uno dei film cechi più popolari di tutti i tempi e so per certo che tutt’oggi è programmato e proiettato ogni Vigilia di Natale in Norvegia, dove è ancora oggi il più popolare film di Natale di sempre, proprio come in Repubblica Ceca. Questo movimento è perciò influenzato sia dalla tradizione letteraria ceca, che dagli spazi di manovra consentiti dal regime ai registi.

Come reagì il governo comunista al film? Ne rimase influenzato? E quanto ne fu influenzata la cultura e la critica cinematografica cecoslovacca, in particolare quella comunista?

Dobbiamo capire che il film fu distribuito originariamente nel 1963, quando la Primavera di Praga era appena agli inizi, anche se non ancora liberale come come alla fine degli anni Sessanta, ma anche nel 1963 la cultura andava assumendo un respiro sempre più libero, e questo non solo nel cinema ma anche nel teatro, nella letteratura, nella musica … tutte queste forme d’arte differenti divennero sempre più libere e sempre più liberali. E Až přijde kocour fu molto fortunato sotto questo aspetto, perché fu rilasciato in un clima politico in cui il regime gli permise di partecipare al Festival di Cannes, dove vinse un premio; questo fatto dimostra che, all’epoca della distribuzione originaria, il regime era talmente libero da essere, sotto molti aspetti, quasi democratico e permettere che il film godesse di un successo internazionale, cosa che non sarebbe stata possibile se fosse stato rilasciato dieci anni dopo. Fosse stato così, le bobine sarebbero probabilmente finite in qualche scantinato. Non sono uno storico del cinema, e quindi non conosco bene la sorte critica del film all’epoca della distribuzione nel 1963, ma so per certo che era molto popolare e fu proiettato in tutta la Cecoslovacchia, e lo so perché conosco il film dal punto di vista materiale, avendo analizzato tutte le copie – e tutte le copie di distribuzione – che abbiamo a disposizione all’Archivio Cinematografico Nazionale di Praga e tutte queste copie risalgono a un periodo che va dal 1963 al ’67-68 e quindi era molto popolare e il regime permise che avesse una sua distribuzione. Certamente ci furono critiche su base politica, ma credo che ciononostante il clima di allora era così libero per il film da far sì che arrivasse a Cannes e vincesse un premio, testimonianza che la ricezione generale fu buona. Mi sono or ora ricordato che Svatopluk Havelka, compositore delle musiche del film, vinse un premio di Stato per le sue musiche composte per Až přijde kocour, premio organizzato dal Sindacato dei Compositori Cecoslovacchi, ai tempi un’organizzazione molto grossa.

Ricordo che a un certo punto, durante il film, nella scena della battuta di caccia, possiamo sentire quella che appare come una canzone popolare: «Se ci puntate addosso il fucile / Noi cechi inizieremo a cantare fieramente».

La colonna sonora è tutt’un altro argomento, interessanti sotto molti punti di vista, non solo per la vittoria di quel premio statale, ma anche perché il compositore decise di inserire – oltre a motivi folkloristici – anche musiche che imitassero Johan Sebastian Bach o il compositore ceco dell’Ottocento Bedrich Smetana, e parte del film utilizzano persino jazz dixieland, non esattamente qualcosa di comune nella Cecoslovacchia degli anni Cinquanta. Inoltre, altre parti del film utilizzano effetti elettroacustici o elettronici, cosa che si sarebbe potuta definire sperimentale. A un certo punto, Havelka non imita, ma ruba direttamente 25 secondi di una delle composizioni per coro maschile più famose di Smetana. Io penso che quest’ultima scelta si inserisca perfettamente, ma solo quando la si paragona al film nella sua interezza si comprende la ricchezza di un insieme molto eclettico di stili e di generi, che funziona molto bene e che fu recepito molto bene, come appunto dimostra la vittoria del premio da parte di Havelka.

Nel programma di questa edizione del Cinema Ritrovato [2022; nda] è presente anche il film sovietico Korotkie Vstreci, che – così è stato detto nella rispettiva presentazione – fu realizzato nel 1956 ma distribuito solo sotto la glasnost’ di Gorbaciov: da questo punto di vista, quanto era differente la situazione nei due paesi del blocco orientale?

Questa è una domanda molto complicata: è molto difficile fare paragoni fra l’unione Sovietica e la Cecoslovacchia anche prendendole in considerazione rispettivamente decennio per decennio, ed è ancora più difficile paragonarle prendendo in considerazione solo l’ultima parte degli anni Cinquanta. La ragione è che – a partire dal 1948 – il regime e il Partito Comunista di Cecoslovacchia avevano stretti legami con l’URSS, ma da ciò che posso sapere avendo fatto ricerche storiche nel mio campo – e cioè, la musicologia – i due paesi iniziarono a seguire sentieri molto diversi a aprtire dalla metà degli anni Cinquanta, e forse anche da prima: certamente il Partito Comunista cercava di aderire alla linea di partito del realismo socialista nelle arti, come teorizzato da Zdanov, il prinipale teorico culturale dell’URSS che mirò a descrivere i lineamenti di tutte le forme d’arte socialista, dei loro stile e delle loro narrative. Ma penso che ciò che ora possiamo vedere chiaramente è che nel 1968 gli eserciti dell’URSS e del Patto di Varsavia ebbero una ragione per invadere la Cecoslovacchia, poiché il regime era così divergente dalla traiettoria dell’URSS e degli altri paesi che decisero di intervenire e tentare  a ristabilire un regime comunista rigido e dogmatico. Attualmente, in Repubblica Ceca, la tua domanda è molto complicata anche perché negli ultimi cinque o dieci anni la storiografia a provato a riesaminare il suo punto di vista sul regime comunista, perché dopo gli anni Novanta lo si è comunemente e tendenzialmente visto come un blocco monolitico che parte nel 1945 e finisce nel 1990, ma più andiamo avanti e più vediamo che non era questo il caso, e che il regime nel 1948 era differente rispetto agli anni Cinquanta, al 1963, al ’68, eccetera.

Il regime, inoltre, è stato supportato da moltissime persone per una parte considerevole della sua storia; certamente, non era un regime democratico ma questa domanda su come il clima politicoculturale si differenziava in URSS e Cecoslovacchia è estremamente complessa e penso che il secondo, durante gli anni Sessanta, era molto, molto più libero e molto, molto più democratico di quello sovietico. Penso tuttavia che per avere un’analisi e un paragone fra i due regime più concreto dovremmo essre molto più minuziosi e analizzare più film, libri o opere d’arte dello stesso periodo di tempo e provare a guardare a come essi furono percepiti, ma in generale possiamo dire che che i primi anni Sessanta o anche gli anni Sessanta in generale furono molto, molto più rigidi nell’URSS che in Cecoslovacchia.

[intervista realizzata in lingua inglese e tradotta dall’autore; siccome in inglese il pronome you racchiude sia il formale che il colloquiale – sostituendosi in italiano sia con la possibilità di dare del ‘tu’ o del ‘lei’ – si è scelto di tradurlo qui come seconda persona singolare per motivi di scorrevolezza]

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