Affondando nella carne viva

Vincenzo Paolo Santelia | Affatto |

«Mi scusi, signor Bates, ma che cos’ha lei contro gli intellettuali?»

«Cosa? Come? Contro gli intellettuali? Io? Niente. Perché?»

«Ho visto tutti i suoi film. Dà l’impressione di sentirsi minacciato da loro».

«Minacciato? Ma scherza? No, io dico che sono come la Mafia. Si ammazzano solo fra loro».

da Stardust Memories (di e con Woody Allen, 1980)

Forse il miglior modo per arrivare al cuore di un documentario come Cannibali è partire dalla battuta finale: lo scrittore Aldo Nove, dopo aver fatto una riflessione sui rapporti fra la stagione culturale ‘cannibale’ e quella attuale, scoppia a ridere assieme all’intervistatrice e afferma candidamente che “non sapev[a] più che dire”. Con una conclusione così, la regista Hilary Tiscione fa capire che la sua opera prima ha decisamente colpito il bersaglio.

Italia, anni 90: di fronte a una politica aziendale evidentemente destinata a un inevitabile naufragio – come testimonia la necessità di farsi acquisire dal Biscione della Mondadori già nel ’94 – , linea fatta di un morboso attaccamento al grande passato letterario proprio della casa editrice torinese che fu – fra gli altri – di Italo Calvino, Elio Vittorini e Cesare Pavese, emerge una fronda decisa a svecchiare il catalogo per intercettare di nuovo i gusti del pubblico, e – se necessario – crearne dei nuovi. E siccome la letteratura di genere non aveva mai avuto davvero posto nel proprio catalogo, si giunge nel ’96 alla creazione di una nuova collana: la Collana “Stile libero”, fondata da Severino Cesari e Paolo Repetti; quest’ultimo figura fra i protagonisti della stagione cannibale intervistati da Tiscione, insieme a Tiziano Scarpa, Marino Sinibaldi, Alda Teodorani nonché il già citato Nove, che firma anche la sceneggiatura in collaborazione con la regista.

La collana nasce in un panorama letterario già brulicante di novità e fenomeni inediti: ad esempio, Aldo Nove sempre nel ’96 aveva pubblicato per Castelevecchi la raccolta di racconti Woobinda, e tuttavia nasce subito un a questione dirimente, da cui si sviluppa tutto l’intreccio del documentario: sarebbe utile farsi fagocitare da una grande casa editrice subito dopo aver fatto il botto? La soluzione è un altro tipo di operazione intellettuale, più che commerciale (seppur sempre nei limiti e nelle forme del vil denaro … è l’industria culturale, bellezza!), organizzata da Daniele Brolli: un’antologia – e dunque di per sé una raccolta per forza velleitaria – incentrata su questi giovani arrabbiati, alfieri di quella letteratura pulp che Bebo Storti nei programmi della Gialappa’s aveva sbeffeggiato (ma anche celebrato e per rovesciamento aiutato a far conoscere) con personaggio di Thomas Prostata.

Il documentario si sviluppa come una vera e propria macchina narrativa, fatta di una dialettica interna agli avvenimenti e alle persone che pulsa per tutta l’ora e un quarto di durata e che, nella discussione post-anteprima, i commenti della regista non fanno che confermare. Tiscione sottolinea come molti dissapori siano nati e rimangano tuttora fra vari membri della stagione cannibale – traspare anche l’acidità di taluni intervistati rimasti anonimi, che avrebbero affermato all’incirca “Ah meno male che non c’è quello lì, sennò io non mi sarei fatto intervistare” – e ammette anzi che tali dissapori esistano persino con l’etichetta di cannibale stessa, anche se non soprattutto in riferimento ad un commento particolarmente ironico di Scarpa. Eppure, non sono solo le presenze, ma anche le assenze a essere magniloquenti: come sottolinea la regista, Niccolò Ammaniti non ha dato disponibilità a essere intervistato, nonostante le numerose richieste, lui che dopo essere stato forse il ‘cannibale’ più affermato è stato anche il più deciso a distaccarsene, a partire da Io non ho paura, che poco ha a che fare con i precedenti titoli dell’autore.

Ma tali assenze sono in gran parte anche figlie di un budget piuttosto limitato spremuto al massimo delle possibilità: la produzione, infatti, è strettamente universitaria, legata alla IULM presso la quale lavora proprio la regista. Tale limitazione pecuniaria ha imposto ad esempio una selezione dei materiali d’archivio, oculatamente scelti e presentati con dediziosa austerità, e ciò ha ovviamente portato a una necessaria limitazione del minutaggio. Limitazione che avrebbe potuto anche essere messa a freno, grazie per esempio alla generosità di chi, fra le persone contattate per il documentario, aveva messo a disposizione gratuitamente una notevole quantità di materiale televisivo, prima che si mettesse in mezzo l’agente proprio di una così generosa persona: «Maledetti agenti …» ha commentato a denti stretti Tiscione. E tuttavia è anche, se non soprattutto, grazie a tutto questo apparato paracinematografico, presente in negativo già durante tutta la prima visione, che il documentario attira e incuriosce lo spettatore, attraverso un’ampiezza di vedute e di respiro che solo la visione di una persona con un interesse spiccato e sincero per l’argomento poteva fornire. E ci giunge così uno spaccato di quel tipo di attività intelletuale che c’era, e che –  decisamente – manca.

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(Quasi)