Metropolis: La città di Filemazio

Paolo Interdonato | Pantomime del Calisota |

Canzone per un amico

È morto Francesco Guccini. Quando meno me lo aspettavo. Stavo partecipando a una riunione, usando lo strumento di videoconferenza dell’azienda per cui lavoro, e, a un certo punto, quasi all’unisono, alcune delle persone che amo di più mi hanno scritto quel messaggio. È morto Francesco Guccini.

Da tempo lo ascoltavo con difficoltà. I suoi ultimi dischi mi facevano incazzare. So anche indicare il punto esatto in cui si è incrinata la mia stima, fino a quel momento, incondizionata, per il musico.

Il 15 novembre 1996. Ho ventotto anni e aspetto quel disco con impazienza. È un giovedì. Uscito dall’ufficio, punto la stazione di Cadorna e prima di prendere il treno vado nel mio negozio di dischi, “Buscemi”, in corso Magenta. Compro l’ultimo Guccini, D’amore di morte e di altre sciocchezze. Seduto sul treno puntato verso la stazione di Bollate Nord, libero la confezione del CD dall’incellophanatura con l’unghia del pollice (quanto era difficile, te lo ricordi?), estraggo il libretto e inizio a guardare note e testi. A casa, infilo il disco nel lettore e lascio partire la musica. Quel disco si apre con due pezzi molto belli: prima Lettera e poi Vorrei. A quel punto, arriva una canzone d’amore in salsa Guccini. Perché, come diceva spesso il cantante presentando i suoi pezzi dal vivo, quando si è innamorati si è felici e si fa l’amore, mica si scrivono canzoni. Quelle arrivano o prima o dopo. Se arrivano dopo, quando l’amore è finito, si vestono spesso di rimpianti, rimorsi e ricordi. Quattro stracci non fa eccezione. È un’invettiva contro una donna che non ha saputo vederlo abbastanza. Guccini non è nuovo a quelle esternazioni rabbiose: in passato ha trasformato in inno generazionale Eskimo, il canto di un giovane rivoluzionario contro la ricchezza e l’agio di una fidanzata borghese. Certo, c’è un’altissima tenuta autoironica, ma quell’aura di spocchia non sparisce mai. In Quattro stracci, inanella un’infilata di cattiverie che mi sconvolge. Penso «Che stronzo!» e continuo ad ascoltare il disco. Mentre suona Cirano, il pregiudizio ha la meglio e scandaglio il brano alla ricerca di ingenuità e mossette (e non è difficile trovarne). Quando arriva alla canzone finale, I fichi, non lo sopporto più. Ripongo il disco nel suo astuccio sulla mensola, e mi sento offeso. Offeso personalmente. Che cosa ti ho fatto, perché mi trattassi così? Ecco: così ho litigato con Francesco Guccini.

Poi ci ho anche fatto pace, eh. Ma non è più stata la stessa cosa. C’era quell’alone di ruggine che non si riesce a mandare via neanche strofinando forte. A volte, quando si ama molto, è più difficile perdonare.

È morto Francesco Guccini. Quando arrivano i messaggi, la botta è immediata. Fortissima. Devo spegnere la videocamera e chiudere il microfono. «Scusate, mi allontano un attimo», scrivo. Scoppio a piangere. Come se mi fosse morto un carissimo amico. Fa un male cane. Eppure, avevamo avuto quel litigio terribile. Lui non lo sapeva, certo, e sicuramente non gliene sarebbe fregato nulla, ma io sì. Prima all’improvviso e, poi, un po’ alla volta, lo avevo allontanato dai miei ascolti e dalla mia vita. E, adesso, scopro che mi è stato tolto un maestro. Uno dei più importanti. Se uso così le parole, se formulo così il pensiero, se articolo così le frasi, quando parlo e quando scrivo, è colpa sua e delle sue canzoni. Mi ha insegnato la critica e la strutturazione del pensiero, senza saperlo. La cascata di riferimenti, le citazioni, le assonanze, il gioco di carambole e rimandi che tento di fare sono colpa sua. Certo, i miei risultati sono dubbi, ma il maestro non può avere responsabilità sull’insipienza dei suoi discepoli. In particolar modo se non sa neppure di averceli.

Quando è morto Guccini, (Quasi) era chiusa per ferie. È già successo che tirassimo su la saracinesca per un istante solo per gridare al mondo il nostro dolore. Questa volta, Boris e io ci siamo sentiti, ci siamo raccontati quanto male sentissimo per la perdita di un signore che aveva vissuto ottantasei anni godendoseli, e abbiamo continuato a fare silenzio. Probabilmente non avresti saputo nulla del nostro lutto se, per un caso assoluto, settimane prima non avessimo decise di dedicare il numero di settembre della nostra rivista a “Metropolis”, il film, la città, l’idea, il nodo tematico attorno al quale si sviluppa gran parte del mio, del suo e pure del tuo immaginario.

Incontro

Non so come quel nastro sia finito in quel cassetto. Immagino che mio padre lo abbia trovato in uno dei furgoni della lavanderia industriale per cui lavorava, abbandonato da un fattorino. È un’audiocassetta originale, di quelle con il timbro della SIAE, sulle cui etichette, sul fronte e sul retro, sono scritti il nome dell’artista e i titoli del disco e delle tracce. Dalle finestrelle frontali, quelle su cui corre la testina, il nastro non si vede: è spezzato nel mezzo, avvolto sulle due bobine. Sono poco più che un bambino e non ho mai avuto destrezza e manualità, ma da poco ho iniziato ad ascoltar musica e le mie due sorelle maggiori mi sottopongono a una tortura sonora insopportabile, a base di Claudio Baglioni e musica da Festivalbar di questi anni – tra fine Settanta e inizio Ottanta – che sembrano non voler finire mai. Con un cacciavite apro l’audiocassetta, taglio con le forbici i pochi millimetri di nastro distrutti e con un pezzo di scotch ricongiungo i due lembi. Poi richiudo e, miracolo, posso ascoltare il mio primo Francesco Guccini: Radici.

È sconvolgente. Un tipo con la chitarra, i suoni scarni, pochi orpelli e la voce profondissima, incapace di pronunciare la erre, per una quarantina di minuti, mi racconta storie complesse, che richiedono dedizione. Nessuna concessione alla semplificazione, nessun ritornello da canticchiare sotto la doccia, nessuna maglietta fina e paura e voglia di fare l’amore. Parla della sua famiglia, di un ferroviere anarchico e sfigato che fallisce la rivoluzione, di una città di provincia che assomiglia tanto a quella in cui vivo, di un incontro casuale sulle scale durante in quale bisogna riconoscersi e conoscersi in pochi istanti, di un almanacco del tempo ciclico e incongruo, di una bambina innamorata del mare con il suo costume amaranto, di un vecchio e di un bambino sulla strada, durante l’apocalisse.

Un’articolazione del linguaggio vastissima, un sapere narrativo sottile, una voglia di dire storie poco convenzionali che, a volte, sentono di quell’avventura e quella fantascienza che trovo solo nei libri tascabili che leggo al posto di quelli che mi vengono indicati dalle mie insegnanti.

È così che trovo un maestro. Per un po’ di tempo, Radici contiene tutto il Guccini che conosco. Poi, Sandro, il mio senpai sul tatami, negli spogliatoi, mi passa la discografia completa. Un nastro alla volta. E, in pochi mesi, recupero il tempo perduto.

Bisanzio

Metropolis, il disco di Guccini, esce nel maggio 1981. Probabilmente, Sandro me ne passa una copia su un’audiocassetta, su cui si sente lo scricchiolio del solco abusato del disco 33 giri, tre o forse quattro anni dopo la sua uscita. I testi delle canzoni sono riservati ai fortunati possessori dei vinili: mi devo arrangiare. Ho preso l’abitudine di trascrivere, su fogli forati che custodisco in un raccoglitore ad anelli, le parole delle canzoni. Ma Guccini si regala riferimenti troppo alti per il mio sapere sviluppato in poche stanze di una vita quotidiana condotta in una provincia profonda. E, in più, in alcuni momenti, con quella erre arrotolata e inespressa, ci gioca tantissimo. In Via Paolo Fabbri, 43, mi ha messo a dura prova con versi come: «Jorge Luis Borges mi ha promesso l’altra notte / di parlar personalmente col persiano / ma il cielo dei poeti è un po’ affollato in questi tempi / forse avrò un posto da usciere o da scrivano // Dovrò lucidare i suoi specchi / trascriver quartine a Kayyam / ma un lauro da genio minore / per me, sul suo onore, non mancherà». (per tacere della scelta di usare il nome francese di Cartesio perché rimasse con un Roland Barthes sbiascicato in maniera incomprensibile).

Metropolis si apre con una canzone bellissima, Bisanzio. Che racconta una città sospesa tra due mondi e tra due ere. In quel testo ci sono la precisione storica, la narrazione esaltante e la metafora di un presente in crisi.

Bisanzio, durante il regno dell’imperatore Giustiniano («sposo di puttana», l’imperatrice Teodora), nel VI secolo d.C., è una capitale decadente, che mescola popolazioni che si ritrovano a raccolta tra ippodromi, bordelli, luoghi di culto e osterie, in una Babele incomprensibile di lingue, dalle quali emergono con chiarezza solo i canti osceni e le bestemmie.

Filemazio, «protomedico, matematico, astronomo, forse saggio», è il più sapiente tra i cittadini, quello che – per mestiere e per vocazione – dovrebbe decifrare il presente. Eppure, non capisce nulla di quello che gli sta accadendo attorno. Non ha gli strumenti, e neanche il coraggio, per addentrarsi in un mondo in divenire. È fermo sul Bosforo, nel luogo che oggi chiamiamo Istambul, e da una torre scruta il vuoto. E sa che tutto quello che ha studiato per prepararsi a capire il mondo, in una città che dovrebbe essere una porta tra due continenti e tra due epoche, non serve a nulla.

È il 1981. Nell’aria ci sono tutti gli elementi perché i più svegli tra noi – e Francesco Guccini tra questi – capiscano che la forma assunta dal Capitalismo è già considerata inevitabile da tutti, anche e soprattutto dai suoi oppositori. Da qui in avanti, la più avanzata civiltà conosciuta, il migliore dei mondi possibili, nella sua declinazione europea, tra l’altro (quella che racchiude in sé i semi di una cultura millenaria), è giunta al tramonto. È sfinita e incapace di rinnovarsi. Non esistono gli strumenti e le categorie culturali per mettere a fuoco le conseguenze del nostro agire in nome del mercato, o di questo nuovo Dio che ci ostiniamo a sottovalutare.

Quanto dolore in quella canzone. Certo. Però c’è anche la gioia che sento nel trovare un’idea di cultura bastarda in cui riconoscermi. In un mondo in cui le mie letture, le mie visioni e i miei ascolti – fatti di fantascienza, gialli, cartoni animati, videogiochi, canzonette e soprattutto fumetti – sono ancora guardati con sospetto da genitori e insegnanti, Guccini mi dice che tutto si tiene: canti osceni e avvinazzati, romani e greci, l’alamanno e il goto, le plebi smisurate e i labirinti, i filosofi e le eteree.

Ascolto Bisanzio e mi sento meno solo. Forse anche meno idiota, benché tutti mi facciano osservare che mi dedico unicamente a letture da stolto e disegnetti per perditempo.

Le altre città

Bisanzio è, in quel disco, la città delle incertezze, quella che meglio esprime la Babele linguistica e narrativa in cui viviamo. Benché, alla fine del brano, Guccini metta in dubbio perfino l’esistenza di quel luogo, quella è la città reale e materica in cui ci rifugiamo ogni volta che, contemporanei a noi stessi (e perfino all’imbecillità), ci confrontiamo con narrazioni, in qualsiasi forma.

Nel disco ci sono altre declinazioni di una geografia dell’anima gucciniana. Se Bisanzio è il dubbio, Bologna è la madre. È l’utero rassicurante fatto di “imberiaghi” letteratura, portici cosce, osterie e strade conosciute. Una vetrina inaffidabile, in cui sentire odor di miseria e di passato e sperare di riconoscersi senza fare troppa fatica. Venezia, d’altro canto, è la decadenza fatale, il disfacimento elegante e ineluttabile di un mondo che sta affondando sotto il peso della propria insopportabile bellezza e della propria storia fatta di tradizioni borghesi, incapacità di capire, “Novella 2000” e una rosa.

In questa mappa – che tanto ho amato – ci sono delle voragini. Lager è, senza dubbio, la canzone più brutta che Guccini abbia mai scritto: un inciampo retorico e musicale che si articola in un’infilata di banalità che dimostra che mica c’era bisogno di ChatGPT per esprimere una posizione così tanto media. E Milano (Poveri bimbi di) è di una banalità sconcertante: la raccolta dei luoghi comuni frequentati da chi non riesce a capire una città e la fa collassare sull’idea di smog e di upim. Eppure, queste cadute non riescono a intaccare ai miei occhi la statura imponente di questo disco illuminante.

Proprio qui, nella statura e nelle altezze, torna Filemazio. Sta in cima alla sua torre e guarda una città che non riesce più a comprendere. Ha studiato tutto quello che poteva studiare e, alla fine, ha scoperto che non è è sufficiente. Non basta. Il mondo è cambiato più in fretta delle parole con cui avrebbe potuto raccontarlo.

Nel 1981 Guccini non poteva sapere che cosa sarebbe successo dopo. Ma aveva già intuito una cosa che ancora oggi faccio fatica a capire. Mentre le città, le culture e le parole cambiano, il compito di chi racconta non è trovare, una volta per tutte, la chiave del mondo, ma continuare a cercarla.

È morto Francesco Guccini. Per me era un maestro. Il suo insegnamento più grande – quello che prende forma nel modo in cui scrivo – non mi garantisce alcuna possibilità di capire il mondo. Sono disarmato come chiunque e non ho neppure la vastità dei saperi di Filemazio. Però ho imparato a mettere insieme le cose, ad accostarle anche quando sembra incoerente farlo, a cercare traiettorie farlocche e impossibili tra elementi lontani, a chiudere strani anelli, a guardare con affetto lo gnommero. Una città bizantina e una provincia emiliana, Borges e i fumetti, la fantascienza e una canzonetta, i filosofi e le eteree, una storia d’amore finita male e la fine di un impero. Tutte cose che, prima di lui, mi sembravano appartenere a stanze diverse.

È morto Francesco Guccini. E io mi sono accorto che, nel frattempo, quel maestro che avevo mandato via dalla mia vita era rimasto dentro di me. Aveva definito il modo in cui guardavo il mondo.

La prima volta che l’ho ascoltato, il nastro di Radici era spezzato in due. Ero poco più che un bambino, ho tagliato via la parte rovinata e ho ricongiunto i due lembi con un pezzo di scotch. Poi ho chiuso la cassetta, l’ho infilata nel registratore e ho premuto il tasto play.

Non sapevo cosa stessi ascoltando e avevo ancora tutto, o quasi tutto, da sbagliare.

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