La rilettura completa di Mortimer smonta definitivamente il mito: una serie mediocre, con poche buone idee disperse in una produzione seriale frettolosa. Il discorso sul tempo resta un gioco incompiuto, mentre emerge una riflessione più ampia sulla critica e sulla tentazione di sovrainterpretare fumetti nati per essere consumati e dimenticati. A volte non c’è nulla da decifrare: sono solo disegnetti per perditempo. Ed è anche per questo che valgono la pena.
tascabili neri
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Mortimer: Intervallo etico e autodenuncia
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La rilettura di Mortimer si trasforma in un’interruzione etica. L’idea sul tempo nel fumetto, che aveva reso memorabile la serie, emerge ora come un accidente isolato dentro un’opera mediocre, segnata da scrittura disordinata, lavoro forzato e una gestione delle figure femminili profondamente violenta. Il testo diventa un’autodenuncia: dello sguardo di chi legge, della cultura tossica che permea il fumetto popolare e dell’alibi teorico del tempo come rifugio maschile.
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Mortimer: L’estate del 1973
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I numeri estivi del 1973 segnano la caduta di Mortimer nel repertorio più ordinario e misogino dei tascabili neri. Tra copertine violente e storie risolte in fretta, il personaggio perde ambiguità e scrupoli. Proprio negli interstizi produttivi e nelle aritmie narrative, però, emerge un tema inatteso: il tempo come problema del fumetto industriale, trasformato da Pedrazzi in motore teorico sotterraneo della serie.
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Mortimer: Un western erotico alimentare
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Mortimer è un western erotico pubblicato nel 1973 da Ediperiodici, apparentemente allineato alla produzione dei tascabili da edicola. Sotto la superficie di genere, però, il fumetto rivela una tensione tra consumo industriale e ambizione autoriale, grazie al lavoro di Giorgio Pedrazzi e Victor De La Fuente e a un immaginario che riflette sul tempo, sulla violenza e sul mito della frontiera.