{"id":16841,"date":"2023-03-31T08:00:00","date_gmt":"2023-03-31T06:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.obloaps.it\/quasi\/?p=16841"},"modified":"2023-03-29T09:13:26","modified_gmt":"2023-03-29T07:13:26","slug":"il-politecnico-mostrami-gli-occhi-dammi-qui-le-mani","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.obloaps.it\/quasi\/2023\/03\/31\/il-politecnico-mostrami-gli-occhi-dammi-qui-le-mani\/","title":{"rendered":"\u201cIl Politecnico\u201d: Mostrami gli occhi, dammi qui le mani"},"content":{"rendered":"\n<h4 class=\"wp-block-heading\">Quest\u2019afa ripugnante, questo fumo di macerie<\/h4>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-embed-youtube aligncenter wp-block-embed is-type-video is-provider-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio\"><div class=\"wp-block-embed__wrapper\">\n<iframe loading=\"lazy\" title=\"Milano, agosto 1943 ( I video di yesmilano.com 7 )\" width=\"640\" height=\"360\" src=\"https:\/\/www.youtube.com\/embed\/g1ydR50hTLA?feature=oembed\" frameborder=\"0\" allow=\"accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share\" allowfullscreen><\/iframe>\n<\/div><\/figure>\n\n\n\n<p>Un grido lungo e prolungato annuncia l\u2019arrivo della guerra a Milano. \u00c8 quello delle sirene dell\u2019allarme antiaereo. Scende dal cielo durante tre calde notti dell\u2019agosto del 1943. Un carico di distruzione che cala dal ventre capace degli <a href=\"https:\/\/en.wikipedia.org\/wiki\/Avro_Lancaster\" target=\"_blank\" rel=\"noreferrer noopener\">Avro Lancaster<\/a>, i bombardieri che la Royal Air Force impiega dall\u2019anno precedente.<br>Durante la notte tra l\u2019otto e il nove agosto, il primo dei tre grandi bombardamenti colpisce il Teatro Filodrammatici, il corso Garibaldi, l\u2019ospedale Fatebenefratelli, la chiesa di San Marco, quella di San Francesco di Paola, Brera, il Circolo Filologico, il Castello, la Villa Reale, il Museo di Storia Naturale.<br>Il secondo, nella notte tra il tredici e il quattordici, si abbatte sulla Galleria, su Palazzo Marino, Palazzo Reale, Palazzo Serbelloni, l\u2019Arcivescovado, la Stazione Centrale e il Conservatorio. Le guglie del Duomo sono solo sfiorate: la cattedrale viene colpita lateralmente.<br>Una sola notte di tregua. Poi, tra il quindici e il sedici, un nuovo bombardamento colpisce il Teatro Manzoni, la Biblioteca Civica, l\u2019Ambrosiana, il convento di Santa Maria delle Grazie, il Teatro Lirico, il Teatro Dal Verme, ancora il fianco del Duomo, la Scala, le chiese di San Fedele e di San Babila, il Policlinico, la Ca\u2019 Granda, e perfino la Rinascente.<br>Il bilancio finale \u00e8 di 294 morti e 436 feriti. Le indagini postbelliche stimeranno che quelle tre notti hanno ucciso 510 persone.<br>\u00c8 un dolore enorme e inatteso. Milano non pu\u00f2 nasconderlo. Lo mette in mostra, anni dopo, nel modo pi\u00f9 eclatante: quelle macerie vengono accumulate e diventano parte integrante della citt\u00e0. Nel 1947, <strong>Piero Bottoni<\/strong>, commissario straordinario della Triennale ed esponente e maestro della corrente architettonica del Razionalismo Italiano, presenta un progetto abitativo per ospitare chi ha visto la propria casa distrutta dalla guerra. Nella zona nord ovest di Milano sorge il QT8 (Quartiere Ottava Triennale) che custodisce, al suo interno, un parco. L\u2019area verde \u00e8 costruita usando le macerie dei bombardamenti e quelle provenienti dall\u2019abbattimento degli ultimi bastioni spagnoli. Il dolore e la distruzione diventano una collina a nord ovest della citt\u00e0. I milanesi impareranno a chiamarla la montagnetta di San Siro. Alcuni si affezioneranno al nome \u201cmonte Stella\u201d: gli stessi che, nel tempo, si ostineranno a chiamare \u201ccavalcavia Bacula\u201d il ponte della Ghisolfa.<\/p>\n\n\n\n<p>All\u2019indomani della Liberazione, prima che le macerie trovino il proprio posto in citt\u00e0, chi attraversa Milano ha davanti agli occhi le tracce della devastazione.<br><strong>Paolo Murialdi<\/strong>, partigiano e giornalista, autore di una fondamentale <em>Storia del giornalismo italiano<\/em>, ricorda cos\u00ec <a href=\"https:\/\/books.google.it\/books\/about\/La_traversata.html?id=YXlUAAAAMAAJ\" target=\"_blank\" rel=\"noreferrer noopener\">il suo ingresso in citt\u00e0<\/a>: \u00abMilano \u00e8 piena di macerie e di finestre senza vetri. Ritornano gli sfollati e ci sono ancora molti profughi\u00bb.<br><strong>Oreste del Buono<\/strong>, nel 1947, mantiene un tono dolorosamente autobiografico quando, nel romanzo <em>La parte difficile<\/em>, racconta il ritorno a casa dalla prigionia tedesca: \u00abPoco prima di sboccare nella piazza c\u2019erano case e case distrutte. Avevo visto rovine simili anche nelle citt\u00e0 tedesche prima della frontiera e in quelle italiane dopo la frontiera, ma qui mi facevano pi\u00f9 impressione. Qui erano a pochi metri di distanza da casa mia. Girai l\u2019angolo con il batticuore\u00bb.<br>Milano \u00e8 devastata, ma sa che deve rialzare il capo, mostrare orgoglio, costruire qualcosa di nuovo. Lo rimarca <strong>Carlo Levi<\/strong>, nel romanzo del 1950 <em>L\u2019orologio<\/em>, scrivendo: \u00abQuando giungemmo a Milano trovammo la citt\u00e0 in rovine. Le strade erano piene di una folla esuberante, curiosa e felice. Andavano a comizi, a riunioni, a passeggio, chiss\u00e0 dove.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<h4 class=\"wp-block-heading\">L\u2019altro cuore che aveva aperto il tuo<\/h4>\n\n\n\n<div class=\"wp-block-image\"><figure class=\"aligncenter size-large\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"670\" height=\"458\" src=\"https:\/\/www.obloaps.it\/quasi\/wp-content\/uploads\/2023\/03\/politecnico-1.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-16843\" srcset=\"https:\/\/www.obloaps.it\/quasi\/wp-content\/uploads\/2023\/03\/politecnico-1.jpg 670w, https:\/\/www.obloaps.it\/quasi\/wp-content\/uploads\/2023\/03\/politecnico-1-300x205.jpg 300w\" sizes=\"(max-width: 670px) 100vw, 670px\" \/><\/figure><\/div>\n\n\n\n<blockquote class=\"wp-block-quote\"><p>\u00abUna notte d\u2019agosto, nel \u201943, Milano \u00e8 morta. \u00c8 morta la citt\u00e0 che credeva nella Galleria come in un\u2019incrollabile piramide e conservava una bonaria immagine anche della guerra, delle lotte fra gli uomini, della rabbia dei barbari e della fredda ferocia degli sfruttatori. Questa citt\u00e0 non aveva capito ancora fino nelle ultime conseguenze il fascismo e non riusciva a distinguere i bombardamenti sull\u2019Egitto e l\u2019oppressione dell\u2019India dal piacere di leggere il \u201cCorriere della sera\u201d. I primi bombardamenti della RAF la ferirono e la inquietarono. Ma nelle vie e nei cortili il sangue venne lavato, i muratori sgombrarono macerie, la citt\u00e0 rifaceva il suo volto. Una notte d\u2019agosto la colpirono a morte, dopo un nuovo ululato di sirene e tra gli scoppi delle bombe sganciate da poco pi\u00f9 su dei comignoli. Fu tutta fuoco e rovine e l\u2019acqua scatur\u00ec dal sottosuolo e invase le strade e il fumo fu nera coltre nel cielo e, l\u2019indomani, sui tricicli che lasciavano la citt\u00e0 sedevano donne che mostravano nudo il ventre. La Galleria era crollata. E la citt\u00e0 sapeva, dal suo letto di morte, il fondo della barbarie fascista e quello della fredda ferocia di uomini \u201ccivilizzatori\u201d. Mor\u00ec dentro a queste immagini la citt\u00e0 che forse pi\u00f9 di ogni altra aveva creduto nell\u2019eternit\u00e0 borghese del mondo, nella fetta di panettone per tutti e nel sorriso infantile della Madonnina.\u00bb<\/p><\/blockquote>\n\n\n\n<p>Questa analisi del fotografo marchigiano <strong>Luigi Crocenzi<\/strong> compare sul ventinovesimo numero del \u201cPolitecnico\u201d diretto da <strong>Elio Vittorini<\/strong>, datato 1\u00b0 maggio 1946. A fare da contrappunto allo sguardo citato dal titolo del breve articolo, \u201cOcchio su Milano\u201d, ci sono le fotografie. Una ventina di righe di testo in grassetto si contendono lo spazio della colonna riservata all\u2019intervento con tre fotografie che mostrano una Milano livida e impaurita: un uomo elegante in silhouette che cammina accanto a una montagna di macerie, un ragazzo che passa vicino a muri spaccati sostenendosi con stampelle di legno, la facciata di Palazzo Marino.<br>Il primo numero del \u201cPolitecnico\u201d esce pochi giorni dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, il 29 settembre 1945. Quattro grandi pagine con un sottotitolo che dichiara periodicit\u00e0 e intenti del giornale: \u201csettimanale di cultura contemporanea\u201d. A fondarlo con Elio Vittorini ci sono <strong>Albe Steiner<\/strong>, <strong>Franco Fortini<\/strong> e <strong>Vittorio Pandolfi<\/strong>. L\u2019editore \u00e8 il torinese <strong>Einaudi<\/strong>, ma il settimanale viene pensato e impaginato a Milano, in viale Tunisia, al numero 29.<br>L\u2019editoriale del primo numero, firmato da Vittorini, s\u2019intitola \u201cUna nuova cultura\u201d e, pur lanciando un appello ai comunisti, che sono il pubblico di riferimento dell\u2019editore, si rivolge ai cattolici, ai mistici, agli idealisti\u2026 A tutti quelli che hanno verificato come la cultura non abbia frenato la distruzione \u00abdi citt\u00e0 che avevano venticinque secoli di vita; di case e di biblioteche, di monumenti, di cattedrali, di tutte le forme per le quali \u00e8 passato il progresso civile dell\u2019uomo\u00bb. Parlando con il suo lettore ideale, Vittorini sottolinea l\u2019inutilit\u00e0 di una cultura consolatoria incapace di difendere l\u2019uomo dalle sofferenze. Una volont\u00e0 radicale di trasformare la funzione della cultura, di rinnovarla: \u00abNon pi\u00f9 una cultura che consoli nelle sofferenze ma una cultura che protegga dalle sofferenze, che le combatta e le elimini\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p>Per costruire una nuova cultura ci vuole un nuovo giornale, una rivista pensata per essere guardata con attenzione e in cui parole e immagini, sostenute da una grafica straordinaria, possono essere affiancate per produrre senso. Il titolo del giornale \u00e8 composto con un carattere bastone che si staglia bianco in un riquadro rosso. Le immagini sono l\u2019elemento distintivo dell\u2019impaginato. La grafica \u00e8 un progetto di Albe Steiner che d\u00e0 a quel foglio la sua identit\u00e0. Ricorda Franco Fortini, presente nella redazione di Viale Tunisia fin dall\u2019inizio:<\/p>\n\n\n\n<blockquote class=\"wp-block-quote\"><p>\u00abNon avevo allora, n\u00e9 ho oggi, titolo alcuno per pronunciarmi sul lavoro di Albe; se non di avere un anno prima l\u2019occhio alla migliore grafica della Zurigo di allora. Da cos\u00ec poco, e probabilmente perch\u00e9 cos\u00ec diverso da quanto fino ad allora avevo potuto vedere e sapere nella Firenze degli anni Trenta, mi veniva la capacit\u00e0 di guardare affascinato le mani di Albe provare accostamenti e tagli, resecare con le forbici, monologando, giocando. Gi\u00f9 per viale Tunisia venivano sere d\u2019inverno molto nere. Cercavamo qualcosa, probabilmente tutto, nella mezza luce. Le forbici tagliavano con nettezza, facevano due parti, costringevano a scegliere. (Albe rideva, faceva scivolare sul tavolo le sue strisce rosse e nere, spostava di un millimetro un titolo, ci guardava e rideva).\u00bb<\/p><\/blockquote>\n\n\n\n<p>In questo clima nasce un giornale unico, in cui parole e immagini si tengono e producono senso e narrazione, difendono senza consolare. Durante un\u2019intervista, rilasciata a <strong>Roberto Leydi<\/strong> e pubblicata su \u201cL\u2019Espresso\u201d del 5 settembre 1974, <strong>Max Huber<\/strong> dice una cosa illuminante che spiega molto, se non tutto, di questa nuova cultura:<\/p>\n\n\n\n<blockquote class=\"wp-block-quote\"><p>\u00abCi\u00f2 che colpisce, guardando adesso \u201cPolitecnico\u201d, \u00e8 vedere come le idee, il contenuto degli articoli, le fotografie, le didascalie e l\u2019impaginazione fossero una cosa sola. Non c\u2019era un \u201cgrafico\u201d che metteva in bella forma delle colonne di piombo, dei titoli, delle illustrazioni, ma c\u2019era come un giornale che nasceva tutto insieme.\u00bb<\/p><\/blockquote>\n\n\n\n<h4 class=\"wp-block-heading\">E fosse solitudine o tumulto<\/h4>\n\n\n\n<div class=\"wp-block-image\"><figure class=\"aligncenter size-large\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"664\" height=\"1024\" src=\"https:\/\/www.obloaps.it\/quasi\/wp-content\/uploads\/2023\/03\/popeye-di-bela-zaboly-1.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-16845\" srcset=\"https:\/\/www.obloaps.it\/quasi\/wp-content\/uploads\/2023\/03\/popeye-di-bela-zaboly-1.jpg 664w, https:\/\/www.obloaps.it\/quasi\/wp-content\/uploads\/2023\/03\/popeye-di-bela-zaboly-1-195x300.jpg 195w\" sizes=\"(max-width: 664px) 100vw, 664px\" \/><\/figure><\/div>\n\n\n\n<p>Quando nel maggio del 1946 esce \u201cOcchio su Milano\u201d, Albe Steiner ha gi\u00e0 raggiunto il Messico. A comporre la grafica \u2013 e a fare il segretario di redazione \u2013 del \u201cPolitecnico\u201d c\u2019\u00e8 il ventiduenne <strong>Giuseppe Trevisani<\/strong>. Vivr\u00e0 meno di cinquant\u2019anni ma, nel breve arco della sua vita, definir\u00e0 l\u2019impianto visivo del \u201cGiorno\u201d, collaborer\u00e0 con la Milano Libri di <strong>Giovanni Gandini<\/strong> e dar\u00e0 forma al quotidiano \u201cIl Manifesto\u201d.<br>Al \u201cManifesto\u201d, Trevisani conquista l\u2019invisibilit\u00e0. Cercando di opporsi a un giornalismo rumoroso, a caccia di notizie e scandali, dona a quel quotidiano, nato il 28 aprile 1971, l\u2019aspetto di un giornale che non vuole essere il bollettino di un editore, un investitore o un marchio pubblicizzato. Come ricorda <strong>Rossana Rossanda<\/strong>:<\/p>\n\n\n\n<blockquote class=\"wp-block-quote\"><p>\u00abUn grande grafico, compagno e amico di <strong>Luigi<\/strong> [<strong>Pintor<\/strong>], Giuseppe Trevisani, disegn\u00f2 quattro pagine sobrie, nelle quali sarebbero state date le notizie, tutte, ma senza influenzare il lettore che consideravamo ormai adulto: i pezzi si sarebbero seguiti a nastro, come in un libro, su una colonna, con titoli spartani [\u2026].\u00bb<\/p><\/blockquote>\n\n\n\n<p>Alla Milano Libri, Trevisani \u00e8 il \u201cTrevi\u201d e si occupa della grafica di \u201cAli Baba\u201d, rivista di fumetti sperimentali e di avventura diretta da Oreste del Buono e uscita in edicola solo quattro volte tra il 1967 e il 1968. Nei ricordi di Gandini, Trevisani \u00e8 un grande bevitore, con la barba lunga e la sigaretta sempre accesa, dedito a un lavoro di grafica molto fisico che ricorda le parole spese da Fortini per Steiner, ma con una venatura di disordine creativo: \u00abFogli doppi, fogli di qua e di l\u00e0, menab\u00f2 sciolti che si perdevano e cascavano per terra, su una carta come da pacchi ocra e tanti segni a matita che trapassavano la carta e lasciavano il segno sulle pagine di sotto\u00bb.<br>Al \u201cGiorno\u201d progetta \u00abil quotidiano del mattino fatto come un quotidiano della sera\u00bb.<br>Al \u201cPolitecnico\u201d Trevisani osserva famelico il lavoro di Steiner. Guarda come le parole e le immagini trovano un equilibrio: fin dal primo numero, nella seconda pagina del settimanale, una sequenza di foto, usata a fini narrativi, accompagna un breve articolo sulla Fiat. Il secondo numero del giornale, datato 6 ottobre 1945, ospita un articolo firmato dallo stesso Trevisani intitolato \u201cIl mondo a quadretti: breve storia di un\u2019arte per i pigri\u201d. \u00c8 forse il primo intervento su un giornale italiano a tentare un\u2019analisi dei fumetti che, in questa occasione, sono chiamati \u201cle comics\u201d. Si tratta del primo di una serie di articoli sulle arti applicate: nei numeri successivi saranno pubblicati interventi sul teatro delle marionette, sulla poesia, sui giornali, \u2026<br>L\u2019articolo presenta una carrellata un po\u2019 ingenua di leggende metropolitane intorno ai personaggi del fumetto: il ragazzino che mastica la scatola di spinaci come Braccio di Ferro e ne ottiene 16 punti di sutura; lo sciocco che salta dal palazzo come Superman; le migliaia di lettere ricevute da Dick Tracy all\u2019indomani di una ferita da pallottola\u2026 Accanto a questi aneddoti, c\u2019\u00e8 un tentativo di spiegare cosa siano i fumetti. Scrive Trevisani:<\/p>\n\n\n\n<blockquote class=\"wp-block-quote\"><p>\u00abSapete cosa sono le comics: sono quelle storie a quadretti nelle quali il compito di narrare \u00e8 affidato alle immagini e il dialogo, ridotto al minimo indispensabile, trova posto in piccole nuvolette che escono dalla bocca dei personaggi. In America fanno furore. Piacciono alla gente perch\u00e9 c\u2019\u00e8 poco da leggere e molto da guardare. Per lo stesso motivo, cio\u00e8, per cui piace il cinematografo. Dal cinema le comics hanno preso difatti gran parte del loro particolare linguaggio: il taglio delle inquadrature, il ritmo delle sequenze, persino certi effetti di sonoro realizzati con enormi scritte: BANG fanno i fucili, SMACK SOCK cazzotti al mento, CRASH una finestra infranta.\u00bb<\/p><\/blockquote>\n\n\n\n<p>Un giornale cos\u00ec attento alla convivenza di parole e immagini non pu\u00f2 limitarsi a liquidare il fumetto con una lettura semplificata e banalizzante. Trevisani chiude il suo intervento ponendo una distinzione di valore tra le opere. Dice che devono essere giudicate singolarmente ed enumera fumetti belli e importanti: Arcibaldo, Fortunello, Mio Mao, Topolino e Braccio di Ferro. Un\u2019affermazione che, pur mostrandosi banale, rimarca la possibilit\u00e0 di un racconto di qualit\u00e0 \u00abanche con le storielle a quadretti\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<h4 class=\"wp-block-heading\">Grida alla folla<\/h4>\n\n\n\n<div class=\"wp-block-image\"><figure class=\"aligncenter size-large\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"670\" height=\"540\" src=\"https:\/\/www.obloaps.it\/quasi\/wp-content\/uploads\/2023\/03\/barnaby-1.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-16847\" srcset=\"https:\/\/www.obloaps.it\/quasi\/wp-content\/uploads\/2023\/03\/barnaby-1.jpg 670w, https:\/\/www.obloaps.it\/quasi\/wp-content\/uploads\/2023\/03\/barnaby-1-300x242.jpg 300w\" sizes=\"(max-width: 670px) 100vw, 670px\" \/><\/figure><\/div>\n\n\n\n<p>La costruzione di una cultura non consolatoria richiede l\u2019accumulo di esperienze. Agli articoli di analisi sociale si affiancano saggi storici, narrazioni fotografiche, romanzi a puntate, poesie, illustrazioni, riproduzioni di quadri, racconti, sequenze di illustrazioni che oggi chiameremmo infografiche\u2026 Il fumetto diventa uno degli elementi per costruire una nuova cultura per combattere ed eliminare le sofferenze.<br>Le immagini in sequenza, il fumetto e il cinema d\u2019animazione occupano spazi importanti del \u201cPolitecnico\u201d fin dall\u2019inizio, quando la testata ha periodicit\u00e0 settimanale. In ogni numero ci sono sequenze fotografiche o pittoriche corredate da didascalie. Sul quarto numero (20 giugno 1945) viene citato un \u201cSuper-Topolino\u201d attribuito a Walt Disney pur non avendo nulla di disneyano. Sul sesto (3 novembre 1945) ci sono quattro pagine di \u201cStoria illustrata della Rivoluzione Russa d\u2019Ottobre\u201d. Sul decimo (1 dicembre 1945) le miserie umane disegnate da <strong>George Grosz<\/strong> fanno da contrappunto alla storia naturale della borghesia tedesca. Sul dodicesimo (15 dicembre 1945) la storia dell\u2019ONU viene raccontata da una sequenza di vignette, accompagnate da didascalie, posta sul fondo dell\u2019ultima pagina sotto il titolo \u201cLa macchina per la pace (piano di una ipotesi)\u201d. Sul ventesimo numero (9 febbraio 1946) \u201cLa mia officina\u201d, un articolo firmato da <strong>Walt Disney<\/strong>, spiega come nascono i cartoni animati.<br>Perch\u00e9 i fumetti approdino in forma riconoscibile sul \u201cPolitecnico\u201d bisogna attendere l\u2019avvicendamento alla grafica del giornale tra Albe Steiner e Giuseppe Trevisani. Il 6 aprile del 1946 esce l\u2019ultimo numero del settimanale. L\u2019editoriale racconta senza mezze misure la crisi che \u201cil Politecnico\u201d sta attraversando insieme al paese. Gli italiani si impoveriscono progressivamente. Usando un indice che rapporta a 100 il costo della vita nel 1938, si ottiene uno sconfortante valore di 2.700 nel gennaio del 1946. Quell\u2019indicatore di miseria \u00e8 destinato ad arrivare a 5.300 nel settembre del 1947, quando finalmente si assister\u00e0 a un\u2019inversione di tendenza. Le ventiduemila copie vendute dal settimanale non permettono al \u201cPolitecnico\u201d di proseguire con quella forma. Ma gli errori del giornale sono anche progettuali. Intercettandoli con puntualit\u00e0, Vittorini scrive:<\/p>\n\n\n\n<blockquote class=\"wp-block-quote\"><p>\u00abNoi non abbiamo avuto, col settimanale, una funzione propriamente creativa, o, comunque, formativa. L\u2019altra funzione, la formativa, ci ha preso, a poco a poco, e sempre di pi\u00f9, la mano. Ci siamo lasciati andare ad essa. Abbiamo compilato, abbiamo tradotto, abbiamo esposto, abbiamo informato, abbiamo anche polemizzato, ma abbiamo detto ben poco di nuovo. In quasi tutte le posizioni che abbiamo preso, pur senza mai sbagliare indirizzo, ci siamo limitati a gridare mentre avremmo dovuto dimostrare.\u00bb<\/p><\/blockquote>\n\n\n\n<p>Dal ventinovesimo numero, datato 1 maggio 1946, il cambio di rotta del giornale \u00e8 reso evidente dalla modifica di formato, foliazione e prezzo. La grafica, pur cercando una linea in continuit\u00e0 con il primo periodo del giornale, si normalizza e il genio di Albe Steiner viene un po\u2019 smorzato dalla necessit\u00e0 di dimostrare. Il nuovo giornale offre per\u00f2 nuove opportunit\u00e0 di presentare fumetti e lo fa in tre occasioni.<br>Innanzi tutto nel numero 31\u201332, datato luglio\u2013agosto 1946, appare \u201cUna storia di Popeye\u201d: sette strisce del marinaio, disegnate da <strong>Bela Zaboly<\/strong> che aveva ereditato il personaggio alla morte di <strong>Elzie Crisler Segar<\/strong>. Il frammento di racconto viene presentato da un testo redazionale non firmato (ma attribuibile a Trevisani) che sottolinea quanto il personaggio, nel fumetto americano, sia pi\u00f9 importante dell\u2019autore ed elargisce un aneddoto improprio riferendo le origini di Popeye come occasione pubblicitaria per i produttori di spinaci in scatola. Il fumetto viene presentato in lingua con le traduzioni dell\u2019inglese sgrammaticato di Popeye poste sopra e sotto le vignette.<br>Sul numero 35, datato gennaio\u2013marzo 1947, compare un articolo firmato da Oreste del Buono sul romanzo gotico. A illustrare il pezzo, lo scrittore che ancora non usa firmarsi OdB inserisce delle strisce disegnate di suo pugno che presentano la riduzione in pochissime vignette di classici letterari. Del Buono traspone in quindici quadretti L\u2019italiano, o il confessionale dei penitenti neri di <strong>Ann Radcliffe<\/strong> e in solo sei Il castello di Otranto di <strong>Horace Walpole<\/strong>. Presentando l\u2019esperimento, lo scrittore si chiede, con piglio polemico un po\u2019 vezzoso, se sia possibile applicare quella tecnica di traduzione e adattamento anche ad <strong>Alessandro Manzoni<\/strong>.<br>Infine, gli ultimi tre numeri del \u201cPolitecnico\u201d, il 37, il 38 e il 39, usciti puntualmente a ottobre, novembre e dicembre del 1947, ospitano con regolarit\u00e0 una striscia. Si tratta di <em>Barnaby<\/em> di <strong>Crockett Johnson<\/strong> e, come era gi\u00e0 accaduto per Popeye, il fumetto \u00e8 proposto in lingua e la traduzione si ritaglia uno spazio nell\u2019impaginazione accanto alle strisce. Barnaby e Mr. O\u2019Malley accompagnano \u201cil Politecnico\u201d fino alla sua fine, pi\u00f9 o meno naturale, quando la scomodit\u00e0 del mensile si infrange contro le indicazioni politiche del Pci e del suo segretario. Palmiro Togliatti richiama il giornale ai propri doveri in una lettera pubblicata sul primo numero di \u201cRinascita\u201d nell\u2019ottobre del 1946. Scrive a Vittorini:<\/p>\n\n\n\n<blockquote class=\"wp-block-quote\"><p>\u00abL\u2019indirizzo annunciato [il rinnovamento della cultura italiana] non veniva seguito con coerenza, veniva anzi sostituito, a poco a poco, da qualcosa di diverso, da una strana tendenza a una specie di \u00abcultura\u00bb enciclopedica, dove una ricerca astratta del nuovo, del diverso, del sorprendente, prendeva il posto della scelta e dell\u2019indagine coerenti con un obiettivo, e la notizia, l\u2019informazione (volevo dire, con brutto termine giornalistico, la \u00abvariet\u00e0\u00bb) sopraffaceva il pensiero.\u00bb<\/p><\/blockquote>\n\n\n\n<p>A questa lettera, e a oltre un anno di malumori maturati all\u2019interno del partito, il comunista Vittorini risponde con un lungo intervento pubblicato sul penultimo numero del giornale. In quella risposta usa una metafora che segner\u00e0 il linguaggio politico degli anni a venire:<\/p>\n\n\n\n<blockquote class=\"wp-block-quote\"><p>\u00abQuando io parlo di sforzi in senso rivoluzionario da parte di noi scrittori, parlo di sforzi rivolti a porre simili esigenze. E se accuso il timore che i nostri sforzi in senso rivoluzionario non siano riconosciuti come tali dai nostri compagni politici, \u00e8 perch\u00e9 vedo la tendenza dei nostri compagni politici a riconoscere come rivoluzionaria la letteratura arcadica di chi suona il piffero per la rivoluzione piuttosto che la letteratura in cui simili esigenze sono poste, la letteratura detta oggi di crisi.\u00bb<\/p><\/blockquote>\n\n\n\n<p>Questa presa di distanza dai pifferai della rivoluzione segna la fine del \u201cPolitecnico\u201d ed esce negli stessi numeri su cui il giornale pubblica per la prima volta una striscia con continuit\u00e0. Mi pare importante sottolineare che quella striscia \u00e8 cos\u00ec rivoluzionaria da spingere la scrittrice e poetessa <strong>Dorothy Parker<\/strong> a scrivere:<\/p>\n\n\n\n<blockquote class=\"wp-block-quote\"><p>\u00abPenso, e sto cercando di dirlo con calma, che Barnaby e i suoi amici e i suoi nemici siano l\u2019aggiunta pi\u00f9 importante alle arti e alle lettere americane da solo Dio sa quanti anni.\u00bb<\/p><\/blockquote>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Quest\u2019afa ripugnante, questo fumo di macerie Un grido lungo e prolungato annuncia l\u2019arrivo della guerra a Milano. \u00c8 quello delle&#8230;<\/p>\n","protected":false},"author":4,"featured_media":16848,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[58],"tags":[4847,4892,4890,4889,4882,1747,4893,2453,4866,1593,4888,830,4846,4891,4883,4887,4886,465,4881,4885,1777,4884,421],"coauthors":[],"yoast_head":"<!-- This site is optimized with the Yoast SEO plugin v23.2 - 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