{"id":28827,"date":"2025-12-08T08:00:00","date_gmt":"2025-12-08T07:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.obloaps.it\/quasi\/?p=28827"},"modified":"2025-12-01T15:03:31","modified_gmt":"2025-12-01T14:03:31","slug":"storie-dello-strazio-profondo","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.obloaps.it\/quasi\/2025\/12\/08\/storie-dello-strazio-profondo\/","title":{"rendered":"Storie dello strazio profondo"},"content":{"rendered":"\n<p><em>Cara redazione di Quasi, ieri ero a fare serata e ho trovato una chiavetta persa da qualcuno in un centro sociale qui a Roma. Arrivata a casa l\u2019ho aperta e &#8211; sorpresa delle sorprese &#8211; dentro c\u2019era un archivio immenso di fumetti piratati! Me li sono trasferiti nel computer, ma poi, fatto ancora pi\u00f9 strano, c\u2019era questo documento word ad accompagnare i fumetti. Mi sembra una pagina da un memoriale\u2026 Visto il titolo mi pareva adatto a questo mese. Provate a dare un\u2019occhiata, penso che possa interessarvi. Forse se lo pubblichiamo troviamo l\u2019autrice? Non so\u2026 Che ne dite?<\/em><\/p>\n\n\n\n<hr class=\"wp-block-separator has-alpha-channel-opacity\"\/>\n\n\n<div class=\"wp-block-image\">\n<figure class=\"aligncenter size-full\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"528\" height=\"528\" src=\"https:\/\/www.obloaps.it\/quasi\/wp-content\/uploads\/2025\/12\/Slide1-edited.png\" alt=\"\" class=\"wp-image-28840\" srcset=\"https:\/\/www.obloaps.it\/quasi\/wp-content\/uploads\/2025\/12\/Slide1-edited.png 528w, https:\/\/www.obloaps.it\/quasi\/wp-content\/uploads\/2025\/12\/Slide1-edited-300x300.png 300w, https:\/\/www.obloaps.it\/quasi\/wp-content\/uploads\/2025\/12\/Slide1-edited-150x150.png 150w\" sizes=\"(max-width: 528px) 100vw, 528px\" \/><\/figure><\/div>\n\n\n<hr class=\"wp-block-separator has-alpha-channel-opacity\"\/>\n\n\n\n<p>Anche oggi, quando mi sono svegliata, eravamo almeno una decina e la pensavamo tutte diversamente.<\/p>\n\n\n\n<p>Ci domandavamo cosa fare di una situazione non chiara. Succedeva spesso, quando la situazione non era chiara. La situazione sembrava con ogni evidenza una cosa. Poi, improvvisamente, si evolveva in una cosa opposta e noi non capivamo. Ci sfuggiva, non riuscivamo a inquadrarla. Cos\u00ec, restavamo a domandarcelo per molto tempo e impiegavamo in questa attivit\u00e0 un cospicuo dispendio di energie: moltiplicavamo e non andavamo d\u2019accordo tra di noi. Eravamo e non riuscivamo a non essere.<\/p>\n\n\n\n<p>Una diceva: questa \u00e8 la verit\u00e0.<\/p>\n\n\n\n<p>L\u2019altra rispondeva: come sempre ti sbagli, la verit\u00e0 \u00e8 quest\u2019altra.<\/p>\n\n\n\n<p>La terza sbraitava: non capite un cazzo! Com\u2019\u00e8 possibile che non vediate la verit\u00e0?<\/p>\n\n\n\n<p>La quarta argomentava con saggezza: la verit\u00e0 non esiste, esiste solo il presente delle emozioni.<\/p>\n\n\n\n<p>La quinta inferiva: smettila di riempirti la bocca di paroloni, idiota! Dici cose che non servono a un cazzo.<\/p>\n\n\n\n<p>La sesta piagnucolava: per favore, facciamo la pace. Smettiamola di litigare, non serve a niente.<\/p>\n\n\n\n<p>La settima roboava: ma quale pace, cretina! Non vedi che qui va tutto a rotoli? \u00c8 colpa tua!<\/p>\n\n\n\n<p>L\u2019ottava canticchiava: <em>Despacito<\/em> \/ <em>Quiero respirar tu cuello despacito \/ Deja que te diga cosas al o\u00eddo I Para que te acuerdes si no est\u00e1s conmigo!<\/em><\/p>\n\n\n\n<p>E subito la nona: <em>Sube! Sube!<\/em><\/p>\n\n\n\n<p>La decima si ricordava di una situazione simile ma in tutt\u2019altro contesto, cos\u00ec iniziava a tracciare confronti e illustrare paragoni.<\/p>\n\n\n\n<p>L\u2019undicesima analizzava la situazione secondo parametri dalla correttezza assolutamente inopinabile, sostanziandola con una solida casistica per corroborare la tesi di fondo.<\/p>\n\n\n\n<p>La dodicesima si rifugiava nella memoria di quella volta che da bambina avevo sentito per la prima volta il suono di una cornamusa e mi si era aperto il cuore.<\/p>\n\n\n\n<p>E cos\u00ec via.<\/p>\n\n\n\n<p>Volevamo esercitare il nostro diritto a essere tutte insieme, allo stesso tempo, e pensarla come la pensavamo, in ogni caso diversamente. E invece ci trovavamo forzate a essere una sola, guardandoci in cagnesco, e malsopportandoci a vicenda, perch\u00e9 non c\u2019era simpatia tra di noi. Pi\u00f9 stavamo l\u00ec a domandarci cosa fare, come pensarla, pi\u00f9 persone diventavamo, fino a raggiungere la quantit\u00e0 di un esercito di me che litigavano tra di noi.<\/p>\n\n\n<div class=\"wp-block-image\">\n<figure class=\"aligncenter size-full\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"756\" height=\"756\" src=\"https:\/\/www.obloaps.it\/quasi\/wp-content\/uploads\/2025\/12\/Slide3.png\" alt=\"\" class=\"wp-image-28842\" srcset=\"https:\/\/www.obloaps.it\/quasi\/wp-content\/uploads\/2025\/12\/Slide3.png 756w, https:\/\/www.obloaps.it\/quasi\/wp-content\/uploads\/2025\/12\/Slide3-300x300.png 300w, https:\/\/www.obloaps.it\/quasi\/wp-content\/uploads\/2025\/12\/Slide3-150x150.png 150w\" sizes=\"(max-width: 756px) 100vw, 756px\" \/><\/figure><\/div>\n\n\n<p>Non era una milizia unita ai fini di un obiettivo comune: era una marmaglia di lanzichenecche agguerrite, scomposte e pugnaci, senza scopo altro se non quello di farsi sentire forte e chiaro, incapaci di mettersi d\u2019accordo su quale pensiero formulare.<\/p>\n\n\n\n<p>Era estenuante. Non sapevamo come fare, perch\u00e9 eravamo tante, ma non c\u2019era spazio per tutte. Bisognava che tornassimo ad essere una persona sola. Non si poteva essere cos\u00ec tante. Non era previsto: non funzionava cos\u00ec.<\/p>\n\n\n\n<p>Avevo paura quando diventavo tante: volevo restare una. Guardavo le persone che erano una singola persona che pensava una singola idea per volta: dovevano provare sollievo e soddisfazione nel proprio agire una singola personalit\u00e0. Io invece ero attraversata da momenti di pluralit\u00e0, abitata da soggettivit\u00e0 molteplici. Questa caratteristica ci faceva sentire sbagliate.<\/p>\n\n\n\n<p>Passava il tempo e continuavamo a essere cos\u00ec: a un certo punto nella mia vita succedeva qualcosa che mi moltiplicava come i pani e i pesci, ma non lo avevo chiesto io questo miracolo, dioporco.<\/p>\n\n\n\n<p>Nessuno lo capiva, cos\u00ec appena potevo prendevo tutte le singole me e le mettevo una per una in una botola e mostravo a chi mi stava intorno una singola persona per pi\u00f9 tempo che potevo, e finch\u00e9 reggeva ci credevo pure io: per quante potessimo essere, eravamo comunque persone oneste, provavamo dei sentimenti anche noi, volevamo sentirci desiderate e desiderabili. Per\u00f2, immancabilmente, qualcosa andava storto e tutte le me iniziavano a protestare: \u201cabbiamo fame! abbiamo sete! abbiamo il diritto di divertirci! vogliamo affetto! vogliamo essere amate! sfamaci! coccolaci! amaci! vogliamo essere!\u201d<\/p>\n\n\n\n<p>Quand\u2019era cos\u00ec, io iniziavo a preoccuparmi e a vivere nell\u2019angoscia che le me sarebbero uscite fuori, le avevo viste in azione diverse volte. Iniziavano a prendere a pugni la botola, io cercavo di ignorarle, finch\u00e9 non la sfondavano completamente, e io non ci potevo fare niente, se non lasciarle prendere il sopravvento e immiarsi (ullall\u00e0, un dantismo!). Una volta sfondato, prendevano possesso dello spazio e facevano di tutto &#8211; strillavano, cantavano, sbattevano i piedi, prendevano a testate il muro, si davano i pugni in testa reciprocamente, staccavano uno per uno i pezzi di tutto quello che trovavano e li sbranavano finch\u00e9 non avevano divorato ogni briciola, ma soprattutto litigavano tra di loro senza sosta &#8211; insomma, era proprio un brutto spettacolo.<\/p>\n\n\n\n<p>All\u2019inizio, quando succedeva, mi paralizzavo.<\/p>\n\n\n\n<p>La prima volta mi era successo che ero piccina, quando mia mamma aveva minacciato per l\u2019ennesima volta di suicidarsi. Ero diventata due persone: una diceva \u201coh no, no, no, mamma, mammina mia! che fai, no! ti prego!\u201d. L\u2019altra diceva \u201cs\u00ec, s\u00ec, buttati! buttati, brutta stronza! e falla finita una volta per tutte, liberami da questo supplizio\u201d. Poi eravamo diventate tre, e la terza diceva: \u201cvedi? tua mamma sta male ed \u00e8 colpa tua!\u201d. Mi bloccavo in mezzo a queste persone, non sapendo quale ascoltare.<\/p>\n\n\n\n<p>Poi la mamma aveva smesso di minacciare di suicidarsi, e si era limitata a darmi dell\u2019incapace ogni volta che poteva, coi gesti e con le parole, finch\u00e9, di base, ebbene s\u00ec, non ero diventata una perfetta incapace. Poi, qualcosa in me si era ribellato, avevo smesso di essere un\u2019incapace ed ero diventata una vagamente capace di fare qualcosa, o almeno di pararsi il culo, quando vedeva che le cose non andavano nel verso giusto.<\/p>\n\n\n\n<p>Questa era la cosa pi\u00f9 importante per tutte noi: che io, all\u2019occorrenza, fossi in grado di pararmi il culo, in un modo o nell\u2019altro, altrimenti loro, le altre me, non sarebbero andate avanti a essere, e loro invece volevano essere, volevano che io fossi, perch\u00e9 cos\u00ec sarebbero potute andare avanti a intossicarmi la vita &#8211; maledette bastarde me &#8211; che era l\u2019unica cosa che volevano fare.<\/p>\n\n\n\n<p>Avevo provato a tenerle buone: avevo cercato di dare loro quello di cui avevano bisogno. Non perch\u00e9 le amassi, ma perch\u00e9 non sapevo come altro fare. Avevo iniziato, piano piano, a portale un po\u2019 fuori, una per una, mano nella mano, a fargli prendere un po\u2019 d\u2019aria, a fargli vedere i fiori e le stelle, gli animali, le pietre. Ogni tanto le portavo al cinema, gli preparavo qualcosa di buono da mangiare, le facevo parlare con qualcuno. Non doveva essere facile stare chiuse nella botola tutto il tempo, poverine: mancava l\u2019aria, era buio, le pareti marcivano e io spesso non avevo soldi per ristrutturare.<\/p>\n\n\n\n<p>Per\u00f2 non era abbastanza per tenerle buone.<\/p>\n\n\n\n<p>Non che volessero farmi del male, le me, anzi, per loro era importante che io stessi in vita, perch\u00e9 gli servivo, non potevano fare a meno di me, anche se erano a scapito di me. Se ero io dovevano essere anche loro in qualche modo, per quanto io mi opponessi a queste indesiderate presenze di me dappertutto.<\/p>\n\n\n<div class=\"wp-block-image\">\n<figure class=\"aligncenter size-full\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"756\" height=\"756\" src=\"https:\/\/www.obloaps.it\/quasi\/wp-content\/uploads\/2025\/12\/Slide4.png\" alt=\"\" class=\"wp-image-28843\" srcset=\"https:\/\/www.obloaps.it\/quasi\/wp-content\/uploads\/2025\/12\/Slide4.png 756w, https:\/\/www.obloaps.it\/quasi\/wp-content\/uploads\/2025\/12\/Slide4-300x300.png 300w, https:\/\/www.obloaps.it\/quasi\/wp-content\/uploads\/2025\/12\/Slide4-150x150.png 150w\" sizes=\"(max-width: 756px) 100vw, 756px\" \/><\/figure><\/div>\n\n\n<p>Sapevo di averle, le me, da tanto tempo, ero nata tante e tante sarei rimasta: ma non le accettavo, cercavo di comportarmi come se niente fosse. Non guardavo mai per troppo tempo nessuno negli occhi, per paura che intuissero l\u2019esistenza di tutte quelle me. Una volta mio zio aveva notato qualcosa di strano e lo aveva detto a mia zia &#8211; io ero nell\u2019altra stanza a disegnare, ma avevo sentito: \u201cla Valeria non guarda mai nessuno negli occhi, come se avesse paura, sembra sempre che abbia qualcosa da nascondere\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p>Beh, ce l\u2019avevo qualcosa da nascondere, eccome se ce l\u2019avevo. Cos\u00ec mi ero abituata a guardare per terra e a tenere gli occhi bassi. Avevo assunto una postura un po\u2019 curva. Mi ero abituata a fingere: fingere che non ci fossero tante me, soffocarle. Volete una prova? Beh, cercatemi su Internet (sono diventata moderatamente famosa, nel mio). Non c\u2019\u00e8 una foto che mi ritragga in cui sembro la stessa persona, perch\u00e9 ogni scatto cattura una me diversa, e chiss\u00e0 quante altre ce ne sono state, che nessuno ha mai visto. Nessuno tranne me, purtroppo. I maschi mi dicono che ho dei begli occhi e cercano di guardarli: quando gli permetto di vederli, poi non se li dimenticano facilmente. Perch\u00e9 gli fanno paura. E fanno bene ad averne. Incauti, guardate negli occhi di qualcosa di pi\u00f9 semplice e lasciateci in pace. Ve lo dico io che non \u00e8 il caso, metteteli da un\u2019altra parte, i vostri sguardi, non so, in mezzo alle tette o sul sedere di qualcuna. Oppure negli occhi di una che \u00e8, a tutti gli effetti, una, e non nei miei, che non ce la far\u00f2 mai ad essere come voi vorreste che io sia, cio\u00e8 singolare.<\/p>\n\n\n\n<p>In uno di questi lunghi momenti di paralisi, per\u00f2, a un certo punto, misteriosamente, qualcosa era scattato in me. Ero diventata consapevole del fatto che la paralisi non portava a niente e che, anzi, avrei dovuto iniziare ad agire: dovevo &#8211; non dico volergli bene &#8211; ma quanto meno dare un senso a queste me, in qualche modo. Non potevo andare avanti a cercare di soffocarle per tutta la vita, semplicemente perch\u00e9 non c\u2019era questa possibilit\u00e0: anche quando parlavo con gli amici, o mi drogavo, o mettevo la testa da un\u2019altra parte, leggendo e studiando, poi andava a finire che c\u2019erano lo stesso e io le percepivo urgere dalla botola.<\/p>\n\n\n\n<p>Soprattutto, mi ero accorta che le me venivano sollecitate quando leggevo e studiavo. Un po\u2019 perch\u00e9 cos\u00ec si distraevano dal fare baccano, una voce diversa dalle loro &#8211; e migliore &#8211; finiva sempre per incantarle, almeno per un po\u2019. Infatti mi rimanevano impresse pi\u00f9 di tutto, negli studi e nelle letture, quelle cose che mi portavano a riflettere sull\u2019idea di moltitudine, di moltiplicazione di prospettive, di sproporzioni, di divergenze, di giustapposizioni, di annessioni, di inclusioni, di simultaneit\u00e0, di compresenze. A furia di leggere queste cose, ero diventata esperta, tanto che qualcuno lo aveva notato e aveva detto: tu devi fare questo nella vita. Una mia professoressa mi aveva detto: \u201c\u00e8 interessante come funziona il tuo cervello, ammette tutto, si dirama\u201d. Mi ero sentita una cavia da laboratorio ed ero scappata, cavandomela con un 29. 29, s\u00ec, come l\u2019ammontare di persone che ero in quel momento.<\/p>\n\n\n\n<p>Comunque, gli studi mi avevano fatto capire qualcosa: avrei passato la mia vita immersa in cose di questo tipo.<\/p>\n\n\n\n<p>Non era la soluzione, ma era una pista. E con pista non intendo quelle che mi facevo per schiarirmi le idee, all\u2019occorrenza. Che servivano solo per il momento che duravano, recando un\u2019illusione che per\u00f2, perlomeno, mi permetteva di tirare (ahahahaaaa, tirare) avanti fino a fine serata, cos\u00ec i miei amici erano contenti (continuiamo a non capire com\u2019\u00e8 che qualcuno possa essere contento che ci siamo, ma tant\u2019\u00e8).<\/p>\n\n\n\n<p>Avevo sempre avuto una buona mano. Una mano agile, che si muoveva con facilit\u00e0 quando impugnava una matita. Rendevo i volumi senza fatica, sapevo piegarli a favore dei concetti e dell\u2019espressivit\u00e0. Avevo sempre avuto spirito di osservazione delle forme, dei movimenti, delle espressioni.<\/p>\n\n\n\n<p>In pi\u00f9, mi piacevano i pattern, perch\u00e9, abituata a guardare per terra, dove si ripetono schemi di mattonelle, sampietrini, lastre, lastroni, le texture mi risultavano familiari. Mi facevano sentire a casa. Le griglie mi mettevano a mio agio, era quello che avevo visto pi\u00f9 spesso, crescendo: pattern su pattern di pavimentazioni mi avevano indotta a convincermi che le cose davano il meglio di s\u00e9 quando intorno a loro c\u2019era una cornice. Per questo mi piacevano i quadri, gli schermi, le pagine, i colonnati, le volte, gli archi, gli scorci visti dai telescopi. Anche le finestre.<\/p>\n\n\n\n<p>Non tanto per il contenuto &#8211; che comunque buttalo via &#8211; ma perch\u00e9 c\u2019era una forma a contenere le cose. Le cornici mettevano in ordine le cose e quando erano tante nella stessa pagina diventavano delle griglie. Le griglie, pi\u00f9 tutto, mi mettevano a mio agio: stavano l\u00ec le cose, non c\u2019era pericolo che uscissero. Io e le altre me le trovavamo confortevoli le cose fatte cos\u00ec, ci riposava guardarle e per un po\u2019 eravamo placate. Qualcuno, dio lo benedica, mi disse che si chiamavano fumetti. Cos\u00ec, iniziai a guardarli spesso, ne guardai tantissimi, pi\u00f9 che potevo: griglie con dentro sempre lo stesso personaggio, ma ogni volta diverso. Riusciva, miracolosamente, a essere tanti e uno. Era lo stesso, ma c\u2019era sempre un dettaglio diverso, quando veniva ripetuto nelle sequenze di vignette. Uno sguardo, una posa, un\u2019espressione, una caratteristica, un segno, fosse anche per sbaglio.<\/p>\n\n\n\n<p>Era tanti, ma, al contempo, era comunque lui, il personaggio. Come me.<\/p>\n\n\n<div class=\"wp-block-image\">\n<figure class=\"aligncenter size-full\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"756\" height=\"756\" src=\"https:\/\/www.obloaps.it\/quasi\/wp-content\/uploads\/2025\/12\/Slide2.png\" alt=\"\" class=\"wp-image-28841\" srcset=\"https:\/\/www.obloaps.it\/quasi\/wp-content\/uploads\/2025\/12\/Slide2.png 756w, https:\/\/www.obloaps.it\/quasi\/wp-content\/uploads\/2025\/12\/Slide2-300x300.png 300w, https:\/\/www.obloaps.it\/quasi\/wp-content\/uploads\/2025\/12\/Slide2-150x150.png 150w\" sizes=\"(max-width: 756px) 100vw, 756px\" \/><\/figure><\/div>\n\n\n<p>Cos\u00ec, iniziai a pensare che dovevo farne una anch\u2019io di cose fatte cos\u00ec. Non fu facile. Iniziai con una vignetta, poi ne aggiunsi un\u2019altra vicino, poi un\u2019altra ancora, e cos\u00ec via. Pi\u00f9 ne mettevo, pi\u00f9 me ne venivano in mente. Appresi che tante vignette insieme facevano una tavola, e che tante tavole insieme facevano un fumetto e che qualcuno per qualche motivo poteva volerlo leggere.<\/p>\n\n\n\n<p>Quando qualcuno lesse il mio primo fumetto, per la prima volta, e lo trov\u00f2 bello, tutte le me c\u2019erano, ma erano felici. Finalmente andavamo d\u2019accordo. Cos\u00ec ne feci un altro e un altro ancora. Le persone li leggevano e continuavano a trovarli belli. C\u2019era una critica di fumetti in particolare, che si chiamava Carlotta Vacchelli: una cattivissima, un osso duro, tutti la temevano perch\u00e9 era molto bella e intelligente e poteva permettersi di fare la stronza. Volevo che mi notasse, perch\u00e9 stimavo la sua opinione. La si vedeva sempre alle presentazioni di fumetti, stava l\u00ec, algida e altera, che tirava una raglia di cocaina via l\u2019altra, circondata da orde di fumettisti a cercare di compiacerla, mostrandole le loro ultime tavole. E lei tuonava \u201cvia! via! andatevene via con i vostri sporchi scarabocchi! siete delle merdacce!\u201d. E gi\u00f9 scariche di bestemmie.<\/p>\n\n\n\n<p>I miei disegni, invece, le piacquero. Diventammo grandi amiche.<\/p>\n\n\n\n<p>Poi, un giorno, Carlotta Vacchelli mi disse che provava qualcosa di pi\u00f9. Ma noi non eravamo in grado di amare, eravamo fin troppo impegnate con tutte quelle noi e quei fumetti in cui metterle. Quindi ce la demmo a gambe, ben prima che qualcosa potesse iniziare per davvero. Ne avevamo gi\u00e0 abbastanza dei nostri casini, per farci carico anche di lei, che mi chiedeva di amarla. La lasciammo in un ristorante cinese, spezzandole il cuore. \u00c8 passato molto tempo da allora, ma ce lo ricordiamo come se fosse ieri: lei attonita con lo spaghetto di soia penzolante dalla bacchetta e noi che usciamo sbattendo la porta (volevamo anche avere ragione!).<\/p>\n\n\n\n<p>Passavano gli anni. Diventammo quello che le persone chiamano una fumettista. Finch\u00e9 eravamo una fumettista, eravamo una cosa e non tante. O meglio, continuavamo a essere tante, ma potevamo esserle con un obiettivo chiaro: fare i fumetti.<\/p>\n\n\n\n<p>Anche oggi, quando mi sono svegliata, eravamo almeno una decina e la pensavamo tutte diversamente.<\/p>\n\n\n\n<p>Ma, a differenza di com\u2019era stato in passato, questa volta sapevamo che cosa fare.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Un frammento di memoriale trovato in una chiavetta misteriosa: la voce di una fumettista attraversata da molteplici \u201cme\u201d, incapaci di convivere eppure costrette a farlo. Tra trauma familiare, ironia feroce e rivelazioni artistiche, il fumetto diventa l\u2019unico spazio in cui la sua pluralit\u00e0 trova ordine. Un testo sulla vertigine dell\u2019identit\u00e0 e sulla forza delle immagini.<\/p>\n","protected":false},"author":24,"featured_media":28828,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[1668],"tags":[7580,396,822,7578,7579,7527,7581,7582,7583,7577],"coauthors":[5967],"yoast_head":"<!-- This site is optimized with the Yoast SEO plugin v23.2 - https:\/\/yoast.com\/wordpress\/plugins\/seo\/ -->\n<title>Storie dello strazio profondo - (Quasi)<\/title>\n<meta name=\"description\" content=\"Un racconto sulla moltiplicazione dell\u2019io, tra trauma, desiderio e fumetti come griglia che contiene il caos interiore.\" \/>\n<meta name=\"robots\" content=\"index, follow, max-snippet:-1, max-image-preview:large, max-video-preview:-1\" \/>\n<link rel=\"canonical\" href=\"https:\/\/www.obloaps.it\/quasi\/2025\/12\/08\/storie-dello-strazio-profondo\/\" \/>\n<meta property=\"og:locale\" content=\"it_IT\" \/>\n<meta property=\"og:type\" content=\"article\" \/>\n<meta property=\"og:title\" content=\"Storie dello strazio profondo - 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