{"id":31165,"date":"2026-09-17T08:00:00","date_gmt":"2026-09-17T06:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.obloaps.it\/quasi\/?p=31165"},"modified":"2026-09-17T08:27:45","modified_gmt":"2026-09-17T06:27:45","slug":"spettri-di-boris","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.obloaps.it\/quasi\/2026\/09\/17\/spettri-di-boris\/","title":{"rendered":"Spettri di Boris"},"content":{"rendered":"\n<blockquote class=\"wp-block-quote\">\n<p>&#8220;Vivere, per definizione, non lo si impara n\u00e8 lo si insegna. Non da s\u00e9, dalla vita e attraverso la vita. Solamente dall&#8217;altro e attraverso la morte.&#8221;<\/p>\n<cite>Jacques Derrida, <em>Spettri di Marx<\/em>, Raffaello Cortina Editore, 2025, trad. di Gaetano Chiaruzzi<\/cite><\/blockquote>\n\n\n\n<p>Hai presente Ernie Souchak? Il giornalista del \u201cSun Times\u201d di Chicago interpretato da <strong>John Belushi<\/strong> nel divertente film scritto da <strong>Lawrence Kasdan<\/strong> e diretto da <strong>Michel Apted<\/strong> intitolato <em>Continental Divide<\/em> (titolo stupidamente tradotto in italiano con <em>Chiamami Aquila<\/em>)? Ecco. Evidenziate tutte le ineludibili differenze, anche io come lui non sono in grado di vivere lontano dal casino e dall\u2019asfalto della citt\u00e0. Per\u00f2, sempre come lui, a intervalli irregolari e per questioni, diciamo, sentimentali, mi tocca immergermi nel silenzio e nella natura della montagna.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00c8 per questo che, nei primi giorni di agosto, mi trovavo da qualche parte sulle alpi svizzere, tra Pontresina e St. Moritz. Quando sei l\u00e0, tra laghetti, sentieri, sassi e ghiacciai (che si sciolgono per il surriscaldamento globale) la connessione del tuo smartphone \u00e8 molto ballerina. Assente per lunghi tratti. Sai, sono un flaneur allenato in citt\u00e0 di saliscendi come Genova, Marsiglia e Barcellona, se ho le scarpe buone e i dislivelli sono alla portata del mio fiato, tengo botta anche in montagna. Con lentezza ma senza esitazioni. Quindi, data l\u2019assenza di campo, il 6 agosto apprendo della morte di <strong>Francesco Guccini<\/strong> solo nel tardo pomeriggio quando, dopo un lungo giro attorno al Lago Bianco, mi fermo al bancone del rifugio per ristorarmi con un calice di pinot nero dei Grigioni e il mio cellulare si aggancia al wi-fi.<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image size-full\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"526\" height=\"701\" src=\"https:\/\/www.obloaps.it\/quasi\/wp-content\/uploads\/2026\/09\/764832980_10244727089137668_459505353739393747_n.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-31166\" srcset=\"https:\/\/www.obloaps.it\/quasi\/wp-content\/uploads\/2026\/09\/764832980_10244727089137668_459505353739393747_n.jpg 526w, https:\/\/www.obloaps.it\/quasi\/wp-content\/uploads\/2026\/09\/764832980_10244727089137668_459505353739393747_n-225x300.jpg 225w\" sizes=\"(max-width: 526px) 100vw, 526px\" \/><\/figure>\n\n\n\n<p>La prima cosa che vedo \u00e8 un disegno di <strong>Claudio Calia<\/strong> in cui c\u2019\u00e8 Guccini che suona la chitarra e poi la citazione di un verso di <em>L\u2019avvelenata<\/em> e l\u2019affermazione (di Claudio) che quello \u00e8 stato il primo \u201cvero\u201d concerto della sua vita. Sono sorpreso, nonostante tutto il tempo da cui lo conosco, mai avrei inserito Guccini tra i gusti musicali di Claudio. Ma perch\u00e9, mi chiedo, questo disegno? Sar\u00e0 mica morto? Istantaneamente, da altri canali, me ne arriva la conferma.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00c8 strano, sono trent\u2019anni esatti (da<em> D&#8217;amore di morte e di altre sciocchezze <\/em>\u2013 di cui salvo solo <em>Lettera<\/em> \u2013 per quanto riguarda la produzione discografica e da <em>La legge del bar e altre comiche<\/em> per quella editoriale \u2013 da cui escludo solo l\u2019aggiunta alla prefazione a <em>Incubi di provincia<\/em> di <strong>Bonvi<\/strong> per l\u2019edizione 2020 di Rizzoli Lizard) che di lui non me ne frega pi\u00f9 niente e che evito di incappare nelle sue interviste o nelle sue dichiarazioni per evitarmi l\u2019imbarazzo, eppure la notizia mi arriva addosso come la locomotiva dei fratelli <strong>Lumi\u00e8re<\/strong> al suo ingresso alla stazione di La Ciotat. \u00c8 solo un\u2019ombra, non mi fa male. Ma mi sconcerta. E mi attacca un\u2019inquietudine che fatico a gestire. Mi sento improvvisamente fuori luogo, l\u00ec tra le montagne, e non mi \u00e8 chiaro il perch\u00e9. So per\u00f2 che c\u2019entra il fatto che Guccini non c\u2019\u00e8 pi\u00f9. Devo andarmene da l\u00ec, mi serve vagare per le strade di una citt\u00e0, di quelle vere. Non dico una metropoli cosmopolita, non dico Bisanzio, ma qualcosa che almeno le si avvicini: un posto dove l\u2019unico odore non sia quello della B\u00fcndner Gerstensuppe e gli unici suoni quelli dei L\u00e4ndler<strong>.<\/strong> Il pi\u00f9 vicino \u00e8 Zurigo.<\/p>\n\n\n\n<p>Il 22 settembre dell\u2019anno scorso il Beaubourg \u00e8 stato chiuso per lavori di ristrutturazione (partiti nell\u2019aprile di quest\u2019anno \u2013 tanto ci \u00e8 voluto per mettere in sicurezza le opere) necessari soprattutto a bonificarlo di tutto l\u2019amianto utilizzato per la realizzazione delle facciate, e lo rester\u00e0 fino al 2030.<\/p>\n\n\n\n<p>La prestigiosa \u00c9ditions Stock&#8230; prestigio un po\u2019 millantato, perch\u00e9 per ricollegare questo sottomarchio del gruppo Hachette a quella casa editrice (Au Temple du go\u00fbt) diretta da <strong>Nicolas-Bonaventure Duchesne <\/strong>che nel 18\u00b0 Secolo pubblicava Voltaire e Rousseau ci vuole almeno un paio di salti mortali argomentativi e una sfacciataggine di cui non credevo capaci nemmeno i francesi&#8230; comunque, dicevo: quella casa editrice l\u00ec, pubblica una collana che personalmente trovo di una stucchevolezza mortale. Si intitola <em>Ma nuit au mus\u00e9e <\/em>e propone i testi di quel tipo di scrittrici e scrittori che noi che leggiamo romanzetti di fantascienza e fumetti, sentiamo nominare solo quando vincono il Nobel, ma che sicuramente piacciono alle lettrici e ai lettori di roba alla <strong>Emmanuel Carr\u00e8re<\/strong>. Gli viene chiesto di trascorrere una notte in un museo a loro scelta e poi di raccontarla, e queste scrittrici e scrittori di qualit\u00e0 mettono in culo una all\u2019altra, suggestioni, ricordi, aneddoti, riflessioni filosofiche (p\u00ec\u00f9 pseudo che altro, ma alle lettrici e ai lettori medi di buona letteratura piace proprio cos\u00ec&#8230; forse perch\u00e9 mica se ne accorgono) che il museo scelto per passarci la notte gli ha suscitato. Il tutto cucinato con grandi aromi di letterariet\u00e0.<\/p>\n\n\n\n<p>Fino a questo agosto di tutti i 28 titoli della collana me ne era interessato solo uno: <em>Nu avec Picasso<\/em>, quello in cui Bilal si mette a nudo, raccontando la sua notte trascorsa al Mus\u00e9e Picasso di Parigi. Da agosto se ne \u00e8 aggiunto un altro.<\/p>\n\n\n\n<p>Non ricordo esattamente che giorno fosse, ma non \u00e8 una cosa rilevante. Diciamo che era pi\u00f9 o meno met\u00e0 agosto. Sto bevendo la mia prima birra pomeridiana seduto al Caf\u00e9 Z\u00e4hringer nella omonima piazza zurighese e leggo distrattamente sul mio smartphone uno dei troppi articoli pieni di banalit\u00e0 e luoghi comuni di una qualche gazzettiera o gazzettiere su Guccini. Data la stolidit\u00e0 dello scritto, mi distraggo e la mia attenzione viene richiamata da un post del Cartoonmuseum di Basilea che sponsorizza la loro mostra su <strong>Emil Ferris<\/strong>. Basilea \u00e8 abbastanza vicina, non \u00e8 incasinata come Zurigo ma \u00e8 bella frizzante, sono tanti anni che non ci passo. Considerando che ho ancora due settimane di domeniche da trascorrere, decido che ci vado.<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image size-full\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"859\" height=\"879\" src=\"https:\/\/www.obloaps.it\/quasi\/wp-content\/uploads\/2026\/09\/20260812_113028.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-31170\" srcset=\"https:\/\/www.obloaps.it\/quasi\/wp-content\/uploads\/2026\/09\/20260812_113028.jpg 859w, https:\/\/www.obloaps.it\/quasi\/wp-content\/uploads\/2026\/09\/20260812_113028-293x300.jpg 293w, https:\/\/www.obloaps.it\/quasi\/wp-content\/uploads\/2026\/09\/20260812_113028-768x786.jpg 768w\" sizes=\"(max-width: 859px) 100vw, 859px\" \/><\/figure>\n\n\n\n<p>Della bellissima mostra di Ferris, ti dico un\u2019altra volta, forse. Quello che \u00e8 rilevante qui \u00e8 che a due passi dal museo dei fumetti c\u2019\u00e8 il Kunstmuseum Gegenwart dove vado a vedermi la mostra dedicata a <strong>Marc Bauer <\/strong>(magari poi ti dico anche di questa), ed \u00e8 nel suo bookstore (nelle librerie di Basilea non \u00e8 raro trovare anche libri in francese, la libreria di fumetti che trovi sotto alla fontana di Thinguely, per esempio, ha un vasto assortimento di BD) che incappo nell\u2019altro volume della collana <em>Ma nuit au mus\u00e9e <\/em>per il quale, secondo me, vale spendere del tempo in lettura: <em>Un diamant dans les gravats<\/em> di <strong>Luz<\/strong>. Appena vedo il nome di Luz in copertina, me lo prendo, mi siedo al bistrot nel bellissimo cortile del museo, mi ordino un ibiscus tea freddo e un gin doppio a parte e trascorro il pomeriggio a leggerlo.<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image size-large\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"675\" height=\"1024\" src=\"https:\/\/www.obloaps.it\/quasi\/wp-content\/uploads\/2026\/09\/9782234105546-001-X-675x1024.webp\" alt=\"\" class=\"wp-image-31173\" srcset=\"https:\/\/www.obloaps.it\/quasi\/wp-content\/uploads\/2026\/09\/9782234105546-001-X-675x1024.webp 675w, https:\/\/www.obloaps.it\/quasi\/wp-content\/uploads\/2026\/09\/9782234105546-001-X-198x300.webp 198w, https:\/\/www.obloaps.it\/quasi\/wp-content\/uploads\/2026\/09\/9782234105546-001-X-768x1165.webp 768w, https:\/\/www.obloaps.it\/quasi\/wp-content\/uploads\/2026\/09\/9782234105546-001-X.webp 780w\" sizes=\"(max-width: 675px) 100vw, 675px\" \/><\/figure>\n\n\n\n<p>Il museo in cui Luz ha scelto di passare la sua notte \u00e8 il Beaubourg chiuso per restauri. Il motivo \u00e8 evidente e lo dichiara subito: \u00abDopo il crollo del 7 gennaio, mi sono trovato a scavare nel cumulo delle mie macerie mentali. Per anni mi sono seduto di fianco a questo mio \u201cio\u201d polverizzato, esaminandone ogni pi\u00f9 piccolo frammento. Chiedendomi come ricostruire tutto. Non so come, alla fine, sia riuscito a rimettere insieme i miei pezzi, ma \u00e8 sicuramnete grazie alla meticolosa osservazione della mia personalit\u00e0 sbriciolata se ci sono riuscito. Ho cominciato a diventare il disegnatore che conosci adesso, quando ho compreso che non ero un mucchio di rovine, ma un cantiere in ricostruzione. Quindi, il Beaubourg in ristrutturazione&#8230; va da s\u00e8.\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>Accompagnato da Francine, responsabile per la sicurezza \u2013 i cantieri si sa, sono luoghi pericolosi \u2013 e messa a tacere la sindrome dell\u2019impostore (sa di essere un disegnatore e non uno scrittore) Luz varca l\u2019ingresso del quinto piano del pi\u00f9 famoso del Beaubourg, e subito, l\u2019aspetto dismesso delle sale \u2013 piene solo delle casse in cui sono state stoccate le opere &#8211; lo precipitano in un labirinto di nostalgia e malinconica provvisoriet\u00e0 abitato da fantasmi. Mica fantasmi dickensiani, per fortuna. Spettri derridiani semmai. Il primo \u00e8 G\u00e9b\u00e9, e non a caso. Perch\u00e9 G\u00e9b\u00e9 non \u00e8 stato solo il primo a diventargli amico al suo arrivo a Parigi nel 1992 (allora era il direttore di \u201cCharlie Hebdo\u201d), ma soprattutto perch\u00e9, morto di cancro nel 2004, G\u00e9b\u00e9 \u00e8 stato il primo amico di cui Luz ha dovuto elaborare il lutto.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00ab\u00c8 stato il primo. Il primo per cui ho pianto e al cui ricordo ho brindato\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>Da questo momento ogni oggetto del museo, dagli strumenti degli operai, ai sacchi di calce, agli ammassi di cavi elettrici, agli imballi delle opere, porta a un ricordo, a un amico, e a una domanda sul senso del proprio fare fumetti. Pagina dopo pagina, sala dopo sala, Luz incontra il proprio passato, i genitori, <strong>Cabu<\/strong>, <strong>Wolinski <\/strong>e soprattutto <strong>Charb<\/strong> e con loro discute del senso di continuare a vivere e a disegnare quando tutto intorno sembra essere caduto a pezzi. Mentre la notte trascorre con lentezza in Luz si fa strada una convinzione che dissolve l\u2019angoscia proprio nel momento in cui \u201cl\u2019ora del lupo guaisce\u201d. La sua vita non \u00e8 un cumulo di rovine: \u00e8 un lavoro in corso.<\/p>\n\n\n\n<p>La ricostruzione non significa che torner\u00e0 quello di prima, probabilmente non avr\u00e0 nemmeno fine. Dalla prima volta che subiamo un vero lutto la vita si trasforma in un cantiere, sempre pi\u00f9 abitato, man mano che gli anni passano, da fantasmi. Con questo libro Luz chiude la trilogia aperta da <em>Chatarsis<\/em> e proseguita con <em>Ind\u00e9l\u00e9biles<\/em>, rassegnandosi al fatto che i fantasmi sono, appunto, indelebili, non possiamo rimuoverli. La serenit\u00e0, l\u2019elaborazione del lutto, sta nel trovare il modo per continuare a vivere in loro compagnia.<\/p>\n\n\n\n<p>Quando chiudo il libro ho gli occhi lucidi e un groppo in gola e, cazzo!&#8230; i miei fantasmi sono tutti seduti al mio tavolo. Non so se, come Luz, sono pronto per conviverci. \u00c8 tardo pomeriggio, mi alzo e mi infilo, seguito dai miei fantasmi, nel vitale brulichio di Basilea e li semino nella serata rumorosa e alcolica che scorre lungo il Reno.<\/p>\n\n\n\n<p>Fine agosto. E fine del mio mese (circa) di domeniche. Svuoto il vecchio tascapane alla ricerca delle chiavi dell\u2019ufficio (gi\u00e0, tocca tornare al lavoro) e nel mucchio di cianfrusaglie (quaderni, le mie stilografiche, l\u2019agenda, libri letti a met\u00e0, noto con sorpresa uno spillato poco pi\u00f9 grande di un A5. Ricordo. Me lo ha dato <strong>Roberto La Forgia<\/strong> questa primavera, durante uno di quei mercatoni di libri che chiamano fiere e io, stronzo come sempre, l\u2019ho infilato nel tascapane e l\u00ec me lo sono dimenticato. Mi sento in colpa. Roberto \u00e8 un amico e poi saranno massimo una ventina di pagine. Perch\u00e9 non l&#8217;ho letto quando me lo ha dato? Allora stappo una Nastro Azzurro e me lo leggo. Mentre lo leggo mi convinco che \u00e8 giusto cos\u00ec, che io non lo abbia letto prima: perch\u00e9 era necessario che lo leggessi dopo quello di Luz.<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image size-full\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"659\" height=\"879\" src=\"https:\/\/www.obloaps.it\/quasi\/wp-content\/uploads\/2026\/09\/20260909_202245.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-31168\" srcset=\"https:\/\/www.obloaps.it\/quasi\/wp-content\/uploads\/2026\/09\/20260909_202245.jpg 659w, https:\/\/www.obloaps.it\/quasi\/wp-content\/uploads\/2026\/09\/20260909_202245-225x300.jpg 225w\" sizes=\"(max-width: 659px) 100vw, 659px\" \/><\/figure>\n\n\n\n<p><em>La prima volta<\/em>, cos\u00ec si intitola questo fumetto autoprodotto, racconta la personale elaborazione di Roberto del lutto per la perdita di un amico (<strong>Carlo Ambrosini<\/strong>). Dopo un tentativo di spavalda rimozione del dolore, scoppia la rabbia che trasforma Roberto, in seguito allo scontro con uno molto pi\u00f9 grosso di lui, in un cumulo di ossa rotte. Dalla contemplazione della propria \u201cricostruzione\u201d (il gesso per aggiustarti le ossa sono come le impalcature di un cantiere) Roberto matura l\u2019accettazione della convivenza con l\u2019ombra dell\u2019amico.<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image size-full\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"909\" height=\"879\" src=\"https:\/\/www.obloaps.it\/quasi\/wp-content\/uploads\/2026\/09\/20260909_210958.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-31169\" srcset=\"https:\/\/www.obloaps.it\/quasi\/wp-content\/uploads\/2026\/09\/20260909_210958.jpg 909w, https:\/\/www.obloaps.it\/quasi\/wp-content\/uploads\/2026\/09\/20260909_210958-300x290.jpg 300w, https:\/\/www.obloaps.it\/quasi\/wp-content\/uploads\/2026\/09\/20260909_210958-768x743.jpg 768w\" sizes=\"(max-width: 909px) 100vw, 909px\" \/><\/figure>\n\n\n\n<p>Il 17 ottobre del 2025 ho perso un grande amico. Grande in tutti i sensi: dimensionali e affettivi, sodale di venticinque anni di <a href=\"https:\/\/www.obloaps.it\/quasi\/2020\/09\/24\/come-un-mattino-svegliarsi-ed-essere-a-berlino\/\">scorribande<\/a> e baldorie. Eravamo come Sal Paradise e Dean Moriarty, come Tom Sawyer e Huckleberry Finn, come Asterix e Obelix, come Bonvi e il robot Guccini di <em>Storie dello spazio profondo<\/em>. Non ci vedevamo da qualche anno (nessuna rottura, ma un lento e inesorabile allontanamento: tutto si consuma, anche le amicizie) se non per gli auguri di Natale e qualche altra occasione. Si era ammalato (cirrosi epatica) e non me lo ha detto. L\u2019ho saputo solo dopo la sua morte. Non era la prima volta che perdevo un amico, ma quando \u00e8 capitato prima \u00e8 sempre stato per un incidente ineluttabile e soprattutto, improvviso. E la cosa mi ha fatto male, mi ha fatto incazzare. Sia il fatto che era stato ucciso da una fottuta malattia, sia il fatto che aveva voluto succedesse lontano dalla compassione di tutti, anche degli amici che pi\u00f9 avrebbero potuto capire. Ero arrabbiato al punto che, come nel fumetto di Roberto, ho dovuto cercare sfogo nell\u2019autodistruzione. Quando ci sono stato vicino, mi sono fermato \u2013 come Luz \u2013 a contemplare le rovine.<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image size-large\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"1024\" height=\"769\" src=\"https:\/\/www.obloaps.it\/quasi\/wp-content\/uploads\/2026\/09\/20260811_190211-1024x769.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-31172\" srcset=\"https:\/\/www.obloaps.it\/quasi\/wp-content\/uploads\/2026\/09\/20260811_190211-1024x769.jpg 1024w, https:\/\/www.obloaps.it\/quasi\/wp-content\/uploads\/2026\/09\/20260811_190211-300x225.jpg 300w, https:\/\/www.obloaps.it\/quasi\/wp-content\/uploads\/2026\/09\/20260811_190211-768x576.jpg 768w, https:\/\/www.obloaps.it\/quasi\/wp-content\/uploads\/2026\/09\/20260811_190211.jpg 1171w\" sizes=\"(max-width: 1024px) 100vw, 1024px\" \/><\/figure>\n\n\n\n<p>All\u2019inizio degli anni Novanta (<em>Spectres de Marx<\/em> \u00e8 del 1993) osservando le rovine del Socialismo Reale, <strong>Jacques Derrida <\/strong>formulava un concetto fondamentale che, buttando a cesso (decostruendo!) il concetto classico di ontologia, rivitalizzava la riflessione ideologica anticapitalista. Il pensiero di Marx \u00e8 morto, il marxismo ha fallito, ci troviamo davanti alla necessit\u00e0 di elaborarne il lutto e possiamo farlo rinunciando all\u2019idea che il pensiero di Marx sia realizzabile in un determinato luogo e in un determinato tempo. La sua forza \u00e8 nella latenza, nell\u2019essere, fin dalla sua prima enunciazione, uno spettro. Una eterna possibilit\u00e0 (come l\u2019ombra di Ambrosini per La Forgia). Il presente \u00e8 abitato da questo spettro che non si pu\u00f2 esorcizzare (\u00e8 indelebile, come i fantasmi di Luz) e che apre crepe (possibilit\u00e0) continue tra il presente, il passato e il futuro. A questa situazione esistenziale Derrida d\u00e0 il nome di <em>hantologie<\/em>, termine che fonde il concetto di <em>hantise<\/em> (un\u2019ossessione che i francesi usano anche per significare un&#8217;infestazione spettrale) e <em>ontologie<\/em> (lo studio dell\u2019essere). La cosa divertente che da un senso indistricabile dalla vita all\u2019idea derridiana \u00e8 che in francese <em>ontologie<\/em> e <em>hantologie<\/em> si pronunciano nella stessa maniera. La loro differenza di significato \u00e8 evidente solo attraverso la scrittura (non \u00e8 un caso che uno dei libri pi\u00f9 belli e fecondi di Derrida \u00e8 <em>La scrittura e la differenza<\/em> del 1967).<\/p>\n\n\n\n<p>Dieci anni dopo, quel mezzo cialtrone di <strong>Mark Fisher<\/strong> (e soprattutto il suo banalizzatore \u2013 a banalizzare la banalit\u00e0 ci vuole talento- quel cialtrone intero di <strong>Simon Reynolds, <\/strong>non a caso entrambi pubblicati in Italia da Minimum Fax) traduce <em>hantologie<\/em> in inglese: <em>hauntology<\/em>. Ma non si limita a tradurre il termine, da al suo significato una nuova accezione (e questa per me \u00e8 l\u2019idea pi\u00f9 originale e meritevole di Fisher): non sono solo le idee ad abitare come spettri (cio\u00e8 realt\u00e0 che non sono n\u00e9 presenti, n\u00e9 assenti ma che concorrono a formare il tempo attuale) il nostro tempo, lo sono anche gli oggetti culturali. Da questa spettralit\u00e0 della cultura nasce il nostro sentimento di nostalgia (che Reynolds ribattezza retromania e ci fa su la propria fortuna critica).<\/p>\n\n\n\n<p>Mentre finisco di leggere lo spillatino di Roberto, mi coglie l\u2019illuminazione. Ecco cos\u2019era quell\u2019inquietudine che mi ha assalito alla notizia della morte di Guccini: nostalgia per una parte di me che con la sua morte \u00e8 diventata spettrale.<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image size-full\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"492\" height=\"486\" src=\"https:\/\/www.obloaps.it\/quasi\/wp-content\/uploads\/2026\/09\/via-paolo-fabbri-43-1.webp\" alt=\"\" class=\"wp-image-31175\" srcset=\"https:\/\/www.obloaps.it\/quasi\/wp-content\/uploads\/2026\/09\/via-paolo-fabbri-43-1.webp 492w, https:\/\/www.obloaps.it\/quasi\/wp-content\/uploads\/2026\/09\/via-paolo-fabbri-43-1-300x296.webp 300w\" sizes=\"(max-width: 492px) 100vw, 492px\" \/><\/figure>\n\n\n\n<p>Non ho mai conosciuto l\u2019uomo (e mai mi \u00e8 importato di conoscerlo), ma per quindici anni esatti \u2013 dal 1981 quando mio zio mi fece ascoltare <em>Album Concerto<\/em> e soprattutto <em>Via Paolo Fabbri 43<\/em> fino al 1996 \u2013 la sua opera \u00e8 stata parte essenziale (direi ontologica, il modo in cui ho imparato a sapere le cose me lo hanno insegnato quei sette dischi) del mio essere e del mio divenire. Opera che, specularmente, \u00e8 racchiusa in quindici anni esatti (appunto: quei 7 dischi capolavoro che vanno dal 1972 di <em>Radici<\/em> al 1987 di <em>Signora Bovary<\/em>). Io ero\/sono\/sar\u00f2 tutte quelle canzoni come sono stato\/sono e sar\u00f2 pochissime altre cose. La morte di Guccini ha fatto franare un muro maestro del mio essere. Per questo ero dovuto scappare in citt\u00e0, perch\u00e9 in montagna il tempo \u00e8 solo un eterno noioso presente in cui la grandezza della natura sopraff\u00e0 le sovrastrutture culturali della nostra individualit\u00e0. La citt\u00e0 invece, anche se qualche stolto la reputa massificante, le esalta. Adesso che la rabbia per la perdita di un amico e la malinconia per la perdita di una parte di me, si sono affievolite, torno \u2013 seduto al tavolino di un bar milanese &#8211; a contemplare le mie rovine e i fantasmi che le abitano. Non sento pi\u00f9 il bisogno di fuggirle, ma non sento nemmeno il bisogno di ricostruirle. Voglio abitare quelle rovine come abito la mia citt\u00e0, voglio dividere il mio affetto tra i miei fantasmi e tutti quelli che ancora mi sono presenti e a cui sono presente. La mia vita \u00e8 questo cumulo di detriti che ci ha messo sessant&#8217;anni a formarsi. La mia vita \u00e8 questo simposio con i miei fantasmi. Loro sono morti, forse. E io, forse, sono vivo. Almeno, fino alla prossima volta.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>&#8220;Vivere, per definizione, non lo si impara n\u00e8 lo si insegna. 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