{"id":4624,"date":"2020-12-02T16:00:00","date_gmt":"2020-12-02T15:00:00","guid":{"rendered":"http:\/\/www.obloaps.it\/quasi\/?p=4624"},"modified":"2021-01-24T16:37:55","modified_gmt":"2021-01-24T15:37:55","slug":"elogio-del-pallone","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.obloaps.it\/quasi\/2020\/12\/02\/elogio-del-pallone\/","title":{"rendered":"Elogio del pallone"},"content":{"rendered":"\n<div class=\"wp-block-image\"><figure class=\"aligncenter size-large\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"1024\" height=\"680\" src=\"https:\/\/www.obloaps.it\/quasi\/wp-content\/uploads\/2020\/11\/Palloni-1-1024x680.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-4626\" srcset=\"https:\/\/www.obloaps.it\/quasi\/wp-content\/uploads\/2020\/11\/Palloni-1-1024x680.jpg 1024w, https:\/\/www.obloaps.it\/quasi\/wp-content\/uploads\/2020\/11\/Palloni-1-300x199.jpg 300w, https:\/\/www.obloaps.it\/quasi\/wp-content\/uploads\/2020\/11\/Palloni-1-768x510.jpg 768w, https:\/\/www.obloaps.it\/quasi\/wp-content\/uploads\/2020\/11\/Palloni-1.jpg 1280w\" sizes=\"(max-width: 1024px) 100vw, 1024px\" \/><\/figure><\/div>\n\n\n\n<p>Mio zio \u00e8 un ex giocatore di baseball.<br>Vive negli Stati Uniti e, un giorno, quando ero adolescente e parte della mia vita ruotava intorno al calcio e ai fumetti, avemmo una delle nostre acute conversazioni che durano ancora oggi. Nello specifico, allora, mi disse che gli americani non concepivano per nessuna ragione al mondo lo sport usando i piedi. Per loro era naturale lanciare la palla di qualunque dimensione \u2013 oblunga da rugby, piccola da baseball \u2013 con le mani mentre io sostenevo che un bambino italiano la stessa naturalezza la trovava nei piedi, che fosse una pallina di carta, una pigna, un pallone di spugna, il gesto di caricare il destro o il sinistro era genetica. Siccome \u00e8 un uomo molto simpatico e comunque americano, con tutte le accezioni che preferite nell\u2019aggettivo, quando gli chiesi \u00abE allora il tennis, scusa?\u00bb che di fatto usa la racchetta e non \u00e8 come il baseball, mi rispose che la generazione dei vari <strong>Agassi<\/strong> e <strong>Chang<\/strong> (cos\u00ec come nel femminile delle sorelle <strong>Williams<\/strong> in epoca moderna, perch\u00e9 il discorso tra noi non \u00e8 mai decaduto e si rinnova capello bianco su capello bianco) \u00e8 stata solo una questione di investimenti. Se si investe in uno sport con i giusti allenatori e la giusta prospettiva, alla lunga il Campione che fa parte della storia scappa fuori. Nelle ultime videochiamate mi sono trattenuta dal ricordargli che anche la Cina ha un progetto sul calcio iniziato un decennio fa, la stessa Cina che oggi nominare \u00e8 un casino, soprattutto in un certo tipo di America, non necessariamente la loro, ma che nel suo progetto ha: almeno un Mondiale organizzato in casa e uno vinto. Quando, su quello vinto, non \u00e8 dato sapere.<br>Nessuno comunque che parli mai di quello, cio\u00e8 dello strumento che permette il gioco: la palla.<\/p>\n\n\n\n<p>Al mare, nella Rimini di fine anni Ottanta, i ragazzini benestanti, dettaglio che chiaramente non ci riguardava a quell\u2019et\u00e0, erano anche quelli che portavano il pallone bello. Il pallone bello era il Tango della Mondo che riproduceva fedelmente il modello Tango dell\u2019Adidas, pallone che ha accompagnato due o tre generazioni. Sono legatissima al Tango. \u00c8 il pallone col quale ho imparato a giocare, specchio e testimone di anni sociali, culturali e politici durante i quali ero piccola ma nei quali, al tempo stesso, ci sono le risposte di ci\u00f2 che viviamo oggi.<br>Chi portava il Tango in spiaggia era gi\u00e0 acclamato come bambino pi\u00f9 rispettato e del quale diventare subito amico. Il pi\u00f9 delle volte per\u00f2, questi amichetti che venivano in vacanza con i genitori ce li avevi per tre settimane al massimo (quando le vacanze erano lunghe). E allora si davano il cambio e, a fine agosto, quando rimanevamo solo noi, noi autoctoni, era pi\u00f9 facile rimediare un Super Santos o un Super Tele che non il Tango della Mondo. Insomma, giocare col Tango capitava, ma non sempre.<br>Io ne avevo uno ovviamente a casa, ma in spiaggia usavamo quello del bagnino. Il bagnino aveva all\u2019epoca la cabina dei giochi: non \u00e8 come oggi che ha s\u00ec la cabina dei giochi, ma di fatto \u00e8 un magazzino, in quegli anni entrare l\u00ec dentro era scegliere il pallone che si preferiva, e il bagnino sapeva perfettamente, nello stesso istante nel quale col pennarello ci scriveva sopra \u201cBagno 16\u201d, che quel pallone ritornasse in cabina aveva la stessa probabilit\u00e0 che venisse bucato. Ecco perch\u00e9 eravamo noi autoctoni i cui genitori avevano gli ombrelloni da generazioni quelli scelti per metterci la faccia chiedendo il desiderato pallone. Perch\u00e9 tanto anche da adulti ci saremmo ritrovati a fare la stessa cosa: mettere la faccia per i figli o i nipoti. E anche perch\u00e9 un riminese normalmente, tra le altre, ha due cose di propriet\u00e0 insindacabile, oltre la morte: la tomba di famiglia e l\u2019ombrellone.<br>Ho conosciuto cos\u00ec tanti bambini nella mia infanzia per via della spiaggia e del pallone che per ognuno di loro potrebbe essere raccontata una storia. Essendo l\u2019unica ragazzina venivo spesso messa da parte. Il problema, per loro, era che quando prendevo palla non la vedevano pi\u00f9. Ma a me piaceva stare dietro, fare l\u2019ultimo passaggio per chi andava a segnare, particolare che faceva innervosire molto pi\u00f9 che farsi segnare da una bambina.<\/p>\n\n\n\n<p>Giocavamo in uno spazio che, oggi, adulta, guardo ogni volta che porto i giochi di mio nipote in cabina e penso che in quei tre metri di sabbia che divide le due ali di cabine le nostre partite erano la finale mondiale, quella che ci consegnava i due punti che ci avrebbero permesso di superare la squadra avversaria in classifica, quella che ci faceva vincere la Coppa dei Campioni, come si chiamava una volta, quella che ci regalava l\u2019immortalit\u00e0. Da qualche parte, nella vernice seccata dalla salsedine, nelle rughe della scartavetratura delle porte in legno ridipinte nei decenni, nei corridoi dietro le cabine ormai chiusi e nei quali ci infilavamo per giocare a nascondino, le urla dei nostri gol echeggiano ancora.<br>Le porte erano ovviamente due cumuli di sabbia tirati su alla bell\u2019e meglio che si rovinavano subito appena sfiorati.<br>Oltre, in una prospettiva angolare che vede il cumulo che guarda verso l\u2019osservatore, obliquo da quello che va verso il punto di fuga, rotolano, rimbalzano, si stoppano palloni verdi, gialli, arancioni, bianchi da volley, azzurri, in un continuo loop e un ragazzino che corre oltre quella stessa linea immaginaria di porta.<br>Traiettorie improbabili e aliti di vento che bastavano a deviare tiri che sembravano autentici capolavori, il Super Santos e il Super Tele avevano la consistenza di un gavettone scoppiato. Le immancabili lamentele di quello pi\u00f9 prepotente che pensa di essere il pi\u00f9 forte e poi perde sempre continuano nel vento a dire che lui non ci va a riprendere il pallone, mentre il bambino biondo che ha sub\u00ecto il gol supera quell\u2019immaginario stargate e, di anno in anno, ha dieci anni, poi dodici, poi quindici, fino a che quella lingua di sabbia non la oltrepassa pi\u00f9, per un bel pezzo, per molti anni, e quando ritorna a farlo c\u2019\u00e8 un altro bambino biondo vicino a lui, simile, una fotocopia in miniatura praticamente, che sorride come sorrideva lui decenni prima.<\/p>\n\n\n\n<p>Quando usc\u00ec l\u2019Etrusco dell\u2019Adidas fu come se una parte dell\u2019infanzia fosse stata spazzata via per fare posto a quell\u2019adolescenza che era gi\u00e0 arrivata ma alla quale non si imputavano i turbamenti e i cambiamenti fisici ma solo l\u2019insofferenza, il malumore e la felicit\u00e0 assoluta e inspiegabile. Bellissimo pallone, l\u2019Etrusco, a differenza del Tango, nei triangoli che componevano la grafica del pallone, accenni a disegni appunto etruschi. Il cuoio duro era uno spettacolo da calciare. Lo ricordo ancora nella sua versione mini: un pallone piccolo piccolo, ma erano gli anni di <strong>Maradona<\/strong> e <strong>van Basten<\/strong>, dovevi saper dimostrare di palleggiare anche un\u2019arancia.<br>Quel pomeriggio eravamo pochi in spiaggia.<\/p>\n\n\n\n<p>Chiudo gli occhi.<\/p>\n\n\n\n<p>Potrei indicarla a occhi chiusi la zona di spiaggia, un quadrato racchiuso da passerelle che come uniche vie portavano al Bar del 18. Il juke-box suonava nella sua moneta da 500 lire, canzoni dell\u2019estate e vecchi eterni successi, <em>Bella d\u2019estate<\/em> di <strong>Mango<\/strong> o <em>Domino Dancing<\/em>. Sembrava una bolla, ogni estate sembra una bolla la vita serafica e pacifica dei riminesi che alla spiaggia non rinunciano mai, nemmeno nelle pausa pranzo. In quel quadrato ci ritroviamo in tre: io, il figlio dell\u2019architetto e il figlio del farmacista. Ho con me l\u2019Etrusco mini. Il figlio dell\u2019architetto dice: \u00abuno contro uno e io sto in porta\u00bb.<br>Faceva un gran caldo.<br>Ricordo ancora il fiatone, alla fine.<br>Un gran concentrazione e nemmeno una palla persa.<br>Diagonale di sinistro, piattone a spiazzare il figlio dell\u2019architetto, segno persino di esterno destro, lato opposto: 3 &#8211; 0 e a casa.<br>Me la ricordo ancora, quella giornata.<br>Anche oggi che non esiste pi\u00f9 niente di quella spiaggia, nemmeno le cabine hanno lo stesso colore, nemmeno l\u2019ingresso \u00e8 lo stesso modificato dalla ristrutturazione di questo 2020 nel Parco del Mare, fiore all\u2019occhiello dell\u2019amministrazione Gnassi insieme al Teatro Galli.<\/p>\n\n\n\n<p>Nel quartiere di Riquier a Nizza, all\u2019angolo tra Boulevard de Riquier e Boulevard du Mont-Boron, proprio l\u00ec, dove c\u2019era la macelleria di Marcel che dopo l\u2019incidente ha dovuto chiudere, bisogna percorrere tutto Boulevard du Mont-Boron incrociando la Corniche Andr\u00e8 de Joly per arrivare al Parc Castel des Deux Rois. L\u00ec, appena fuori dal cancello, dal portabagagli della familiare di una marca d\u2019auto francese, il pallone che prendo per giocare coi nipoti nizzardi \u00e8 un finto Brazuca da supermercato.<br>Il Brazuca \u00e8 il pallone ufficiale del Mondiale di Brasile 2014, primo pallone nella storia ad avere un account Twitter. Decenni dopo il Tango e, nelle sue declinazioni Atzeca Mexico (Messico 1986), Etrusco Unico (Italia \u201890) e Tricolore (Francia 1998), dal 2002 Adidas decide di mandare in pensione il buon vecchio Tango e inizia a sperimentare altri modelli. Il calcio cambia, le maglie e i suoi tessuti cambiano e anche il pallone non \u00e8 esente dal cambiamento. Via il cuoio e le cuciture, il design e la tecnologia prendono il posto dei punti a macchina, il pallone si trasforma e diventa pi\u00f9 piccolo, pi\u00f9 leggero, pi\u00f9 dinamico anche nella grafica. Lo Jabulani, il pallone di Sud Africa 2010 \u00e8 forse l\u2019esempio perfetto che racchiude nel comunque gran tiro dell\u2019uruguaiano <strong>Diego Forlan<\/strong> nella semifinale contro l\u2019Olandam che permette il momentaneo pareggio dei sudamericani, l\u2019imperfezione e l\u2019esagerazione degli esperimenti sul pallone. Non a caso, col Brazuca e col successivo Telstar 18 si torna alle cuciture di un tempo.<br>Nella distesa verde dell\u2019erba sopra le due piste mi diletto in palleggi, biciclette, rabone e tiri. Sono comunque una zia, per cui, col nipote in porta, gli tiro robe goffe e parabili. Giochiamo con Anton\u00ec, con la cui madre mi fermo spesso a parlare, soprattutto col padre di lei, ex ciclista della BIC e gregario di <strong>Luis Oca\u00f1a<\/strong> ai tempi di <strong>Eddy Merkcx<\/strong> e <strong>Raymond Poulidor<\/strong>.<br>Anton\u00ec mi guarda e dice a mio cognato che, \u00abper\u00f2 non vale\u00bb, si vede che giocavo.<br>\u00c8 una bellissima giornata di luglio, gruppi di anziani con tavolette e tele si disperdono sotto gli alberi e li dipingono, il finto Brazuca rimbalza dietro il muro della casetta magazzino degli operatori del parco e usata come nostra porta, in un ultimo tiro, un po\u2019 troppo potente e imparabile per il nipote, calciato insaziabilmente da me.<\/p>\n\n\n\n<p>Da adulta gli ultimi palloni avuti sono stati un Super Tele rosso e nero che ha avuto vita brevissima essendo finito tra le fauci del cane di un\u2019amica e un Super Santos, bellissimo nel suo arancione brillante, che si sta lentamente sgonfiando in un\u2019agonia che non merita appoggiato nella libreria del mio studio, abbracciato da <strong>Ghinelli<\/strong>, <strong>Shakesperare<\/strong>, <strong>Fior<\/strong> e <strong>Biondi<\/strong>.<br>Ha visto la spiaggia un sabato di luglio di qualche anno fa, all\u2019ombra del lettino coperto dal telo del Milan &#8211; un\u2019amica bolognese con cui praticamente sono cresciuta, tra figli e nipoti che giocavano con la sabbia sotto l\u2019ombrellone, lo ha intercettato nell\u2019estate dei miei 45 anni, si \u00e8 girata dubbiosa e ha accennato un\u2019espressione eloquente, incredula che fosse lo stesso telo dal 1990 &#8211; , mentre riprendevo le infradito e mi avviavo in edicola a comprare il \u201cGuerin Sportivo\u201d.<br>Ci torner\u00e0, gonfio, in quel cerchio della vita che, nella stessa spiaggia nella quale giocavo io, altri bambini e uno, col mio stesso sangue, ci giocher\u00e0 con quella spensieratezza e felicit\u00e0 che ricordo di quelle estati.<br>A casa, mi arrampico a prendere una scatola di quelle morbide dell\u2019Ikea.<br>Dentro, sgonfio e graffiato, l\u2019Etrusco mini che oggi riesco a tenere nel palmo di una mano mi vede sorridere per quella ragazzina che non c\u2019\u00e8 pi\u00f9.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Mio zio \u00e8 un ex giocatore di baseball.Vive negli Stati Uniti e, un giorno, quando ero adolescente e parte della&#8230;<\/p>\n","protected":false},"author":17,"featured_media":2482,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[703],"tags":[1443,1363,1448,1450,1452,1453,1449,1447,328,603,1444,1451,1445,1446,576],"coauthors":[],"yoast_head":"<!-- This site is optimized with the Yoast SEO plugin v23.2 - 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