{"id":7120,"date":"2021-03-09T08:00:00","date_gmt":"2021-03-09T07:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.obloaps.it\/quasi\/?p=7120"},"modified":"2021-03-08T22:13:09","modified_gmt":"2021-03-08T21:13:09","slug":"il-sanremo-che-non-ha-visto-nessuno","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.obloaps.it\/quasi\/2021\/03\/09\/il-sanremo-che-non-ha-visto-nessuno\/","title":{"rendered":"Il Sanremo che non ha visto nessuno"},"content":{"rendered":"\n<h4 class=\"wp-block-heading\">Da Orietta Berti a &#8220;Charlie Hebdo&#8221;,&nbsp; considerazioni sulla fine della realt\u00e0<\/h4>\n\n\n\n<div class=\"wp-block-image\"><figure class=\"aligncenter size-large\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"1024\" height=\"576\" src=\"https:\/\/www.obloaps.it\/quasi\/wp-content\/uploads\/2021\/03\/Teatro-Ariston-Vuoto-1-1024x576.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-7122\" srcset=\"https:\/\/www.obloaps.it\/quasi\/wp-content\/uploads\/2021\/03\/Teatro-Ariston-Vuoto-1-1024x576.jpg 1024w, https:\/\/www.obloaps.it\/quasi\/wp-content\/uploads\/2021\/03\/Teatro-Ariston-Vuoto-1-300x169.jpg 300w, https:\/\/www.obloaps.it\/quasi\/wp-content\/uploads\/2021\/03\/Teatro-Ariston-Vuoto-1-768x432.jpg 768w, https:\/\/www.obloaps.it\/quasi\/wp-content\/uploads\/2021\/03\/Teatro-Ariston-Vuoto-1.jpg 1200w\" sizes=\"(max-width: 1024px) 100vw, 1024px\" \/><\/figure><\/div>\n\n\n\n<p>Dice <strong>Boris<\/strong>: \u00abi miei figli, quello grande e quello piccolo, vivono nella contemporaneit\u00e0. Per loro la Tv generalista non esiste e non sanno nulla di Sanremo. Per me, che vivo per met\u00e0 nel secolo scorso, Sanremo \u00e8 una indispensabile chiave di lettura delle contraddizioni della contemporaneit\u00e0\u00bb.<br>Ora, a me pare invece che Sanremo (da intendersi: il Festival della Canzone italiana) sia oggi un testo pi\u00f9 contemporaneo dei suoi novecenteschi spettatori. Proprio per la sua contraddittoriet\u00e0.<br>Provo a spiegarmi.<br>Non ho visto questa edizione di Sanremo. Non lo dico per fare lo snob. In realt\u00e0, quando dico che non ho visto Sanremo intendo che non l&#8217;ho visto in televisione, in diretta, su Raiuno, dalle 21 di sera circa all&#8217;una di notte circa. Non ero tra i suoi spettatori assidui e fedeli, ecco: perch\u00e9 avevo altro da fare, tipo dormire. Il che non significa che non lo abbia seguito, che non sappia chi lo ha presentato e quali erano gli ospiti di ogni serata, che non abbia ascoltato mio malgrado almeno qualche brano, che non abbia di conseguenza constatato la loro generale insignificanza, che non conosca le polemiche annesse e connesse, destinate a morire \u2013 come natura vuole \u2013 dalla settimana successiva. Il fatto \u00e8 che il Festival non \u00e8 semplicemente uno show televisivo, un prodotto della TV generalista che un normale utente pagatore del canone possa decidere di vedere oppure no. Il Festival te lo sorbisci comunque, se leggi un giornale, se parli con un collega: \u00e8 l\u2019argomento neutro perfetto per riempire un silenzio tra sconosciuti, un formidabile attivatore di conversazioni. Anche solo dire \u00abnon ho visto questa edizione di Sanremo\u00bb ti rende parte del discorso Sanremo. Anche ammettere di non saperne nulla, ti getta a capofitto nell\u2019argomento. Con il web, poi, la sua presenza si \u00e8 fatta ancora pi\u00f9 pervasiva. Chiunque abbia una connessione internet o un profilo social non pu\u00f2 negarsi al flusso di informazioni che viene prodotto intorno al Festival nella settimana (corta: dal marted\u00ec al sabato, con coda domenicale) della sua messa in onda. Ho visto profili social morti da mesi, depressi dallo smart working o dalla pandemia, risorgere miracolosamente grazie ai commenti sui cantanti in gara, sulle canzoni, sui vestiti, sulle battute orride di <strong>Fiorello<\/strong>. Ogni bolla ha tirato fuori un tema di discussione: l&#8217;uso del termine direttore\/direttrice d&#8217;orchestra, i fiori offerti alle femminucce e non ai maschietti, il tono reazionario di certi monologhi. Ogni bolla ha trovato anche il proprio spazio di rappresentanza: nella testimonianza di un ospite, nel testo di una canzone o nella biografia di un cantante in gara.&nbsp; La struttura stessa dello spettacolo sanremese garantisce una ampia notiziabilit\u00e0 e ricorda per certi versi pi\u00f9 il feed di un social network che un testo unitario, chiuso, dotato di coerenza interna: una struttura modulare, divisa in microtesti di tre-quattro minuti al massimo. Le canzoni, gli sketch, persino gli stacchi pubblicitari sono testi interconnessi ma dotati di una propria autonomia, estetica, visiva, di contenuto, persino ideologica: nello stesso flusso possiamo assistere a una canzone vintage di <strong>Orietta Betti<\/strong> poi a un \u201cquadro\u201d finto-trasgressivo di <strong>Achille Lauro<\/strong> poi a una predica motivazionale del dio <strong>Zlatan<\/strong> poi una tirata sulla guerra al Covid (migliaia di morti!); e, in questo accumularsi di contenuti (ciascuno dei quali viene costantemente commentato sui canali social degli spettatori, crea dibattiti e sviluppa ulteriori testi, durante la diretta e nei giorni successivi), non c&#8217;\u00e8 affatto distonia, non ci sono stecche da segnalare. Tutto \u00e8 meravigliosamente intonato per le micro-nicchie del pubblico ascoltante, ognuna delle quali trover\u00e0 il proprio spazio in cui identificarsi, il gattino su cui imbambolarsi, la parola su cui indignarsi, la battuta su cui sbadigliare, la canzone di cui lagnarsi.<\/p>\n\n\n\n<p>Come si pu\u00f2 ignorare Sanremo? Come si pu\u00f2 prescindere dalla sua esistenza? Sanremo, pur in una edizione evidentemente triste, \u00e8 stata la rara parentesi di un Annus Horribilis. Entrare nel suo discorso ci ha permesso finalmente di non parlare di morti e positivi, di vaccini e di varianti, ma solo di battute sessiste e canzoni banali. Con i limiti dettati dall\u2019emergenza sanitaria, Sanremo ha sancito poi la definitiva irrilevanza del pubblico. Con i teatri chiusi e i lavoratori dello spettacolo fermi da quasi un anno, il Festival ha saputo comunque tenere botta, in barba alla pandemia e agli assembramenti, in un Teatro Ariston deserto, davanti a poltrone vuote, con una macchina di applausi finti a sottolinearne i momenti straordinari. Chi se ne frega del pubblico, in fondo. Sanremo non ha bisogno di un pubblico, ha bisogno semmai di una comunit\u00e0 di parlanti che ne diffondano l\u2019esistenza. Prendo in prestito una frase di <strong>Debord<\/strong> (il testo \u00e8 ovviamente <em>La societ\u00e0 dello spettacolo<\/em>): \u00abLo spettacolo non \u00e8 un insieme di immagini ma un rapporto sociale fra individui mediato dalle immagini\u00bb. In quest\u2019anno di pandemia, di fronte al quelle tristissime poltrone vuote, Sanremo ha dichiarato ufficialmente il proprio status di virus linguistico: ha superato il proprio essere show televisivo, \u00e8 diventato ufficialmente discorso.<\/p>\n\n\n\n<p>Sono nato alla fine dei Settanta, ho passato esattamente met\u00e0 della mia vita nel Novecento e l\u2019altra met\u00e0 in questo Secolo, in un altro Millennio. Altro che vorace lettore di fumetti, io sono figlio del Berlusconismo e della televisione. Ho passato tutta la vita davanti a uno schermo, ho imparato a riconoscere i meccanismi della comunicazione e a rispettare le regole del palinsesto. Ho maturato un sacro rispetto per la Pubblicit\u00e0 che, nell\u2019era della comunicazione, ha assegnato un valore economico al mio tempo libero. Nell\u2019era dello spettacolo diffuso, ho accettato di essere a mia volta produttore di contenuti, di entrare a far parte del flusso. Con la pandemia, e la negazione della interazione fisica che ha segnato davvero uno stacco nei confronti del Novecento, ho accettato l\u2019apparire come unica forma di interazione possibile. Quando l\u2019aria ha smesso di essere il principale canale di diffusione dei messaggi (anzi \u00e8 diventato il principale trasmettitore di tossine tossiche) la nostra voce, il nostro corpo, la nostra faccia hanno dovuto tradursi in pixel per poter comunicare. Il lavoro si \u00e8 fatto smart, e anche il contenuto televisivo si \u00e8 adeguato a questa nuova forma. Il pubblico ha smesso di esistere come interlocutore fisico, \u00e8 diventato elemento linguistico di un unico macro-discorso chiamato Sanremo. Ma questo macro-discorso \u00e8, a sua volta, parte di un flusso pi\u00f9 ampio: tutta la realt\u00e0 \u00e8 diventata un problema linguistico.<\/p>\n\n\n\n<div class=\"wp-block-image\"><figure class=\"aligncenter size-large is-resized\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"https:\/\/www.obloaps.it\/quasi\/wp-content\/uploads\/2021\/03\/Catharsis.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-7124\" width=\"389\" height=\"528\" srcset=\"https:\/\/www.obloaps.it\/quasi\/wp-content\/uploads\/2021\/03\/Catharsis.jpg 400w, https:\/\/www.obloaps.it\/quasi\/wp-content\/uploads\/2021\/03\/Catharsis-221x300.jpg 221w\" sizes=\"(max-width: 389px) 100vw, 389px\" \/><\/figure><\/div>\n\n\n\n<p>Fino al Novecento (lo so, ci ho vissuto met\u00e0 della mia vita) lo spettacolo era funzionale a un\u2019analisi del mondo, era un discorso sul mondo, non era il mondo. Fin dai tempi della commedia politica di <strong>Aristofane<\/strong>, la riflessione sul mondo non ambiva a modificarlo; anzi, la sua forza era proprio nel fatto che poteva permettersi di dire qualsiasi cosa, letteralmente, proprio perch\u00e9 la parola non avrebbe avuto conseguenze sulla realt\u00e0. Una bestemmia, per quanto violenta, funziona proprio perch\u00e9 non ha, non vuole avere effetti su Dio. \u00c8 una battuta, uno scherzo: in tempi recenti si direbbe \u201cuna provocazione\u201d. Quando Aristofane se la prendeva con <strong>Creonte<\/strong> il pubblico lo applaudiva caldamente ma, alla fine della rappresentazione, la realt\u00e0 riprendeva il sopravvento. Il pubblico appassionato era cosciente del fatto che i suoi applausi non avrebbero avuto conseguenze. Creonte avrebbe continuato a governare e a far danni senza preoccuparsi minimamente delle opinioni di Aristofane. Questa chiara distinzione \u00e8 andata avanti per duemila anni; da che esiste, lo spettacolo non incide sulla realt\u00e0. Anche perch\u00e9, qualora lo facesse, non sarebbe pi\u00f9 spettacolo: sarebbe religione. Nel nuovo secolo (o nuovo millennio che dir si voglia) stiamo assistendo a qualcosa di diverso. Forse il momento decisivo di questo cambio di punto di vista, almeno in Europa, \u00e8 accaduto a Parigi il 7 gennaio 2015, nell\u2019attentato alla sede della rivista di satira \u201cCharlie Hebdo\u201d (ne avrete sentito parlare, credo). Quel momento ha significato per il mondo una presa di coscienza molto ipocrita: \u00abJe suis Charlie Hebdo\u00bb, diceva il mondo civilizzato, che sfilava compatto per le strade rivendicando il diritto di esprimere sempre la propria opinione, a qualsiasi costo, di bestemmiare qualunque dio, con la consapevolezza, propria di una societ\u00e0 civile e matura (come la democrazia ateniese del Quarto secolo a.C), che le parole non hanno effetti sulla realt\u00e0, anzi, che proprio nella loro insignificanza si pu\u00f2 affermare la propria libert\u00e0. Nei giorni che seguirono quell\u2019attentato eravamo tutti \u201cCharlie Hebdo\u201d; ma era una vita fa, erano i resti del Secolo scorso. Questo Secolo non \u00e8 fatto per \u201cCharlie Hebdo\u201d: nell\u2019era della comunicazione diffusa, la realt\u00e0 \u00e8 un macro-discorso che si fa oggetto di un costante dibattito. Non possiamo proprio permetterci di essere \u201cCharlie Hebdo\u201d. Ora le parole hanno un peso, vogliono dire la verit\u00e0 o almeno contribuire a tracciare i segni di una nuova realt\u00e0. In <em>Catarsi<\/em> (Bao Publishing, 2015) il disegnatore <strong>Luz<\/strong> \u2013 miracolosamente sopravvissuto alla strage \u2013 racconta con grande passione il proprio tentativo di riprendere a disegnare dopo quella dolorosa esperienza. I suoi disegni si impegnano a rievocare il mondo, e in questo faticoso sforzo di rievocazione lo riscrivono, ridefiniscono la narrazione dell\u2019attentato. Provano a costruire un futuro, a dare corpo a un momento successivo a quell\u2019evento. Ecco, in quella catarsi si rispecchia il mondo di questo Secolo, il suo tentativo di riscriversi, di darsi una forma per il futuro. In questo macro-discorso non possiamo pi\u00f9 essere \u201cCharlie Hebdo\u201d: dobbiamo prendere atto della rilevanza di ci\u00f2 che diciamo. Siamo produttori di contenuti che disegnano una nuova realt\u00e0, mediata e costantemente discussa, ridefinita. Un perenne scambio di opinioni che oscilla tra Fake e Face, tra l\u2019Osceno e il Primo Piano. Ecco perch\u00e9 Sanremo non \u00e8 soltanto un brutto, antiquato programma televisivo. Sanremo si inserisce perfettamente, con il suo caos contraddittorio e ribollente, nel dibattito sulla forma dei nostro tempo. Ci piaccia o no, in questo Secolo lo spettacolo \u00e8 diventato una faccenda seria: nel nostro costante chiacchiericcio sul nulla, si decide in effetti il futuro del mondo.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Da Orietta Berti a &#8220;Charlie Hebdo&#8221;,&nbsp; considerazioni sulla fine della realt\u00e0 Dice Boris: \u00abi miei figli, quello grande e quello&#8230;<\/p>\n","protected":false},"author":28,"featured_media":7123,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[560],"tags":[1967,2571,1477,2572,2569,224,36,2570,1882],"coauthors":[],"yoast_head":"<!-- This site is optimized with the Yoast SEO plugin v23.2 - https:\/\/yoast.com\/wordpress\/plugins\/seo\/ -->\n<title>Il Sanremo che non ha visto nessuno - (Quasi)<\/title>\n<meta name=\"robots\" content=\"index, follow, max-snippet:-1, max-image-preview:large, max-video-preview:-1\" \/>\n<link rel=\"canonical\" href=\"https:\/\/www.obloaps.it\/quasi\/2021\/03\/09\/il-sanremo-che-non-ha-visto-nessuno\/\" \/>\n<meta property=\"og:locale\" content=\"it_IT\" \/>\n<meta property=\"og:type\" content=\"article\" \/>\n<meta property=\"og:title\" content=\"Il Sanremo che non ha visto nessuno - 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