La rilettura completa di Mortimer smonta definitivamente il mito: una serie mediocre, con poche buone idee disperse in una produzione seriale frettolosa. Il discorso sul tempo resta un gioco incompiuto, mentre emerge una riflessione più ampia sulla critica e sulla tentazione di sovrainterpretare fumetti nati per essere consumati e dimenticati. A volte non c’è nulla da decifrare: sono solo disegnetti per perditempo. Ed è anche per questo che valgono la pena.
Disegnetti per perditempo
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Mortimer: Intervallo etico e autodenuncia
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La rilettura di Mortimer si trasforma in un’interruzione etica. L’idea sul tempo nel fumetto, che aveva reso memorabile la serie, emerge ora come un accidente isolato dentro un’opera mediocre, segnata da scrittura disordinata, lavoro forzato e una gestione delle figure femminili profondamente violenta. Il testo diventa un’autodenuncia: dello sguardo di chi legge, della cultura tossica che permea il fumetto popolare e dell’alibi teorico del tempo come rifugio maschile.
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Mortimer: L’estate del 1973
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I numeri estivi del 1973 segnano la caduta di Mortimer nel repertorio più ordinario e misogino dei tascabili neri. Tra copertine violente e storie risolte in fretta, il personaggio perde ambiguità e scrupoli. Proprio negli interstizi produttivi e nelle aritmie narrative, però, emerge un tema inatteso: il tempo come problema del fumetto industriale, trasformato da Pedrazzi in motore teorico sotterraneo della serie.
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Mortimer: Benvenuto in paradiso
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Il primo numero di Mortimer dialoga apertamente con Jonah Hex, western crepuscolare della DC Comics disegnato da Tony DeZuniga. Tra omaggio implicito, produzione industriale e sguardi “alieni” sulla frontiera americana, il fumetto di Pedrazzi e De La Fuente mostra come anche un western erotico alimentare possa reggere grazie al mestiere, alla velocità e a un’etica narrativa sorprendentemente solida.
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Mortimer: Un western erotico alimentare
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Mortimer è un western erotico pubblicato nel 1973 da Ediperiodici, apparentemente allineato alla produzione dei tascabili da edicola. Sotto la superficie di genere, però, il fumetto rivela una tensione tra consumo industriale e ambizione autoriale, grazie al lavoro di Giorgio Pedrazzi e Victor De La Fuente e a un immaginario che riflette sul tempo, sulla violenza e sul mito della frontiera.
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Rea Irvin, l’uomo che disegnò lo stile
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Dal dandy ridicolo di Rodolphe Töpffer a Eustace Tilley, icona del New Yorker: una genealogia visiva che attraversa il XIX secolo e trova nel tratto di Rea Irvin la sua consacrazione. Primo art director del settimanale, Irvin ha disegnato copertine, cartoon, la celebre “Irvin Type” e persino fumetti dimenticati come The Smythes e la parodia Superwoman. Un autore decisivo, oggi riscoperto.
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L’Elefante e la Romana: Babbo, dove sei? di Francesca Ghermandi
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«1. L’Elefante».Babbo, dove sei? inizia così. L’Elefante è anche sulla copertina del libro, un volume bello e difficile da trovare…
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Il Piacere della Paura: Fare una cosa bella e basta
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Marcelo Ravoni e Valerio Riva non volevano fare storia del fumetto. Ma con un montaggio ossessivo e pieno di gusto hanno costruito un libro che racconta un’epoca e una rivoluzione. Senza permessi, né pitch.
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La responsabilità è una danza: perché da grandi poteri…
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Mah… quella di dedicare un intero mese di (Quasi) alla responsabilità mica è stata una grande idea. Mi chiedo di…