Derive di Quasi

Come un mattino, svegliarsi ed essere a Berlino

«Fra i diversi procedimenti situazionisti, la deriva si presenta come una tecnica del passaggio veloce attraverso svariati ambienti. Il concetto di deriva è indissolubilmente legato al riconoscere effetti di natura psicogeografica e all’affermazione di un comportamento ludico-costruttivo, ciò che da tutti i punti di vista lo oppone alle nozioni classiche di viaggio e di passeggiata. Una o più persone che si lasciano andare alla deriva rinunciano, per una durata di tempo più o meno lunga, alle ragioni di spostarsi e di agire che sono loro generalmente abituali, concernenti le relazioni, i lavori e gli svaghi che sono loro propri, per lasciarsi andare alle sollecitazioni del terreno e degli incontri che vi corrispondono.»

Guy Debord, Teoria della deriva, in “Internazionale Situazionista” n.2, dicembre 1958

Poi ci siamo persi di vista, ma c’è stato un tempo che lo Zampa e io ci si frequentava un sacco. Ci si trovava il mezzodì a mangiare all’Albero Fiorito, venefica trattoria in via Pellizzone, dietro piazza Susa. Io ci andavo perché non costava un cazzo: sai, allora – primi anni novanta – le uniche entrate che avevo erano la cinquantamilalire che riuscivo a farmi pagare per stilare bibliografie a laureandi e saggisti pigri. C’erano mesi che si laureavano in tanti e così mi trovavo in tasca qualche centomilalire. Allora per festeggiare lo Zampa e io facevamo questo gioco (tu non farlo, è stupido e dannoso e il situazionismo è passato di moda) finito di pranzare si prendeva caffè e sambuca, si pagava e ci si incamminava verso Porta Nuova. A ogni bar sul percorso, ci fermavamo a farci una sambuca. Perdeva il primo che crollava.

Quel giorno, non so a che bar, ho cominciato a perderne il conto: non mi ricordo niente. Solo che, forse era l’aprile del 1993 e che a un certo punto qualcuno, mi ha svegliato bruscamente parlandomi in una lingua che poi ho capito essere tedesco. Mi stava chiedendo biglietto e documento. Lo so perché me lo ha ripetuto anche in italiano. Mi trovo su un treno. Guardo fuori dal finestrino: siamo fermi a Briga è buio, piove e la cosa strana è che nella tasca della giacca ho il biglietto. Destinazione Berlino.
Quello che doveva essere successo l’ho ricostruito dopo. Passata Porta Nuova ci siamo diretti verso la Centrale e lì, in preda al delirio devo aver buttato i soldi che avevo in tasca per un treno diretto a Berlino. Che ci volessi fare a Berlino resta tutt’oggi un mistero.
Comunque.
Sto troppo male. Mi sembra di avere la testa aperta a metà, non ho le forze per fare alcunché. Se mi alzo sono sicuro che vomito anche il fondo dell’intestino. Chiudo gli occhi. Ci penserò appena arrivato alla Lehrter Hauptbahnhof. Adesso dormo.

La mattina dopo la sbronza è passata (recuperavo in fretta a quei tempi!), sto bene. Non fosse che me ne sto in piedi qui, in mezzo a questa desolata stazione (quella meraviglia su cinque livelli che sarà la Berlin Hauptbahnhof è stata appena messa in cantiere e verrà terminata nel 2006), stretto nella mia giacchetta da primavera milanese, intirizzito dal freddo, chiedendomi che diavolo ci faccio a Berlino e senza idea di dove recuperare i soldi per il biglietto di ritorno. L’unica è chiamare i miei e dargli un indirizzo dove mandarmi un vaglia telegrafico… sì, ma come li chiamo che c’ho in tasca qualche moneta da duecento lire e i telefoni pubblici di Berlino mi sa che non accettano se non frazioni di marchi? Facendo una chiamata a carico del destinatario. Se il paese da cui chiamavi aveva la teleselezione era un gioco da ragazzi. Alzavi la cornetta di un telefono pubblico, digitavi 00 e aspettavi. Il segnale. Perfetto. Allora digitavi il codice del paese in uscita e quello del paese in entrata, nello specifico 4939, e aspettavi che un operatore ti chiedesse a chi inoltrare la tua chiamata. Poi non era detto che venisse accettata, ma quello era un problema diverso.
Comunque. L’accettano. Gli racconto che sono a Berlino, per una ricerca relativa a una tesi di cui sto scrivendo la bibliografia e che mi hanno rubato tutto. Mi serve un vaglia telegrafico di almeno duecentomila, che così faccio il biglietto, saldo l’ostello e torno a Milano. Possono mandarmelo al consolato che passo a ritirarlo e vado a prelevarlo nell’ufficio postale più vicino. Non so se mio padre mi crede, ma mi dice ok. Appena apre l’ufficio postale va a farmi il vaglia. Appena apre? Cazzo! Sono le sei e mezzo del mattino! Bene. Non mi resta che tirare finché arrivano i soldi. Mi infilo le mani in tasca, stringo le spalle e decido di portare a termine questa deriva cominciata circa 18 ore fa. Non è la prima volta che mi trovo a Berlino. Ci sono già stato nel 1990, con mio padre (per questioni di forniture d’alluminio), nella primavera successiva la caduta del muro. So dove sta la cancelleria consolare (l’ufficio che all’epoca riceveva la posta per gli italiani che si trovavano a Berlino). Dentro l’ambasciata in Hiroshimastrasse, non lontana da Postdammer Platz. Mi incammino. Quando ero stato a Berlino l’altra volta, Postdammer Platz era un deserto ancora attraversato da parti del muro. Per fartene un’idea puoi rivedere le sequenze ambientate qui di Il Cielo sopra Berlino: nel 1987 la piazza era la stessa del 1990. Oggi è un cantiere gigantesco, spaventoso. In questo momento comprendo perfettamente cosa intendesse Debord nella frase con cui ho aperto. Quando ci tornerò, più di dieci anni dopo, Postdammer Platz sarà più o meno quella che è adesso.
Vabbè, te la faccio breve. Recupero il mio vaglia telegrafico e dopo aver fatto il biglietto del treno, con i marchi rimastimi in tasca, giro almeno tre birrerie, seguendo la linea precisa di dove c’era il muro e ripercorrendo i passi di Paul Newman per arrivare a teatro ne Il sipario strappato. Mentre mi bevo l’ultima weiss prima di salire sul treno, mi viene in mente che non ho la più pallida idea, né il vago ricordo, di dove e di quando, durante questa deriva ho perso le tracce dello Zampa.

Lo scoprirò, qualche giorno dopo, quando lo rincontro a pranzo all’Albero. Si era risvegliato ad Amsterdam, lo stronzo!

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