Zanne

Boris e Paolo | QUASI |

Ciao.
È bello rivederti qui.
Se leggi frequentemente la nostra “rivista che non legge nessuno”, sai che questo è il momento in cui presentiamo il tema del mese. E sai anche che quel tema è il nodo attorno al quale avvolgiamo il gomitolo di (QUASI). La costruzione di questo spazio è un rito collettivo. Abbiamo definito, alla fine dello scorso anno, gli undici temi che avrebbero scandito i nostri tempi (ad agosto stiamo in ferie, ché ci piace crogiolarci nella nostra mediocrità). Ci siamo detti che nessuno dei temi indicati sarebbe stato inamovibile e che lo avremmo potuto cambiare anche il giorno prima, senza timore di offendere nessuno (cioè i nostri lettori).
Sono cose che si dicono, ma poi – si sa – è difficile allontanarsi dalla tranquillità garantita da una decisione già presa: la si indossa, la si sfoggia, si gode anche un po’.

A gennaio abbiamo ripreso una tradizione iniziata l’anno scorso, quando ancora questo sito aveva struttura da settimanale e pubblicava due o tre articoli al giorno. Ci siamo dedicati al racconto dell’anno appena concluso, sottolineando la complessità del periodo al quale eravamo appena sopravvissuti. Eravamo certi che la pandemia, che ha sprofondato nel buio e nell’angoscia i nostri tempi, stesse giungendo alla sua conclusione. Sapevamo che non era andato tutto bene e che, da questa tragedia, non era riemersa un’umanità migliore, ma – cazzo! – speravamo, e continuiamo a sperare, che prima o poi la nostra vita non dovesse più essere costretta da restrizioni, obblighi e decreti e scandita dalla conta serale dei malati, delle terapie intensive e dei morti.

A febbraio ci piaceva parlare di noi, di ognuno di noi. La redazione di (QUASI) non è rappresentativa di nulla se non di (QUASI) stessa. Un gruppo eterogeneo di amiche e amici che si è composto per affinità e volontà e che non riesce a incontrarsi quasi mai, a causa di una distribuzione capillare su tutto il territorio nazionale e di anni difficili. In casa, costretto a uscire indossando la mascherina e mostrando un QRcode sullo schermo del cellulare per farsi riconoscere, ognuno è un lupo, in cattività, incattivito, incapace di perdere tanto il pelo quanto il vizio.

Per marzo avevamo deciso di lasciarci guidare da una ricorrenza. Una di quelle ghiotte occasioni giornalistiche attorno alle quali costruire ossessivamente il discorso. Certo: cent’anni fa, il 5 marzo, nasceva Pier Paolo Pasolini e sarebbe stato anche bello leggere quelle tre “P” maiuscole affiancate a scandire ognuno dei nostri articoli. Ma, dovendo scegliere, abbiamo preferito concentrarci sulla figura arcuata e spettrale del conte Orlock, sul cranio rasato, sugli occhi infossati, sulle orecchie puntute e sugli incisivi aguzzi di Max Schreck.
Il 4 marzo 1922, il film Nosferatu di Friedrich Wilhelm Murnau fu proiettato per la prima volta nel cinema Marmorsaal, nell’area dello zoo di Berlino, nel corso dell’evento in maschera, in stile Biedermeier, “Das Fest des Nosferatu”. Quella pellicola, poi, ha fatto una brutta fine, ha rischiato di scompare, si è salvata, ha colonizzato il nostro immaginario. Una storia lunga e complessa, che troveremo sicuramente il modo di raccontarti durante il prossimo mese, dedicato a questa ricorrenza.

Zanne.
Il tema è zanne.
I denti acuminati del vampiro che si piantano nella giugulare della vittima per suggerne il sangue e restituire, in forma di contagio mortale, la non-vita eterna.
Il vampiro è mostruoso, erotico, mortale.
E ha le zanne.

Di questo avremmo voluto dirti. Concentrandoci sulle centinaia di ore di letture, di visioni, di ascolti, di giochi che Dracula, Nosferatu e i loro discendenti ci hanno garantito.
Mentre ci preparavamo a godere di questa minuscola soddisfazione, il mondo è crollato e ancora non abbiamo capito perché.

I fatti li conosci benissimo. Un oligarca con la schiena arcuata, il cranio raso, gli occhi infossati e i denti aguzzi ha attaccato militarmente uno stato sovrano. Bombe e carri armati.
Ci arrivano i video girati da persone cui vogliamo bene che riprendono scene di guerra dalla finestra, chiusi in casa per paura dei rastrellamenti. Sappiamo di infermiere vicine a persone cui vogliamo bene che vengono precettate, allontanate dalla famiglia e mandate in ospedali da campo, allestiti in prossimità della linea di fuoco. Vediamo il dolore, sullo schermo dei nostri cellulari e sappiamo che la guerra che vedremo da vicino si limiterà a essere un incremento del costo di tutto, un impoverimento generale di quasi chiunque, e l’interruzione imprevista di servizi che reputiamo essenziali in seguito ad attacchi hacker.

Ciao.
È bello rivederti qui.
In questo marzo di infelicità e dolore, ti parleremo anche di vampiri. Lo faremo, mentendoti. Il contagio, ormai lo sai, non corre sulle loro zanne. Ha forme più sottili: sente di pandemia e virus informatici.
Mentre sullo schermo dei nostri cellulari possiamo esprimere la nostra indignazione per lo schifo della guerra con emoji che piangono.

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(Quasi)