Come edera su un monumento

Francesco Barilli | Il tradrittore |

Avevo promesso di non scrivere più dei fatti di Genova. Sia chiaro che non rinnego nulla di quanto ho scritto sul luglio 2001. Anzi, è una parte della mia vita che rivendico. Semplicemente, parlare di Genova per me ha sempre avuto l’effetto di tormentare una ferita mai rimarginata. Penso di avere fatto quanto potevo, quanto dovevo. È giunto il momento di consegnare quella pagina alla storia, mia privata e generale, senza che questo significhi dimenticare o, peggio, «chiamarsi fuori». Infatti, anche recentemente mi è capitato d’essere ospite di un centro sociale per parlare del G8 genovese. Ero invitato, nello specifico, per presentare il mio romanzo E non fummo più ragazzi.
L’iniziativa è stata bella e partecipata. Frase fatta, ma non per questo meno sincera. Quel centro sociale lo conoscevo e mi è molto caro. Tanta gente, peraltro con presenze che andavano da «ricordo perché c’ero» a «manco ero nato all’epoca, ma vorrei sapere».

Ero seduto al tavolo dei relatori. Eravamo all’aperto, in un’area piacevolmente ombreggiata, delimitata da una recinzione, muretto e rete. Per quasi tutta la presentazione ho notato, in fondo e alla mia sinistra, una ragazza aggrappata all’esterno della rete. In piedi sul muretto, scomoda, ne vedevo solo la testa dai capelli ricci. Una presenza strana e curiosa per la posizione, ma la sua attenzione era totale.
A un certo punto ha parlato: la sua voce mi è arrivata da lontano; lei ovviamente era senza microfono. Ho capito solo che parlava di quelli che nel 2001 erano definiti «paesi emergenti», e di quanto fossero cambiati il quadro geopolitico e i rapporti di forza in questi vent’anni, di quanto sia obsoleta oggi una formula come il G8.
L’intervento sembrava interessante. Soprattutto m’incuriosiva sentire il punto di vista di una persona che usciva da quello schema che, purtroppo, a volte accompagna le assemblee su Genova, tese a ricordare botte e soprusi e che quasi dimenticano di sottolineare le ragioni per cui si era andati a Genova. Perché il punto da trasmettere ancora oggi, per me, è quello: dire che il movimento del 2001 voleva essere portatore di una proposta alternativa di mondo. Quindi mi è sembrato naturale invitare quella ragazza a entrare, a prendere il microfono per ripetere quanto aveva da dire in modo da poter essere sentita.
È stato un attimo. Lei ha fatto un cenno ansioso e cortese con la mano, è scesa dal muretto ed è andata via.

Ora il taglio della rubrica imporrebbe di contrapporre quanto ha detto e quanto voleva dire. Sul primo punto (HA DETTO) devi accontentarti del resoconto di prima, per quanto parziale e poco attendibile. Riguardo al VOLEVA DIRE, mi sembra che l’aneddoto sia segnato, più che dalle sue parole, lontane in senso fisico e ancora di più in senso metaforico, dalla sua fuga precipitosa. Non posso mostrare l’arrogante sicumera di chi vuole far affermare a una giovane donna (molto più giovane di quanto fossi io a Genova nel 2001) cose che non può neppure illudersi di capire. I nostri mondi sono diversi. Diversa è la nostra formazione. Diversi sono gli strumenti. Diversa è perfino la velocità con cui capiamo quello che ci succede attorno.

Però sono uno scrittore. E allora posso usare gli strumenti della narrazione e muovere un personaggio. E che quella ragazza, mi perdoni.

«Sono attratta e respinta da voi, allo stesso tempo. Perché vedo aree di interesse comune con le mie aspirazioni, ma sento una distanza, non solo generazionale, che rende difficile qualsiasi comunicazione. Voi raccontate una sconfitta, di cui siete in gran parte responsabili, ma vi illudete di essere incolpevoli. Vi crogiolate nel pensiero di quanto avreste potuto fare se solo il potere non avesse schiantato i vostri sogni. Una sconfitta che addolora pure me, certo, ma che non ha nulla da insegnarmi. Perché il mondo in cui vivo, e in cui dovrò combattere, è lontano anni luce da quello in cui avete vissuto. È il mondo che voi avete prodotto.»

Forse quella fuga è stata solo segno di timidezza e sbaglio nel caricarla di altri significati. Mi sei sembrata davvero al tempo stesso attratta (avresti voluto parlare) e respinta (sei corsa via) da noi, che parlavamo di lotte lontane, di un mondo lontano. La bellezza della tua immagine irrequieta, aggrappata alla recinzione come edera su un monumento, mi fa sperare che il disastro non sia irreversibile. Ma resta il dolore per quella tua voce, sfuocata e distante, che non ho potuto sentire e forse non avrei saputo comprendere.

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