Squared Circle

Bravo quel bassista lì, come si chiama? Ah, sì, Hulk Hogan…

Tales from the Territories – Vice TV racconta di quando il wrestling era un affare poco raccomandabile

Insomma, c’erano i fratelli Jarret, “Dirty” Dutch Mantell, Jerry “The King” Lawler e Jimmy Hart “The mouth of the south” seduti a un tavolo. Sì, lo so, sembra l’inizio di una barzelletta. Ok, una di quelle strane magari, ma sta di fatto che non lo è. Perché questi signori dai nomi pomposi sono un gruppetto di leggende del wrestling mondiale, uomini che hanno letteralmente scritto la storia della disciplina a cavallo tra un’epoca e l’altra. Sì, perché noi conosciamo la WWE e, più in generale, il grande wrestling internazionale, lo spettacolone televisivo con i fuochi d’artificio e le arene piene di fan urlanti e tutta quella situazione lì da concerto rock con la gente che si mena al posto dei musicisti che suonano. Ma non è sempre stata così. Vince McMahon, piaccia o meno haters gonna hate mangiatevi il fegato su una mise en place da ristorante stellato ma tanto è così, è un genio anche perché questa visione del business l’ha inventata, si fa così da quando lui ha impresso la sua impronta sui ring americani prima e internazionali poi, perché se non ci fosse lui forse non sapremmo nemmeno più che cos’è, il wresting (perché se avete letto la mia intervista al Drago sapete che un tempo si faceva anche da noi. Perché l’avete letta, vero?). Insomma, se parliamo di Vinnie Mac c’è un prima e un dopo. E il prima lo racconta, tra gli altri, Vice TV con il suo Tales from the Territories, una docuserie in cui vari gruppetti di leggende del wrestling che fu si siedono intorno a un tavolo e, puntata dopo puntata, raccontano aneddoti assurdi dritti dritti dall’era dei territori.

Sì, ok, tutto bello, ma cosa sono i territori?

Prima della rivoluzione di Vince McMahon il wrestling era un fatto locale. Si faceva dappertutto o quasi, ogni stato aveva la sua promotion che girava di città in città portando in giro il proprio show che promuoveva poi con una serie in onda su qualche TV della zona cosicché i lottatori diventavano local heroes e la gente accorreva in massa a incazzarsi per il cattivo, anzi l’heel, che faceva brutto e per vedere il buono, anzi, il baby face, che lo prendeva a calci nel culo. E funzionava, eh. La gente ci andava ai matti, ci credeva e spesso la prendeva sul personale. Non era così strano che un fan incazzato come una pantera ti aspettasse, se ti eri comportato da stronzo sul ring, con un mattone per tirartelo contro il parabrezza o anche peggio, sai tu ‘sti redneck che non sono mica a posto di testa.

E proprio aneddoti come questo sono la forza di Tales from the Territories. Perché ok, se t’interessi di wrestling anche la parte più storica ti cattura, il business raccontato da leggende che anche dopo, quando il wrestling è diventato un fatto un pelo più grande e t’è arrivato in casa, non lasciando mai più la tua vita, è interessante. Ma se wrestling non è il tuo pane forse anche no. Però in quel caso puoi goderti i racconti più assurdi, come quello di quel lottatore che doveva andare a cena con i genitori della morosa e s’è fatto mettere al primo match. Ha chiesto a un collega, uno delle tante farmacie ambulanti che giravano negli spogliatoi all’epoca, uno stimolante per dare più spettacolo, e quello gli passa due pastiglie. “Prendine una mi raccomando”. Niente, le aveva già prese tutte e due. E dopo il match si è scolato una cassa di birre. Poi è andato a cena con i suoceri, con cui si è sfondato di vino. Al ritorno dalla cena si ripresenta allo show e prende una pasticca di Metaqualone e, se non vado errato, qualcos’altro per non farsi mancare niente. Al momento di rincasare, i lottatori salgono sull’aereo della federazione, la leggendaria AWA di Verne Gagne. Ci si rilassa. Qualcuno gioca a carte, qualcuno beve. A un certo punto uno SBAM, e tutto comincia a tremare. Il pilota urla “Chiudete la porta!”

Peccato che alla porta ci fosse il wrestler strafatto, che per la cronaca si chiama Mad Dog Vachon, nomen omen, che si era appeso alla struttura dell’aereo con il guinzaglio con cui saliva sul ring e stava seminando nel campo sottostante tutta la sua attrezzatura, costringendo il pilota a un atterraggio di fortuna. Fortunato il contadino, che il giorno seguente s’è ritrovato un set gratuito di mutande, ginocchiere e stivali in cuoio, meno i poliziotti che si son visti caricare da un lottatore fatto come una zucchina.

Perché il wrestling era questo, ai tempi dei territori, uno spettacolo di artisti itineranti, molti viaggiavano per l’America di federazione in federazione, che facevano una vita dove le regole andavano rigorosamente buttate nel cesso in un contesto come minimo poco raccomandabile, in cui poteva succedere di inseguirsi per gli spogliatoi con un rasoio da barbieri e smettere di litigare solo di fronte alla canna di una pistola. Tales from the Territories racconta questo mondo, alternando le facce rugose dei lottatori della vecchia guardia con immagini dell’epoca sgranate, adrenaliniche e con quel senso di evento sportivo fuori controllo in cui poteva succedere di tutto, tipo vedere Andy Kaufman salire sul ring, insultare tutti i presenti e menare una donna. Roba assurda, per oggi.

E Hulk Hogan?

All’epoca era solo Terry Bollea, un bassista massiccio come una quercia che voleva fare il wrestling e una sera ha mandato la sua ragazza a chiedere a dei lottatori locali che si stavano godendo il suo concerto se per caso si potesse allenare con loro. Gli hanno dato una chance e, alla prima prova, gli hanno quasi rotto la caviglia. Ma lui non ha desistito e, insieme a Vince, anni dopo ha cambiato la storia del Wrestling.

Ma questa, come si suol dire, è un’altra storia. Che non troverete qui, dove tuttavia ce ne sono tante altre, una più assurda dell’altra.

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