Good times, Bad times

Francesco Barilli | Il tradrittore |

Quando ho saputo il tema proposto per febbraio mi sono QUASI incazzato. Non con qualcuno, giuro (non lo dico per ipocrita diplomazia, fra i miei mille difetti quella manca) ma col concetto in sé. Visto che tutti parlavano delle Intelligenze Artificiali, davvero anche noi dovevamo farlo?! La proposta partiva da una constatazione: negli ultimi tempi le bolle social di chi segue i fumetti sono occupate da polemiche sullo sviluppo delle AI. Intese, in questo contesto e per semplificare, come quei super-software che generano immagini pescando da database (mica sempre o del tutto free…) che uno poi dice «Ellamadonna, vaccherobba! Pare il dipinto di uno bravo!»
Confermo, pure la mia bolla è stata invasa dal dibattito sulle AI (o IA, la sigla la puoi declinare in entrambi i modi). Infestata, anzi. Come fa l’erba grama in giardino. Quindi, vero che se ne parla. Ma mica vuol dire che SI DEBBA farlo. Che a me, guarda, massimo rispetto per chi parla del campionato di calcio di serie B giapponese. C’è a chi piace.

Un calesse per Milano

Mi è venuto un dubbio. Magari non sai come e perché è nata la questione. Mi sembra difficile, altrimenti cosa ci fai da queste parti? Però, ammettendo l’ipotesi che tu venga da un altro pianeta, due cose te le devo. E sia.
Con queste IA gli algoritmi pescano immagini disponibili on line e poi le rielaborano, seguendo lo stile del professionista X o Y e specifiche indicazioni. Siamo dalle parti del plagio eseguito da Terminator. Il fronte pro IA si limita a dire che è il progresso, bellezza, dopotutto mica c’è più l’arrotino che gira col carretto e il progresso non lo puoi fermare, sennò aspetta il prossimo calesse per Milano. Il fronte contrario dice che il punto davvero delicato sta nel COME il database viene creato. Insomma, il casino è regolamentare la raccolta dei dati e il loro utilizzo, per evitare abusi, plagi conclamati eccetera. Sacrosanto ma, appunto, una volta detto «questo è il nodo cruciale» potrei fermarmi, c’è chi lo ha scritto meglio. E il pezzo, qui, sarebbe bell’e finito.
Ora non vorrei tu pensassi che io sia inciampato nell’adattamento di un dubbio morettiano (Nanni, dico): mi si nota di più SE SCRIVO che non mi interessano le AI o SE NON SCRIVO in quanto non m’interessano? Nah, il ragionamento che mi porta a scrivere è un altro. Seguimi.

Bei tempi andati oppure radioso futuro?

Fin dal primo articolo in QUASI c’è stato (cioè, io ci ho visto, almeno sottotraccia) un segno caratterizzante. E neanche solo attorno al fumetto: uno sguardo verso il passato che rifiuta la nostalgia, uno sguardo verso il presente che si distingue per curiosità. Insomma, sguardi che rifuggono tanto il pessimismo («Ah, i bei tempi di una volta!») quanto l’ottimismo («Oh, le magnifiche e progressive sorti!») ma che provano a cercare una visione originale e, soprattutto, nitida. Magari la vedo solo io, ma in ogni caso sempre piaciuta, ‘sta cosa. Tu chiamala, se vuoi, curiosità intellettuale.

Su chi guarda al futuro con ottimismo non sto a perdere tempo. Questa idea che le sorti dell’umanità seguirebbero una traiettoria rettilinea in crescita progressiva, dove all’avanzare tecnologico si coniuga un avanzamento di diritti e benessere, mi sembra una stronzata. Dammi retta, dal futuro potrai avere altri ausili alla guida, qualche protesi più efficiente, sempre più TV on demand, trapianti ora impensabili. Probabilmente avrai qualche anno in più di vita, ma resterai infelice e irrealizzato, se quello è il tuo destino. E quegli anni in più, tanti o pochi che siano, se saranno migliori non lo saranno grazie alla tecnologia. Tutte quelle frasi sul tempo, che è crudele oppure galantuomo, cancella o rivela la verità, e tutto toglie e tutto dà: stronzate, ancora. Stabilire che fra noi e il tempo esista una relazione, al di là della sabbia che scorre nella clessidra (in un senso solo, mica puoi rovesciarla) è una sciocchezza autoconsolatoria. Al tempo, dammi retta, semplicemente frega un cazzo di noi.

L’hai capito, l’ottimismo per il domani non mi contagia e non vedo, come capita ad altri, alcun sorriso sul volto del futuro. Ma non pensare che io abbia la tessera dei nostalgici. Proprio per niente. Non esistono i bei tempi passati. Men che meno i bei tempi IN QUANTO passati.
Però sui nostalgici mi dilungo di più.

Nostalgia, nostalgia canaglia…

«… che ti prende proprio quando non vuoi
ti ritrovi con un cuore di paglia
e un incendio che non spegni mai»

Così cantavano Al Bano e Romina.

L’origine etimologica di «nostalgia» potrebbe farti pensare all’antica Grecia. Se hai avuto una sciatalgia qualsiasi non ti sfuggirà la radice della parola, in effetti composta da nostos (ritorno) e algos (dolore), ma la sua origine è più recente. A te non serve una figlia che studia psicologia, basta Wikipedia per sapere che fu uno studente di medicina, tale Johannes Hofer, a creare il termine per la sua tesi, nel 1688. Con quella parola, derivata dal greco ma nuova di zecca, Hofer partiva dalle sofferenze dei soldati costretti a vivere a lungo lontani da casa, per arrivare a indagare più in generale quello stato di prostrazione di chiunque rimpianga, con intensità tale da trasformare il dolore in patologia, un luogo, una persona, un’emozione a cui vorrebbe tornare.
Okay, qui servirebbe davvero mia figlia, altrimenti temo di buttarla in vacca. Però (primo) non voglio distrarla dagli studi e (secondo) la dissertazione etimologica ha anche già rotto i maroni. È più interessante notare che a un certo punto il termine si affranca da una dimensione esclusivamente medica, per assumere il significato di indistinto e irrisolto desiderio.
Insomma, nostalgia è letteralmente «il dolore del ritorno». A voler essere precisi, è il dolore per il non poter tornare. A un luogo, a un tempo, a un luogo in un certo tempo. A un’emozione che si è provata e si vorrebbe provare ancora.
Non ci vuole un grande intellettuale per dire chi rappresenti l’archetipo dell’uomo colpito da nostalgia. Già uno studente di seconda media direbbe «Ulisse!». L’eroe che vuole solo tornare a casa, ma dopo dieci anni di guerra gliene toccano altri dieci di tribolazioni. E c’è un momento particolare in cui capisci davvero la sua nostalgia.

Lo sguardo di Ulisse verso il mare

Dopo che qualche troiano non troppo scaltro ha sentenziato «Altro che Cattelan! Quel cavallo di legno sì che starebbe bene nella nostra piazza!» a Ulisse toccano sfighe e peregrinazioni. Fra queste, a un certo punto passa dalla padella di Cariddi alla brace dell’isola di Ogigia. Braci ardenti in più di un senso e, all’inizio, neanche spiacevoli: sull’isola vive l’immortale ninfa Calipso, che di lui s’innamora… e lo costringe a rimanere su Ogigia per sette anni. Fino a quando lo vede così…

«Sul promontorio, seduto, lo scorse: mai gli occhi
erano asciutti di lacrime, ma consumava la vita soave
sospirando il ritorno»

Insomma, Calipso è bellissima e gli ha persino offerto l’immortalità, ma lui vuole solo tornare a casa. Va di culo, al re di Itaca, che Zeus tramite Ermes ordina alla ninfa di lasciarlo andare…

Va bene, sto già divagando troppissimo – alle AI poi torno, giuro – ma almeno in un inciso voglio ricordarti che qui l’Odissea ci regala alcune righe sottilmente antipatriarcato, in grande anticipo sui nostri tempi. Certo, Calipso obbedisce a Zeus – non è saggio fare il contrario, chiedere a Prometeo, per dire – ma non prima di essersi sfogata con Ermes. Omero rende più liriche le sue parole, ma la ninfa in sostanza dice: «Vabbè, voi divinità maschili scopate con qualsiasi fanciulla vi capiti a tiro, incuranti delle conseguenze, ma se una donna immortale prova a fare altrettanto eccovi a fare i precisini. Ma va a cagher, Ermes, va…»
Ciò nondimeno, almeno questa è la mia lettura, Calipso non si limita a obbedire. È davvero impietosita dalle lacrime di Odisseo, come nell’illustrazione di Henry Justice Ford che ti ho mostrato. Lo aiuta a costruire una zattera per lasciare Ogigia, gli dà indicazioni e provviste per il viaggio. Sebbene col cuore spezzato, la ninfa libera l’amato senza neppure avere un grazie in cambio, perché sa quali sono gli obblighi del vero amore. Lo capisce bene Suzanne Vega, che la immagina sola sulla spiaggia a guardare il mare, con una canzone nel vento mentre la sabbia le brucia i piedi. Ascoltala e poi torna qui.

«Bene, tutto giusto, ma Ulisse poi torna a Itaca»

Mio impaziente amico, la tua è una lettura superficiale. E questo non perché Dante contraddice Omero e ci racconta un Ulisse talmente interessato a «seguir virtute e canoscenza» da proseguire il viaggio fino alla morte, senza mai tornare a casa. Non per questo, dicevo, ma perché l’Itaca a cui approda non è quella a cui intendeva tornare.
Pensaci. Al figlio Telemaco è lui a rivelarsi. La moglie Penelope non lo riconosce e resta dubbiosa anche dopo il massacro dei Proci, si convince solo dopo che il marito dimostra di sapere dettagli del loro letto nuziale che solo lui poteva conoscere. La vecchia Euriclea lo riconosce per una cicatrice. Al padre Laerte dovrà descrivere un vecchio frutteto, per convincerlo. E ci vuole un intervento di Atena per mettere fine al malcontento di chi, non del tutto a torto, accusa il re di essere responsabile di anni di lutti e tragedie, dalla spedizione a Troia fino al massacro dei Proci.
Insomma, vero che un trucco di Atena invecchia il suo aspetto, ma è amaro pensare che solo il cane Argo lo riconosce subito. Felice per aver rivisto l’amato padrone, scodinzola e poi muore, unico a capire che quel cencioso mendicante è l’uomo a cui, anni prima, ha voluto bene. La scena la vedi qui, in un dipinto di Theodoor Van Thulden.

Lascia stare dunque le versioni alternative sulle ulteriori peregrinazioni di Odisseo, raccontate dalle biografie «apocrife», fino all’ultimo viaggio oltre le Colonne d’Ercole descritto dalla più celebre fra queste. Parlo di Dante, of course. Il quale, accennavo prima, nemmeno lo fa rientrare a casa, ma ci racconta che, lasciata Circe, Ulisse torna a viaggiare e trova la morte, finendo all’inferno fra gli ingannatori. Non pensare, dicevo, alla forzatura che si concede il poeta fiorentino. Basta il biografo ufficiale, Omero, a dirti che il ritorno a Itaca di Ulisse non fu rose e fiori, anche dopo aver saldato i conti con i Proci che gli insidiavano moglie e trono. E infatti…

… Non tutti hanno un indovino a rivelare il futuro

Qui sopra vedi l’incontro fra Ulisse e l’indovino Tiresia, dipinto da Johann Heinrich Füssli. Avviene nell’Ade, durante il soggiorno di Ulisse presso Circe. Tiresia predice al re di Itaca il ritorno a casa e la vittoria sugli usurpatori, sì, ma gli rivela che subito dopo riprenderà il mare e morirà lontano da casa.
Per tirare le somme, capita di rimpiangere il passato. Ma solo per un fenomeno di deformazione della memoria, non dissimile (e in fondo più simpatico, perché in buonafede) di quello che caratterizza il ricordo alla dipartita di «uno famoso», il cui necrologio si trasforma in agiografia. Già la morte ci rende sentimentali, se poi l’oggetto del ricordo è «il famoso di turno» subentra l’ipocrisia, a volte persino inconsapevole. Vabbè, cattiveria gratuita, passa oltre. Resta che c’è niente da rimpiangere, nel passato.

AI AI Caramba!

Il titolo di questo capitolo ha due motivi.
Il primo. Quando il tema del mese è stato definito in «Allerta AI» ho pensato subito, prima ancora di sapere COSA avrei scritto, che il mio pezzo l’avrei intitolato così. Per fortuna poi le idee si sono affastellate, senza chiarirsi troppo, e ho deciso diversamente. Ma nel mio cervello la frittata era fatta e aveva ottenuto lo scopo di convincerlo (il cervello, dico) che quel demenziale calembour era comunque da utilizzare.
Il secondo, più importante, è tornare al tema.

Per dovere verso la rubrica dovrei assumere me stesso come oggetto del confronto HA DETTO/VOLEVA DIRE.
Quel che ho detto, beh, lo trovi nelle circa undicimila battute fin qui scritte. Tante, troppe e dispersive parole per dire che le AI non sono altro che un segno. NON del progresso, bada bene, ma dei tempi. E non è benaltrismo d’accatto ricordarti le applicazioni dell’Intelligenza Artificiale in campo bellico o, in generale, industriale. Si uccidono persone e si perdono posti di lavoro, con le AI. È dagli albori dell’industrializzazione che la tecnologia serve a quello: uccidere, in guerra, e ridurre il costo della manovalanza umana, negli altri campi. E neppure voglio stemperare il giudizio ricordandoti che con la stessa tecnologia faremo altri passi da gigante in medicina e chirurgia.
No, tutto questo non toglie che capisco le preoccupazioni degli artisti grafici. Le AI inquietano pure me, ma nulla le fermerà. Se potrà sembrare il contrario sarà solo per l’arrivo di qualcosa di peggio.
Potresti obbiettare che dico così perché non so disegnare manco per sbaglio, che la faccio facile, io: esistesse una AI per scrivere… Dico, per dire, una cosa che imposti un genere e poi dici «lirico come Yourcenar, frasi incisive come Fante, geniale come Bulgakov», aggiungi genere, personaggi e due righe di sinossi e il pc ti sputa fuori un romanzo. ‘Na roba che Midjourney scansate, dopo il romanzo sul mostro di Frankenstein avremmo il romanzo-Frankenstein, fatto con pezzi morti di talento altrui. Dico così, per ridere, in realtà una cosa del genere c’è già. La sottomissione algoritmica dell’umanità sembra sia arrivata a questo punto. Mi dà un altro brivido amaro.
Tu, amico artista, continua a esprimerti con i mezzi a tua disposizione e non con le macchine, sperando che chi ti legge e guarda cerchi emozioni che solo l’ingegno umano può regalare. Resisti, anche se la partita sembra già persa. Lo so, ti senti in pericolo, ma ricorda: è il capitalismo e non la tecnologia a fotterti.

Con pennarelli e pennarelloni, come finisce te lo dice Jack

In questo articolo ho inserito immagini realizzate da vecchi pittori alla vecchia maniera. Avrai notato e, spero, apprezzato la scelta: pure questo è un piccolo segno di resistenza.
A te posso solo consigliare di non cercare di tornare a Itaca. Se anche ti sembrasse di riuscire, non è più la stessa isola. E non sei lo stesso tu e così pure tua moglie e tutti quelli che ricordi. Forse solo il tuo cane ti riconoscerà. Lui che, da animale, vive un eterno presente, inconsapevole (o non pienamente consapevole) della morte che lo prenderà dopo averti salutato un’ultima volta.
Il tuo è il dolore del non poter davvero tornare. Al luogo che volevi, al tempo che desideravi, al te stesso che ricordavi. Perché tutto cambia e a te non resta che partire. Non per cercare avventure, una nuova sfida o conoscenza. Solo per fuggire, con una sola consapevolezza. L’ha capito Kerouac e, come ultimo sfregio alle AI, anche stavolta utilizzo il «vecchio stile» per dirtelo. È infatti il mio amico Simone Lucciola con i suoi pennarelli a ricordarti che comunque…

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