Piledriver, sottosopra

Federico Beghin | Ricreazione |

Mark William Calaway. Forse questo nome non ti dice niente o forse non ti è nuovo, ma molto probabilmente non l’hai sentito spesso. Ma se inizio a dire Lord of Darkness, The Phenom o Deadman le cose migliorano? Magari aggiungo il titolo di una canzone, da associare alla figura di un biker: American Bad Ass. Mmmh, mi sa che non basta ancora. Stavolta vado a colpo sicuro e suggerisco ben tre elementi: il record di ventuno vittorie consecutive a WrestleMania; l’inserimento nella WWE Hall of Fame (2022); infine, la leggendaria mossa finale denominata Tombstone Piledriver.
Ormai l’avrai capito, il Mark William Calaway in questione è The Undertaker, il Becchino, uno dei wrestler più iconici di sempre. Qui su QUASI c’è Beniamino Malacarne che è molto più qualificato di me per parlarti del wrestling, del ring e delle tecniche. Io voglio concentrarmi su ciò che viene prima del «via» dell’arbitro. 

Le luci si spengono. Don don, risuonano le campane a morto. Fiammate e lampi. Musica, una melodia lugubre, requiem. Un video sullo sfondo, all’entrata del palazzetto, e la nebbia che si propaga. In mezzo al fumo un uomo con un cappellaccio in testa e, sotto, i capelli lunghi fino alle spalle. È alto, grande e grosso, indossa un cappotto di pelle punteggiato di borchie, che è aperto e consente di vedere la canotta nera e il petto muscoloso. Poi i pantaloni e gli stivali, neri ovviamente, come tutto il resto. Avanza lento e inesorabile, con lo sguardo fisso sull’avversario di turno che lo attende, sempre più spaventato, sul campo di battaglia. Quando sta per raggiungerlo, fatti i tre scalini, alza le braccia ed ecco altri fulmini, una scarica. Supera le corde, si porta al centro del ring, si ferma e con una calma studiata si toglie il cappello. Un attimo ancora e poi le iridi e le pupille scompaiono, gli occhi sono totalmente bianchi, l’espressione si deforma e un volto diabolico buca le telecamere. The Undertaker è pronto, il match può cominciare. 

Arrivato fin qui, mi puoi dire che l’entrata del Deadman è una figata o una cafonata, ma è importante che tu sappia che quello che ho appena descritto è solo il minimo sindacale.
Prima di dirti di più, faccio un passo indietro. Quando sono venuto a sapere che ad aprile il tema di QUASI sarebbe stato “A testa in giù”, ho subito provato a pensare a che cosa avrei potuto scrivere. Più avanti, probabilmente perché si avvicinava la trentanovesima edizione di WrestleMania, su Facebook tra i post consigliati e sponsorizzati in cui mi imbattevo scrollando lo schermo, grazie all’algoritmo che vede e provvede, abbondavano quelli sul wrestling. Siccome il legame tra WrestleMania e The Undertaker è indissolubile, inevitabilmente tanti video avevano per protagonista il Becchino. A quel punto il giovinastro imberbe delle scuole medie che è ancora dentro di me ha preso il comando. Risultato? Non solo ho guardato i video proposti da Facebook, ho pure aperto YouTube per cercarne altri. Però, in realtà, meglio ancora dei miei polpastrelli sul touch screen ha lavorato la mia memoria. 

Sono tornato lo studentello che seguiva con passione smisurata gli spettacoli di SmackDown e di Raw su Italia 1 e su Sportitalia in attesa della comparsa del proprio idolo: The Undertaker. Il bello di Taker era che poteva apparire da un momento all’altro. Non si sapeva quando, come, perché e neppure dove. All’improvviso si spegnevano le luci e a lui tanto faceva di entrare camminando, percorrendo il corridoio tra gli spettatori, o di troneggiare già in mezzo al ring una volta dileguate le tenebre. Poteva sbucare da ogni parte, per la gioia dei fan e per il terrore degli altri wrestler. Inutile che te lo dica: appena sentivo risuonare le campane, la mia serata svoltava. Delirio! Annunciavo a gran voce l’arrivo del Deadman ai miei genitori, visibilmente contrariati, e mimavo il gesto di quell’uomo oscuro, portando il pollice sul collo e facendolo passare da sinistra a destra. Qualche volta The Phenom perdeva, ben più spesso vinceva l’incontro, ma capitava anche se ne andasse così com’era venuto, senza combattere, dopo aver lanciato occhiatacce pietrificanti.

Bene, ora che ti sei fatto un’idea, posso raccontarti dell’entrata più figa che abbia visto seguendo la WWE. Un esempio di che cos’era Undertaker quando non si limitava al suo minimo sindacale. Royal Rumble 2006, al termine del match durante il quale si è confermato Campione del Mondo Kurt Angle festeggia la vittoria, stanco ma felice. Illuso! Buio in sala, rintocchi funebri e fumo. Due individui incappucciati sorreggono una fiaccola ciascuno e precedono una pedana trainata da un cavallo bianco. In piedi sul carretto c’è lui, il Becchino. Mentre smonta, le telecamere indugiano sul volto del povero Angle che fatica a credere a ciò che vede. Taker incede con la consueta andatura e si ferma a metà strada, gli occhi incollati al Campione del Mondo. Il messaggio veicolato dal movimento di mani e braccia è inequivocabile: voglio la tua cintura, voglio il tuo trofeo. Poi lo sguardo rivolto verso il basso, di nuovo in alto, e le braccia sollevate; dalle dita escono i fulmini che raggiungono il ring e lo distruggono. Kurt si ritrova in ginocchio e non ci capisce più niente, il suo futuro sfidante se ne va. The Undertaker gliele ha promesse: prima o poi Angle finirà a testa in giù e, privo di sensi, subirà il conteggio dell’arbitro. La Tombstone Piledriver arriverà, ma non saprà né il giorno né l’ora

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