Il silenzio che c’è stasera

Boris Battaglia | Pantomime del Calisota |

Nel 1982 avevo quattordici anni. Facevo la prima superiore e, ancora, non avevo dimestichezza con il bar sotto la scuola, quello tra via Novara e Via Paravia, che adesso ha pure un nome, ma all’epoca solo il numero della concessione tabacchi. In zona era l’unico con il biliardo, sempre impegnato dai lavoratori ATM in pausa che arrivavano lì a presidiare il tavolo verde dal deposito di via Novara e se la giocavano con quelli degli ultimi anni.

Tre anni dopo, nel 1985, quel bar è uno dei miei posti fissi e sono uno di quelli degli ultimi anni che se la giocano con i lavoratori ATM. Mi sento figo. Sono più le mattine che passo a giocare a goriziana, con i ragazzi poco più vecchi di me che guidano gli autobus, che quelle che vado in classe. I miei professori sono tutti gente noiosa: non sanno un cazzo del mondo, dei cinema, dei fumetti, della letteratura successiva al 1925. L’unica che amo è quella di matematica, si sarà laureata nel 1980, ne sono follemente innamorato, e anche se so leggere sul tavolo verde tutti gli schemi geometrici dei tiri possibili, mi faccio rimandare ogni anno, solo per avere il brivido di quella mattina di settembre solo con lei.
Passava in quel bar, per la colazione, prima di entrare a scuola, e io stavo già lì, con la sigaretta (che manco sapevo aspirare) in bocca e la stecca in mano, a fingere di studiare un colpo tipo l’ottavina reale (che ancora non ho capito se esiste veramente), sperando che mi notasse e che capisse di me qualcosa che andava oltre i voti che mi spacciava nelle verifiche.
L’hai capita. Mi sentivo come Francesco Piccioli e sognavo che lei fosse Chiara.
Andavo un sacco al cinema allora. E se il film di Robert Rossen (che fosse tratto da un romanzo del mio amato – poi – Walter Tevis l’ho scoperto anni dopo) me lo ero visto al De Amicis durante una rassegna dedicata a Paul Newman, quello che sentivo proprio mio, che sentivo vicino e con cui mi identificavo dannatamente (sai che a pensarci adesso, la mia prof di mate ci assomigliava pure a Giuliana De Sio) era il personaggio interpretato da Francesco Nuti in Casablanca Casablanca e prima, proprio in quel 1982 in cui mi affacciavo sul tavolo da biliardo (ma l’ho recuperato dopo) in Io, Chiara e lo Scuro.
Una storia d’amore (e di biliardo) che ho ancora dentro, nonostante tutto il mio cinismo.

Sto guidando lungo l’A4. Direzione Milano. È il 12 giugno e sono quasi le 18.00. Un amico mi manda via WhatsApp la notizia che è morto Francesco Nuti.  La prima cosa che mi viene in mente è: no! Che cazzo di sfiga! È dall’inizio del secolo che non gliene va dritta una, e morire lo stesso giorno di Silvio Berlusconi è il massimo della beffa.
Poi penso che stronzo che sei Boris! Va bene la battuta, ma no, non hai capito niente. Dopo vent’anni di sofferenza, andarsene un giorno in cui – per ovvi motivi – nessuno parlerà di te, è una scelta strategica e tu piantala di fare il cinico: ammettilo che Caruso Paskoski – nonostante i film che ha fatto dopo – ti manca da morire e che non ti sei fermato per caso al vecchio bar (non era proprio sulla strada del ritorno) per bere un caffè. Volevi vedere se c’era ancora il vecchio tavolo dove provavi l’ottavina.

Non c’è più. Lo hanno sostituito quattro slot elettroniche e un TV che parla solo di Silvio. Bevo il caffe, e nonostante il casino, mi godo il silenzio che c’è stasera.

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(Quasi)